Quando il Mekong diventa Si Phan Don, perdersi per ritrovarsi in 4000 isole

Nell’estremo sud, al confine con la Cambogia, il Laos diventa la terra dei mangiatori di loto e fiorisce inaspettatamente in un meraviglioso arcipelago di migliaia di isole, adagiate sulle acque del Mekong. Siamo a Si Phan Don che, letteralmente, significa 4000 isole. Questa terra incantata vi ammalierà con la sua bellezza struggente, selvaggia, primitiva. Tutti i paesaggi che vi fermerete, stupiti, ad osserverete vi appariranno come uno scorcio da cartolina. Qui, più ancora che nel resto del paese, il tempo non esiste e la fretta è bandita.
In questo punto il Mekong raggiunge una larghezza di 14 chilometri, la massima ampiezza del suo lungo percorso che dall’altopiano tibetano si snoda per oltre 4.300 chilometri fino a confluire nel Mare Cinese del Sud. Durante la stagione secca, il fiume si ritira lasciando emergere centinaia o migliaia, se si annoverano nel conteggio anche le più piccole lingue di terra, di isole e isolette. Nella stagione delle piogge, circa la metà delle terre emerse viene sommersa dalle acque.
Le tre isole più visitate dai viaggiatori sono Don DetDon Khong e Don Khon. Sono le più grandi e sono permanenti. Ospitano villaggi di pescatori, risaie, piantagioni di canna da zucchero, strade e immancabili strutture ricettive. Ovunque sceglierete di fermarvi, troverete un’amaca ad aspettarvi, appesa su una terrazza che si affaccia sul fiume. Comodamente sdraiati, lasciandovi cullare, assisterete al sorgere e al tramontare del sole sul Mekong. E’ uno spettacolo da non perdere. La bellezza e l’immortalità della natura, l’alternarsi perenne del giorno e delle tenebre contemplato nel silenzio più totale, sapranno rigenererarvi e lenire qualche ferita dell’anima.

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Cosa fare alle 4000 isole?
Se siete amanti dello sport e delle attività all’aperto, potrete fare qualche escursione in kayak, andare a pescare, solcare il Mekong per cercare di avvistare i sempre meno numerosi delfini che popolano queste acque o ancora dedicarvi al tubing, un’insolita navigazione a bordo di camere d’aria. Il modo migliore per esplorare i dintorni è affittare una bicicletta. Non rischierete di perdervi. Esiste un’unica strada su ogni isola che corre lungo la costa e attraversa poi le campagne per ritornare, dopo un giro ad anello, da dove siete partiti. Le strade non sono asfaltate e sono popolate da animali che vagano liberi.
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Le isole di Don Det Don Khon sono unite da un ponte in muratura, eredità del colonialismo francese. L’isola di Khon ospita due belle cascate. Non mancate di visitarle.
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Le cascate di Tat Somphamit si trovano su Don Khon a circa 2 chilometri a valle del ponte francese. Sono immerse in un ampio parco e comprendono una serie di rapide impetuose. Sono note anche con il nome di Li Phi che significa “trappola degli spiriti” e allude al fatto che la gente del posto sia fermamente convinta che queste acque riescano ad intrappolare gli spiriti maligni di persone e animali deceduti. Tra le varie rapide, l’acqua ribolle sempre vorticosamente anche nella stagione di secca. Conquistate uno dei tanti punti panoramici, sedetevi qui e lasciate andare gli spiriti malvagi che infettano la vostra anima. Imprigionate tra queste rocce i brutti pensieri e proseguite poi verso l’estremità posteriore del parco. Appena sotto le cascate, scoverete una piccola spiaggia sabbiosa, la spiaggia di Li Phi completamente sommersa nel periodo delle piogge. I laotiani non osano bagnarsi in questo tratto di fiume, timorosi di imbattersi in qualche spirito malvagio. Se siete impavidi, tuffatevi prestando però molta attenzione alle forti correnti.

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Dalla parte opposta dell’isola, molto isolate, sorgono le cascate di Khon Pa Soi. Per raggiungerle, è necessario oltrepassare a piedi un grande e spaventoso ponte in legno sospeso per l’isola di Don Po Soi. Una volta dall’altra parte, proseguite lungo un minuscolo sentiero sconnesso e dopo 200 metri sarete giunti alla meta. Queste cascate sono imponenti, ma molto poco frequentate. Vantano belle spiagge sabbiose, cristalline dove potrete distendervi e fare una placida nuotata in solitaria.

