“Volete buoni operai? Istruiteli!”, a giro per il Villaggio Leumann

Alle porte di Torino, nel vicino comune di Collegno, sorge il Villaggio Leumann, un quartiere operaio costruito tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento per volere di Napoleone Leumann, un visionario imprenditore tessile di origine svizzera. Il complesso è un ottimo esempio di edilizia industriale, magistralmente trasformata in arte, e risulta armoniosamente integrato nel tessuto urbano circostante. L’ingegnere Pietro Fenoglio (Sulle tracce di Pietro Fenoglio: cosa fare in un pomeriggio a Torino) fu chiamato a completare il progetto. Il plesso si rifà all’architettura piemontese del periodo con commistioni di elementi svizzeri e Liberty.

Occupa un’area di 60.000 metri quadrati e ospita circa 60 edifici per un totale di 120 alloggi.
Il Cotonificio è il centro del villaggio: a est e ovest, sorgono due comprensori abitativi. L’accesso principale dà su corso Francia.

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Mappa del Villaggio

Nel suo periodo di massimo sviluppo, dava lavoro a 1.700 dipendenti, circa 750 dei quali residenti nel Villaggio. I preziosi filati venivano venduti sul mercato nazionale e internazionale (Asia, Australia, America meridionale). La crisi degli anni ’70 del Novecento determinò la chiusura del Cotonificio. Gli immobili divennero di proprietà del comune di Collegno che si erse a garante della salvaguardia del luogo e si prodigò ad assegnare le unità abitative a privati, secondo le norme dell’edilizia popolare. Nel corso degli anni numerose opere di restauro sono state compiute per preservare la bellezza del borgo.
Leumann apparteneva a una generazione di imprenditori illuminati e filantropi  che si ponevano, tra gli obiettivi, quello di offrire condizioni igieniche, sociali, sanitarie, di vita e di lavoro decorose ai propri dipendenti. Insomma era un precursore ante litteram del work-life balance e dell’imprenditoria sociale, come direbbe un buon manager  moderno.
A Collegno si predilessero villette plurifamiliari indipendenti con giardino ai grandi e anonimi edifici a caserma, tanto in voga ai tempi per l’edilizia popolare.

Nel Villaggio era mantenuta la vicinanza abitativa tra operai, impiegati e dirigenti, ma vigeva l’assegnazione delle case secondo graduatorie di merito. Le villette presentavano un’architettura funzionale avanguardistica per l’epoca: tutti gli edifici erano strutturati su due piani fuori terra, erano circondati da orto e giardino recintati e potevano vantare servizi igienici, legnaia, lavatoio e cantina.

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Il lavatoio, coperto da una tettoia e provvisto di due vasche, una per l’acqua calda, una per l’acqua fredda

Napoleone Leumann incentivava la cura degli orti-giardino mediante concorsi a premi.
Il Villaggio era una vera e propria città in miniatura e comprendeva una vasta rete di servizi. Non poteva quindi mancare una scuola (1903): l’edificio ospitava sei classi elementari e, al piano terreno, l’Asilo Infantile Wera, intitolato alla figlia dell’imprenditore, prematuramente scomparsa.  Nel cortile sorgeva una palestra. L’istituto era frequentato da 200 bambini, di ambo i sessi. Alla sera venivano istituiti corsi e lezioni per adulti. I libri di testo erano distribuiti gratuitamente. Tutti potevano accedere alla biblioteca e borse premio venivano promosse al fine di incoraggiare lo studio e sovvenzionare le famiglie. Leumann attribuiva grande importanza all’istruzione: “Volete buoni operai? Istruiteli”. Si spese affinché venissero applicati metodi d’insegnamento moderni che affiancavano allo studio, la ginnastica, il giardinaggio, le passeggiate, il gioco, il canto e il disegno allo scopo di promuovere uno sviluppo olistico (intellettuale, fisico e morale) dei bambini. Venivano insegnati anche i mestieri (tessitura, falegnameria, meccanica).

Vi era anche un Ufficio Poste Telegrafo, ancora in uso oggi giorno. La palazzina ospitava, al piano superiore, l’abitazione del direttore e, al piano terreno, gli uffici. Se ancora ce ne fosse bisogno, ennesima testimonianza della natura sociale del progetto.

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L’Ufficio Postale, ancora in uso

Non poteva mancare un luogo di culto. Tra il 1907 e il 1912, Napoleone Leumann fece erigere la Chiesa di Santa Elisabetta che domina una delle due piazze della borgata. Leumann era di fede protestante, ma fece costruire una chiesa per il culto cattolico rispondendo alle istanze dei suoi dipendenti. La struttura, progettata da Pietro Fenoglio, è un piccolo gioiello liberty. Alterna fasce orizzontali in cemento ad altre in mattoni rossi. Ha un ingresso porticato, sormontato da un’ampia vetrata policroma. E’ abbellita da due campanili e fu intitolala a Santa Elisabetta, in onore della madre di Leumann. Fu dotata di un impianto di riscaldamento, di tutti gli arredi e di un organo. Il parroco risiedeva nel Villaggio e veniva stipendiato dallo stesso Napoleone che provvedeva anche a coprire le spese connesse alle funzioni liturgiche.

In Corso Francia si può ammirare la Stazionetta, restaurata nel 1998. La linea ferroviaria, dotata di locomotive a vapore, metteva in comunicazione Torino e la Francia e venne elettrificata nel 1914.