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Riprendete le biciclette e continuate a scoprire i dintorni, peregrinando senza destinazione e fermandovi qua e là dove scoverete una piccola spiaggia isolata o uno scorcio di natura che vi affascinerà. Nelle ore più calde del giorno, noterete molte bufale transumare verso il Mekong e immergersi lentamente nel fiume. Resteranno a mollo fino a quando il sole non tramonterà. Trovare il proprio posto del cuore su queste isole è facile, tanto quanto è difficile riprendere il traghetto per la terra ferma e lasciare Si Phan Don.

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Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

All’improvviso il paradiso: in bici da Champasak al Vat Phu, lentamente a giro lungo il Mekong tra paesaggi millenari di straordinaria bellezza

Champasak vi stupirà. Questo piccolo paesino, adagiato sulle sponde del Mekong, si snoda interamente lungo la sua via principale. Vi apparrirà sonnolento e incredibilmente quieto. Solo un cerchio di fontane al centro della strada e qualche bell’edificio coloniale parlano di un passato glorioso. E’ il posto ideale se siete alla ricerca di quiete e se amate andare in bicicletta. Lungo l’unica strada asfaltata, dovrete vedervela con qualche mucca che pascola libera ed evitare i polli che attraverseranno la via senza preavviso. Potrete contare sulle dita di una mano i motorini e le auto che incroceranno il vostro andare.
Eppure non fu sempre così. Molto tempo addietro, all’incirca 1500 anni fa, Champasak fu il centro del potere nel bacino meridionale del Mekong. Più tardi, fu un importante avamposto dell’impero Khmer di Angkor e ancora uno dei tre regni che governarono sulle rovine di Lan Xang, la terra di un milione di elefanti, fondata da Fa Ngum.

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Affittate una bicicletta e iniziate la vostra esplorazione dei dintorni. Prima di lasciare Champasak e dirigervi verso il Vat Phu, la principale attrazione del luogo, osservate le due belle ville coloniali in muratura che svettano accanto a modeste case in legno della tradizione laotiana. L’edificio bianco è del 1952 ed era il palazzo di Chao Boun Oum, il fratello del re. Una via più in là, un palazzo in stile coloniale francese del 1926 fa bella mostra di sé. Era la residenza di Chao Ratsadanai, il padre del re.

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Costeggiate il Mekong e respirate bellezza. Pedalate con calma per non perdere nemmeno uno degli scorci che si presenteranno dinnanzi ai vostri occhi. Giunti all’incirca 3 chilometri a est di Champasak, noterete dei cartelli che segnalano le rovine dell’antica capitale. Potete deviare nelle campagne e andare alle ricerca di quel che rimane della città vecchia, Muang Kao. Questo insediamento di forma rettangolare lungo 2,3 per 1,8 chilometri è quel che rimane di Shrestpura la capitale del regno mon-khmer di Chenla quando circa 1.500 anni fa quella che è ora Champasak governava sul bacino inferiore del Mekong.
Dopo una decina di chilometri arriverete al Vat Phu, un meraviglioso e antico complesso sacro khmer situato a 1400 metri di altitudine sulle pendici montuose di Phu Pasak. Questo tempio è stato iscritto nel 2001 nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Sebbene di dimensioni ridotte rispetto ai maestosi templi della vicina Angkor in Cambogia, il Vat Phu vi ammalierà con i suoi padiglioni in rovina, il suo lingam di Shiva squisitamente decorato, la sua misteriosa pietra del coccodrillo e i frangipani che si arrampicano sulle pendici del monte a regalare ombra e poesia anche ai viandanti più distratti.
Questo santuario era un importante luogo di culto già verso la metà del V secolo. Come i templi di Angkor, anche il Vat Phu è stato progettato per essere una rappresentazione terrena del monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità. Il Vat Phu era inserito in un progetto urbanistico più amplio che comprendeva una rete stradale, una città, altri edifici di culto e insediamenti di vario genere. Le rovine giunte a noi sono il frutto di secoli di rimaneggiamenti, ampliamenti e ricostruzioni. Gli edifici più recenti risalgono al tardo periodo angkoriano. Nei dintorni di questo santuario si trovano le rovine di altri tre siti archeologici di dimensioni minori, sempre risalenti al periodi di Angkor. Tutti questi resti sorgono lungo l’antica strada reale lunga 200 chilometri che conduceva proprio ad Angkor Vat in Cambogia.
Comprate una bottiglia d’acqua, indossate un cappello a tesa larga e iniziate la vostra scarpinata fino alla cima del santuario. Il Vat Phu si snoda su tre livelli principali che ospitano sei terrazzamenti. Ogni livello si lega al successivo per mezzo di una ripida e dissestata scalinata in arenaria.
Il livello inferiore è caratterizzato da un lungo viale cerimoniale rialzato, puntellato da boccioli di loto in pietra e fiancheggiato da ampi baray (vasche artificiali), irrorati da acque dove fioriscono rigogliosi i fior di loto.
Il livello intermedio ospita due padiglioni quadrangolari in arenaria e laterite finemente scolpiti, il padiglione Nardi dedicato alla cavalcatura del dio Shiva da cui partiva la strada reale che conduce ad Angkor e un’imponente statua di un guardiano dvarapaia, raffigurato eretto, fiero, con in pugno una spada. La statua è molto venerata ancora oggi. Non mancherete di trovare ai piedi del guardiano qualche bastoncino di incenso che brucia profumando l’aria intorno.
Nel livello superiore scorgerete il santuario vero e proprio dove era custodito il lingam di Shiva che, per mezzo di una serie di canali e tubature, veniva irrorato dalle acque della sacra sorgente che sgorga, ancora oggi, dietro l’edificio. Immediatamente alle spalle del santuario, noterete un grosso masso sul quale è scolpita una Trimurti in stile khmer che raffigura la sacra triade hindu formata da Brahma, Shiva Vishnu.
Arrampicatevi sul piccolo sentiero sconnesso che parte da qua fino a scovare un’ampia parete rocciosa sulla quale sono scolpiti una grande impronta del Buddha e un elefante. Poco oltre, in direzione nord, in un’area disseminata di rocce e cumuli di rovine, vedrete due singolari sculture in pietra: la pietra dell’elefante e la pietra del coccodrillo. Si narra che quest’ultima venisse usata per compiere sacrifici umani, ma non vi sono evidenti prove a suffragio. Non molto distante, ammirate i resti di una cella di meditazione e una sezione di una scalinata scolpita nella pietra e incorniciata da due serpenti.

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Avete visto tutto quell che c’era da scoprire. Trovate un posto all’ombra della fitta vegetazione e ammirate la valle ai vostri piedi.

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Prima di inforcare le biciclette e far ritorno a Champasak, deviate per il vicino santuario di Hong Nang Sida che si crede fosse il centro di una seconda città costruita nei pressi del Vat Phu, dopo l’abbandono di Shrestpura. Con buona probabilità, questo secondo insediamento si chiamava Lingapura.
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Cosa fare alla sera a Champasak? 
Andate al cinema o a teatro! Vi sembrerà strano, ma questo minuscolo borgo ospita accanto all’ufficio turistico un piccolo quanto delizioso teatro delle ombre e il cinema Tuktuk. Qui il martedì e il venerdì sera potrete assistere a una rappresentazione della storia epica del Ramayana per mezzo dell’antica arte delle ombre. Nelle sere di mercoledì e sabato viene proiettato all’aperto il film muto Chang: la giungla misteriosa del 1927. Questa pellicola fu diretta dai registi di King Kong e fu candidata alla prima edizione degli Oscar. E’ in assoluto il primo documentario narrativo sulla vita nella giungla nel Sud Est asiatico. Gli autori, Merian C. Cooper Ernest B. Schoedsack, impiegarono una settimana per raggiungere la provincia thailandese di Nan, al confine con il Laos, e ben 18 mesi per girare dal vero tutte le scene più pericolose del film con una camera nascosta a focus fisso. Le alterne vicende della famiglia del carpentiere Kru sono accompagnate da una colonna sonora suonata dal vivo da 14 artisti (musicisti, commedianti e cantanti) della troupe del teatro delle ombre di Champasak. Non perdetevi lo spettacolo!
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Leggi anche: Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

La signora delle Giare, fascino e mistero di un luogo incantato

Phonsavan è la meta ideale dove fare base se si è intenzionati a visitare la vicina Piana delle Giare. La cittadina di per sé non ha grandi attrattive. Si estende su un’area piuttosto vasta e conta due viali principali che corrono paralleli. Nella breve via centrale, si concentrano alcune guesthouse e qualche locale. Alloggiate qua e organizzate con cura la vostra escursione.
Misteriose, antiche ed enormi, le giare sono sopravvissute al tempo, ai bombardamenti della guerra del Vietnam e all’incuria dell’uomo. Alcune, le più piccole, sono state trafugate da collezionisti senza scrupoli ormai molto tempo fa, altre in passato venivano usate dalla popolazione locale come materiale per l’edilizia. Ciononostante ne sono sopravvissute circa 2.500 di grandi dimensioni che, insieme a frammenti e coperchi, giacciono sparse in un’area collinare di centinaia di chilometri quadrati nell’altopiano Xieng Khouangintorno a Phonsavan.
I siti di maggiore interesse sono l’uno, il due e il tre. 175 ordigni inesplosi, eredità della guerra segreta, sono stati rinvenuti e distrutti in queste tre aree. Questa non è una zona dove si può improvvisare un turismo fai da te. Solo 7 siti archeologici sui 90 totali sono stati bonificati. Se decidete di visitare altre aree, accertatevi prima che il terreno sia stato sminato. In ogni caso, non uscite mai dai percorsi segnalati.
La storia delle giare si lega a doppio filo a quella di una donna, l’archeologa francese Madeleine Colani (Strasburgo 1866 – Hanoi 1943).
Le giare furono avvistate per la prima volta da una guardia di confine francese nel 1909. Gli scavi iniziarono nel 1931 sotto la supervisione della Colani che scrisse un dettagliato resoconto del suo lavoro e delle sue scoperte in The Megaliths of Upper Laos nel 1935.
Prima di allora, molte e fantasiose erano le supposizioni che circolavano sull’origine e sull’utilizzo di queste grandi giare in pietra arenaria, alcune alte fino a 3 metri. Secondo la leggenda popolare, sarebbero i resti di un’antica società di giganti. Altri supponevano che fossero contenitori dove venivano conservati cibi e bevande.
Madeleine Colani fu la prima a ipotizzare che le giare risalgano all’Età del Ferro nel sud-est asiatico (dal 500 a.C. al 200 d.C.) e che fossero urne cinerarie. Questa prima supposizione sembra confermata da studi e scavi successivi che portarono al ritrovamento di resti umani e camere funerarie sotterranee.
Al centro della piana, nel sito 1, è presente una grotta naturale che sarebbe stata usata come forno crematorio, grazie a tre fori sulla cima che aspiravano l’aria e fungevano da camino. In questo sito sono presenti 300 giare, tutte piuttosto vicine tra loro. La più grande misura 2,5 metri di altezza per un peso di 6 tonnellate e si narra fosse la coppa della vittoria del leggendario re Kuhn JuanNe noterete una  con un coperchio. Un tempo tutte le giare erano chiuse. La maggior parte dei coperchi però non è sopravvissuta al tempo e all’opera dell’uomo.
Il sito 2 si estende sui versanti opposti di due colline, separate da una gola non molto profonda dalla quale si accede all’area. Qui vedrete un albero che ha saputo crescere all’interno di una giara. Ammirate il paesaggio brullo attorno a voi e le ampie distese di riso.
Il sito 3 si trova nei pressi del villaggio Ban Lat Khai, adagiato tra bucolici scorci e immerso in un assoluto silenzio. Ovunque andrete noterete profondi crateri, segni inequivocabili dei bombardamenti americani risalenti alla guerra del Vietnam.
Quest’area del paese, sebbene sia di enorme interesse e bellezza, è poco visitata, sia a causa dei residuati bellici, sia per la scomodità di arrivare fino a qua in bus. Vi potrà facilmente capitare di essere gli unici visitatori delle giare.

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Se vi avanza del tempo prima di far ritorno a Phonsavan, deviate per Muang Khoun, la vecchia capitale Xieng Khouang, devastata nel XIX secolo dagli invasori cinesi e vietnamiti e poi bombardata a tappeto durante la seconda guerra dell’Indocina. Non mancate di visitare i resti delle due stupe, il That Foun eretto nel 1576 e il That Chom Phet del XVI secolo. Del Wat Phia Wat, costruito nel 1582, non restano che la piattaforma e alcune colonne che fanno da cornice a una statua del Buddha annnerita dal tempo.

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In questa terra povera e rurale, dopo oltre 40 anni dalla fine della guerra del Vietnam si continua a morire a causa delle bombe inesplose. Il Laos vanta il triste primato di essere il paese più bombardato al mondo. Dal 1964 al 1973 sono state sganciate oltre 2 milioni di tonnellate di bombe sul suolo laotiano. Per 9 anni, ininterrottamente, si stima che vi sia stato un bombardamento ogni 8 minuti. Le cluster bombs, le famigerate bombe a grappolo, contenevano al loro interno 670 bombies, bombe grandi come un’arancia pronte a detonare una volta a terra. Tuttavia il 30% di questi ordigni mancò di esplodere, lasciando in eredità ai sopravvissuti oltre 80 milioni di ordigni inesplosi disseminati in tutto il paese. E così, ancora oggi, in tempo di pace si continua a morire a causa di una guerra lontana. Il 40% delle vittime sono bambini. La provincia di Xieng Khouang fu una delle zone più martoriate della nazione. A Phonsavan noterete ovunque vecchi ordigni di guerra esposti nelle vie e nei locali. Non mancate di visitare gli uffici di MAG (Mines Advisory Group) e QLA (Quality of Life Association), entrambi sorgono nella via principale. Il MAG si impegna a rimuovere in modo sicuro gli ordigni inesplosi, ormai dal 1994. Con una donazione di 12$ consentirete la bonifica di una superficie di 10 mq. QLA si occupa di fornire assistenza psicologica, medica e materiale alle vittime delle mine.

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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano)

L’amore ai tempi dei khmer rossi, storia di Bophana e Deth

Bophana nacque nella Cambogia degli anni ’50 nella regione nord occidentale del paese, un’area fertile e verdeggiante dove crescevano rigogliose le palme da zucchero, il riso abbondava e il fiume Tonlé Sap era ricco di pesci. Il padre era un insegnante nell’East Baray. Bophana ricevette una buona educazione, imparò il francese e crebbe nella fede buddhista. All’età di 16 anni si innamorò di un lontano cugino, Ly Sitha. L’amore era ricambiato e le famiglie autorizzarono l’unione. Ly Sitha terminò gli studi superiori presso un monastero buddhista. Una volta tornato a casa, si unì a Bophana nei preparativi delle loro nozze. Non fecero in tempo a sposarsi che la Cambogia precipitò in un incubo. Il re Sihanouk fu deposto da un colpo di Stato e fuggì all’estero. Furioso, in un messaggio radio dalla Cina, diede il proprio sostegno alla fazione dei khmer rossi. Gli Stati Uniti d’America appoggiarono il nuovo governo di Lon Nol, i comunisti del Vietnam fecero l’opposto fornendo supporto ai khmer rossi.  La guerra, dal Vietnam e dal Laos, arrivò anche in Cambogia. L’esercito cambogiano, il cui acronimo era FANK, venne sconfitto in Baray. Per il resto della guerra questa regione sarà nelle mani dei comunisti. La famiglia di Bophana dovette separarsi. Ly Sitha diventò un monaco novizio per sfuggire all’arruolamento e disse addio alla sua amata. Bophana, nel caos del momento, venne stuprata da un soldato della FANK. Un paio di mesi più tardi scoprirà di essere incinta. La guerra fece di lei una madre sola e una profuga. Si trasferì con le sorelle a Phnom Penh dove sopravvisse vendendo i pochi averi della famiglia al mercato centrale. Nel frattempo si diede da fare per cercare un lavoro fisso, senza però alcuna fortuna. Gaetana Enders, la moglie italiana dell’ambasciatore americano Thomas Enders, fondò una charity per aiutare le vedove di guerra. Bophana senza esitazioni bussò alla porta dell’organizzazione con il figlio appresso. Poco tempo dopo venne assunta, imparò velocemente l’inglese e lavorò come interprete. Un giorno al Wat Lanka riconobbe tra i monaci in preghiera Ly Sitha. Non c’erano speranze per il loro amore e furono costretti a separarsi una seconda volta.
Il 17 aprile 1975 i khmer rossi espugnarono Phnom Penh e ne ordinarono l’immediata evacuazione, tutti dovevano fare ritorno ai propri villaggi d’origine. E Bophana si incamminò verso il Baray, dove venne costretta a duri lavori forzati. Nella Cambogia dei khmer rossi erano vietate comunicazioni con l’esterno, le frontiere vennero chiuse, il denaro e i commerci aboliti, le pagode dismesse, letterati medici insegnanti e monaci erano guardati con sospetto perché rappresentanti del vecchio potere. Nella Kampuchea Democratica la fedeltà ad Angkar, l’organizzazione, era tutto. Il mito dell’autosufficienza del paese veniva propagandato senza sosta e il lavoro aveva un’importanza centrale.
Ly Sitha riapparve nella vita di Bophana un giorno senza preavviso. Non indossava più la kesha dei monaci, ma vestiva l’uniforme nera dei khmer rossi. Adesso si faceva chiamare Deth e lavorava per il Ministro dell’Economia a Phnom Penh. Aveva usato la propria posizione per ritrovare l’amata. L’aveva cercata per tutta la Cambogia. Disse a tutti che Bophana era sua moglie e riuscì ad ottenere per lei mansioni meno faticose e dosi di cibo più abbondanti. Deth dovette fare ritorno a Phnom Penh. I due amanti si scambiarono una fitta, struggente e meravigliosa corrispondenza d’amore. Entrambi erano consapevoli del rischio che correvano: le lettere private erano vietate. Appena possibile Deth faceva ritorno in Baray. A causa di un raccolto misero, le condizioni di vita per i lavoratori si inasprirono ulteriormente. Bophana si accorse di essere incinta, ma per il troppo lavoro e il poco cibo perse il bambino a gravidanza avanzata.
Accidentalmente la corrispondenza tra Deth e Bophana venne scoperta. Deth fu giustiziato. Tra i capi di imputazione a suo carico figuravano l’aver ricevuto illegalmente lettere d’amore, l’aver nascosto la propria istruzione (le missive erano scritte in francese, inglese o khmer) e soprattutto l’aver amato una donna più di Angkar e della rivoluzione.
Bophana venne arrestata, condotta a Phnom Penh e imprigionata nel carcere di massima sicurezza S-21 (per saperne di più) dove giunse il 10 ottobre del 1976. Per cinque mesi fu brutalmente torturata e costretta a “confessare” di essere una spia della C.I.A. Alla fine fu uccisa e gettata in una fossa comune. Aveva 25 anni ed era colpevole di essere una donna forte, indipendente e di aver osato amare.
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La storia di Bophana fu scoperta da un’altra donna coraggiosa, la giornalista statunitense Elizabeth Becker, che la ripercorre in un breve libro monotematico e in When the war was over, un romanzo interamente dedicato alla Cambogia dei khmer rossi.
Da questo romanzo è stato tratto un film, girato in lingua khmer, che viene proiettato due volte al giorno al Museo del genocidio, ex S-21. Il regista, Rithy Panth, ha fondato  anche il Bophana Audiovisual Resource Center che recupera e conserva materiale audiovisivo sulla storia recente della Cambogia.
Duch, il comandante di S-21, è uno dei pochi appartenenti ai khmer rossi ad essere stato portato di fronte a un tribunale nel 2008. E’ stato condannato all’ergastolo.

Battambang, la città del bastone perduto: cosa vedere in un giorno

I suoi abitanti con fierezza asseriscono che la provincia di Battambang produca il riso più delicato, le noci di cocco più dolci, le arance più succose e i manghi più saporiti. Di certo l’area è una zona molto fertile e la provincia viene spesso soprannominata la ciotola di riso della Cambogia. Confina con la Thailandia e a est si affaccia sul lago Tonlé Sap.
Il capoluogo, l’omonima città di Battambang, è adagiata lungo il fiume Sangker che sgorga dai vicini Monti Cardamomi. Ha il fascino decadente delle ex città coloniali. In Cambogia c’è una storia per tutto e ce ne sono addirittura un paio che narrano la fondazione della città. Il nome di Battambang si crede derivi da bat, “perdere”, e dambang, “bastone”. Secondo una leggenda un antico re khmer lanciò il suo bastone dalla città di Angkor fino a Sangker, nell’area dell’odierna Battambang, dove si sarebbe perso. Secondo un’altra versione, la fondazione della città risalirebbe a un contadino che un giorno, mentre pascolava il suo gregge di vacche, trovò un bastone e si accorse ben presto che aveva poteri magici che usò per spodestare il re e impadronirsi del trono. Il principe ereditario riuscì a fuggire nella giungla e si unì ad un gruppo di monaci. Un indovino predisse al nuovo re che il suo regno sarebbe durato 7 anni, 7 mesi e 7 giorni e che un saggio a dorso di un cavallo bianco, vestito con abiti regali arancioni, lo avrebbe scacciato. Decise di mandare a tutti i saggi del paese un invito per recarsi a corte. Con l’inganno li avrebbe poi fatti uccidere. Anche il principe ereditario si mise in cammino. Lungo la strada incontrò un viandante che gli offrì il proprio destriero bianco e una veste arancione in modo che potesse presentarsi degnamente al sovrano. Appena giunto a corte il re lo riconobbe e scagliò il suo bastone contro il giovane, ma lo mancò e finì lungo le rive del Sangker. Il re si diede alla fuga e il principe riconquistò il governo della città. Quale versione vi piace di più?
Quando entrerete a Battambang vedrete nella rotonda principale una statua che rievoca la fondazione mitica della città.

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Cosa fare a Battambang se avete un solo giorno a disposizione?
Andate sul sito www.ka-tours.org e scaricate gratuitamente l’itinerario delle passeggiate nella zona storica della città. L’organizzazione KA Architecture Tours in collaborazione con le autorità cittadine di Battambang ha creato questi itinerari dedicati sia al periodo francese sia all’architettura degli anni ’60. Questo vi impiegherà mezza giornata all’incirca.
Da non perdere la Residenza del Governatore, un bell’edificio a due piani con persiane in legno. Fu progettato da un italiano per volere dell’ultimo Governatore thailandese di Battambang che abbandonò la città nel 1907.
Affittate poi una bici e recatevi appena fuori città a visitare il Wat Ek Phnom, un bel tempio con pregevoli bassorilievi. Godetevi il paesaggio lungo la via e la vista di risaie, villaggi e vita rurale.
Battambang è la base ideale se siete interessati a vedere il treno di bambù, una struttura in bambù lunga 3 metri e appoggiata su due carrelli. Il veicolo era usato come mezzo di trasporto (poteva portare fino a 3 tonnellate di riso) e raggiungeva una velocità di 15km/h. Era un sistema di trasporto a binario unico. Quando due vagoni si incontravano quello con il carico minore veniva rapidamente smontato e spostato accanto al binario per far passare l’altro. Il treno di bambù è ormai obsoleto ma resiste come attrazione turistica. La struttura originaria è stata eliminata. Un binario di qualche centinaia di metri è stato ricostruito ad uso esclusivo dei turisti. Noi abbiamo scelto di non visitarlo e di recarci invece all’ospedale che costruì Emergency (https://www.emergency.it/) a Battambang e che dal 2012 è passato in gestione alle autorità locali.
La Cambogia è stata duramente segnata dalla guerra. Si stima che nel paese siano ancora disseminate tra i 4 e i 6 milioni di mine antiuomo e che serviranno 200 anni per bonificare le campagne. Tutto è reso più complicato dalle forti piogge e dagli smottamenti del terreno. L’uso delle mine iniziò con gli americani che tentarono in questo modo di interrompere il sentiero di Ho Chi Minh. Una fascia di terra lunga 700 km al confine con la Thailandia è stata minata dall’esercito vietnamita. Dopo il ritiro dei vietnamiti, altre mine ancora vennero disseminate un po’ ovunque dal governo e dai khmer rossi. La guerra continua quindi a mietere ancora vittime innocenti in una nazione ora in pace. Nel paese vivono 40.000 mutilati. Li vedrete nelle campagne e agli angoli delle strade. Ogni mese in media 15 cambogiani perdono la vita o un arto saltando su una mina. Dal 1998 al 2012 Emergency ha edificato e gestito un Centro chirurgico a Battambang intitolato ad Ilaria Alpi, cinque posti di primo soccorso nel distretto di Samlot e due cliniche mobili per prestare assistenza alle vittime delle mine e per la cura di malattie quali la malaria, la tubercolosi e il tifo. Emergency ha curato 383.762 persone (dati al 30 giugno 2011). In un paese rimasto senza medici e infermieri, sterminati perché distanti dal folle ideale rurale della rivoluzione di Pol Pot, Emergency ha giocato un ruolo cruciale in una delle aree più martoriate dalle mine. Da sostenitrice di Emergency è stato un onore poter vedere un’ospedale dell’associazione. Grazie!
Nel 1997 oltre 100 paesi, tra i quali la Cambogia e l’Italia, hanno sottoscritto il Trattato di Ottawa che vieta la produzione, il deposito, la vendita e l’uso delle mine antiuomo. I principali tre paesi produttori di mine, Cina, Russia, Stati Uniti, non hanno siglato l’accordo.

Come sopravvivere a Siem Reap

Siem Reap è la base ideale dove fare tappa se si è interessati a visitare il sito di Angkor. E’ una città caotica, turistica, poco poetica, artificiosa e a tratti pacchiana. Il primo impatto non è stato decisamente buono per me, ma la visita ad Angkor vi permetterà di sopportare il turismo a tratti cafone di Siem Reap.
Bando ai pregiudizi, affittate una bicicletta e fate un giro in città. Concedetevi la possibilità di cambiare opinione e di essere smentiti da Siem Reap. Almeno così ho fatto io. Mi sono ricordata del buon Tiziano Terzani e di quanto scriveva in Un indovino mi disse: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.
Quindi con una pala metaforica, una bicicletta a disposizione e una mappa della città mi sono messa a scavare!
Cosa fare a Siem Reap?
Innanzitutto recatevi in Street 60 e procuratevi i biglietti per Angkor. Dovrete arrivare al sito di Angkor esibendo già i biglietti. Banalmente i biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor!
Tornate in centro e fate un giro al Psar Chaa, il mercato vecchio della città. Visitate il Wat Dam Nak che fu la residenza reale durante il regno del sovrano Sisowath. Oggi l’edificio ospita il Centre for Khmer Studies, un’istituzione indipendente che promuove lo studio della cultura khmer. E’ possibile accedere alla biblioteca di ricerca. Vi sarà richiesto di registrarvi all’ingresso. Vale la pena recarsi al Wat Thmei dove è stato eretto uno stupa commemorativo che contiene teschi e ossa delle vittime dei khmer rossiWat Thmei venne trasformato in una prigione dal regime e qui circa 8.000 persone vennero barbaramente uccise.

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La parte più moderna e mondana della città è sicuramente formata dal Night Market, da Pub Street e da King’s Road. Qui troverete locali alla moda, ristoranti internazionali, bar, pub, bancarelle e negozi di souvenir e oggettistica.
E’ sempre difficile orientarsi in una nuova città e consumare in modo responsabile. Vi aiuterà di certo visitare la sede di ConCERT in 306 Street 09 Siem Reap, un’organizzazione che mette in contatto i turisti con progetti filantropici condotti in zona. Sul sito dell’associazione trovate informazioni utili su diverse tematiche, dall’ecoturismo, al volontariato, al comportamento da tenere quando si incontrano bambini per strada che chiedono l’elemosina (http://concertcambodia.org/).
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In Street 60 sorge AHA Fair Trade Village, un mercato di artigianato locale. Qui potrete acquistare souvenir cambogiani prodotti in Cambogia. Sembra banale, ma non lo è. All’AHA Village ho appreso che Siem Reap ospita 5.000 artigiani, ma che l’80% dei souvenir in vendita in città è importato da paesi vicini (principalmente Cina e Vietnam) o fatto su scala industriale. Siem Reap è la terza provincia più povera del paese. Più di 4 milioni di cambogiani vivono con meno di $1,25 al giorno e l’80% della popolazione vive in zone rurali. Ogni anno i turisti spendono all’incirca $100 milioni in souvenir nella sola Siem Reap. AHA si impegna ad aiutare gli artigiani e le comunità locali ad avere la giusta remunerazione. Cercate il simbolo dell’associazione nei negozi che vendono souvenir.
In città ci sono altri esercizi che promuovono un commercio equo e rispettoso, tra questi IKTTMekong QuiltsI, Rajana Smateria. Anche se siamo solo di passaggio, proviamo a lasciare un’impronta positiva. Orientarsi nella giungla del turismo e di un consumismo sfrenato è tutto tranne che facile.
Dedicate all’esplorazione della città mezza giornata e poi recatevi a visitare il sito di Angkor senza rimpianti (Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor).

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 Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo

Molto tempo fa Bali, uno dei quindici giudici degli inferi, riuscì ad ottenere da Brahma la sovranità sui tre mondi, Cielo, Terra e Inferi. In poco tempo divenne così arrogante da credersi superiore agli dei (deva). I deva, spodestati e preoccupati, si rivolsero a Vishnu supplicandolo di ristabilire l’equilibrio cosmico.
Vishnu non rimase sordo all’appello. Nacque come Vamana, un nano appartenente alla casta dei brahmani. Vamana il santo si presentò al cospetto di Bali che lo accolse con benevolenza. Bali rimase sorpreso dalle conoscenze e dalla spiritualità di Vamana, al quale fece grandi offerte che vennero puntualmente rifiutate. Vamana chiese che gli venisse concesso un pezzo di terra grande appena tre passi in cui poter meditare.  Bali acconsentì di buon grado. Vamana, sotto gli occhi increduli del suo ospite, crebbe e si trasformò in un gigante. Con il primo passo coprì la terra intera, con il secondo il Cielo e con il terzo passo pose il piede sulla testa di Bali facendolo sprofondare agli Inferi.
Bali ammise la sconfitta, si prostrò ai piedi di Vishnu in adorazione. Vishnu riconobbe le virtù del suo avversario, gli lasciò il governo sugli Inferi e gli concesse la possibilità di ritornare sulla Terra tra la sua gente una volta l’anno a novembre nel giorno di luna piena.
In seguito a questo episodio Vishnu è talvolta chiamato Trivikrono o Dio dei tre passi.
Questa bella leggenda è narrata tramite una serie di bassorilievi in uno dei templi minori del sito di Angkor, il Prasat Kravan eretto nel 921 d.C. e votato al culto hindu. L’edificio, in mattoni rossi, conta cinque torri disposte sull’asse nord-sud e rivolte a est. Probabilmente l’edificio non fu commissionato dalla famiglia reale. Sulla parete di fondo della torre centrale è ritratto Vishnu con otto braccia, su quella di sinistra si scorgono fini bassorilievi che ritraggono il dio intento a compiere i tre passi con cui rivendicò il possesso del mondo, sulla parte di destra Vishnu cavalca garuda, una creatura mitica per metà uomo e per metà uccello.
Tra le tante meraviglie di Angkor, questo tempio minore e decisamente modesto merita una gita non fosse che per scoprire la storia del nano Vamana.