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La Stazionetta

Nel comprensorio est sorgeva il Convitto delle Giovani Operaie, inaugurato nel 1906. La struttura ospitava ragazze, tra i 13 e i 20 anni, che per lavoro erano costrette a vivere lontano dalle famiglie. Le operaie, versando una retta relativamente esigua, avevano assicurati un letto, tre pasti al giorno e biancheria pulita. L’edificio, su tre piani disposti a U intorno alla piazza, poteva ospitare fino a 250 ragazze.

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Il Convitto delle Giovani Operaie

Vicino alla scuola e alla chiesa, sorge un edificio su tre piani, di dimensioni maggiori rispetto alle unità abitative. Qua avevano casa il Circolo degli Impiegati e la Cooperativa Alimentare. Il secondo e il terzo piano del complesso accoglievano gli alloggi degli impiegati. Il piano terreno era la sede del loro circolo. Qui si svolgevano attività ricreative e culturali, vi era una sala lettura e una biblioteca, un locale biliardo, una sala gioco e la sala buffet.
Sempre al pian terreno vi era la Cooperativa Alimentare del Villaggio: i dipendenti della filanda potevano acquistare generi alimentari a prezzi contenuti, senza dover raggiungere altri centri abitativi. Fu ideato un sistema di sconti, buoni e monetazione a uso interno per poter acquistare presso lo spaccio e consumare i pasti presso la mensa.

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Circolo Impiegati – Cooperativa Alimentare

E’ possibile visitare gratuitamente e in autonomia il Villaggio Leumann. Le costruzioni sono ben segnalate. Per gruppi di almeno 8 persone, è possibile prenotare una visita guidata, promossa dall’Associazione Amici della Scuola Leumann. La visita non è a pagamento, ma è gradito un piccolo contributo per sovvenzionare l’associazione che si spende per mantenere viva la storia e l’essenza del Villaggio. Per i singoli sono previste visite guidate ogni prima domenica del mese (esclusi i mesi di gennaio e agosto) con partenza alle ore 15 dalla Casa Museo di Corso Francia 347 di Collegno. Per maggiori informazioni consultare il sito Internet: http://www.villaggioleumann.it/

Personalmente ho molto gradito la mia escursione domenicale alla scoperta di questo Villaggio e del modello economico, sociale e architettonico che lo ha animato. Non può che far bene riflettere, oggi più che mai, sul ruolo che l’economia gioca sulle nostre vite e sull’organizzazione sociale moderna. In attesa di costruire tempi migliori che pongano l’uomo al centro, in armonia con l’ambiente, e il profitto al servizio di una crescita vera, culturale, inclusiva, morale vale la pena fare una gita al Villaggio.

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NonUnoMeno, social bar ad Alassio

“Tutti gli uomini, non uno di meno, devono poter essere soggetti attivi della società, devono poter creare per essere ed esserci. Il lavoro come atto creativo è un elemento fondamentale del processo d’identità, crescita e autonomia di ogni individuo. Per i soggetti con “bisogni speciali” il lavoro diventa terapia riabilitativa perché promuove, grazie a contesti produttivi attenti, esperienze d’inclusione ed integrazione”.
E questa è la filosofia che anima il NonUnoMeno social bar di Alassio. Questo esercizio commerciale, aperto dal martedì al sabato dalle ore 9 alle 19, è situato al quarto piano dell’edificio che ospita la biblioteca civica Deaglio in piazza Airaldi e Durante, 7. Si affaccia sul mare e offre una vista incantevole dalle sue finestre.
Qui vi lavorano, con grande passione, 25 ragazzi con disabilità supportati da due terapisti occupazionali e da un coordinatore. Questo social bar è un meraviglioso esempio di impresa sociale con un alto livello di inclusione. E’ una preziosissima opportunità di apprendimento e di crescita per i ragazzi, ma anche per i clienti. E’ un laboratorio semi-protetto che offre esperienze pratiche in un contesto reale e stimola la comunicazione e la relazione.
Il fine di questo esperimento è quello di far vivere ai ragazzi un’esperienza di successo attraverso il compimento di un lavoro manuale (cucina, servizio in sala, cura e pulizia dei locali), accrescendo così la loro autostima, la conoscenza di sé e delle proprie capacità. Gli obiettivi del progetto possono sunteggiarsi nel seguenti punti:
– sostenere la formazione continua di giovani disabili e non;
– accrescere le competenze professionali dei ragazzi;
– creare possibilità di inserimento socio-lavorativo;
– divenire sede di borse di lavoro per ragazzi disabili e non.
E’ uno dei miei locali preferiti. Immancabilmente ci torno con grande gioia ogni volta che sono a giro per Alassio. E’ una carezza all’anima. Sempre ne esco rigenerata e confortata, ristorata da tanta gentilezza e umanità. E’ una tappa obbligata quando si ha bisogno di delicatezza e di un contatto umano di qualità.
Il NonUnoMeno ha inaugurato nel novembre 2013 grazie alla collaborazione e all’aiuto economico del Comune di Alassio, della Scuola Alberghiera e della Cooperativa Jobel. Dal novembre dell’anno successivo è entrata a far parte del progetto l’ANFFAS Onlus di Albenga che gestisce il Centro Socio-Riabilitativo E. Simoni per disabili in età giovanile o adulta.
Al servizio di caffetteria e bar, si è aggiunto il servizio ristoro in pausa pranzo. In menù è sempre presente un’ottima alternativa vegetariana.
Il nome NonUnoMeno è preso in prestito dal film Non uno di meno di Zhang Yimou del 1999, pellicola premiata con il Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia che mette l’accento sull’importanza e l’unicità di ogni individuo. Impronte colorate di mani sono invece il simbolo del bar. Le pareti del locale sono decorate con poster e lavagne sulle quali sono state scritte frasi scelte dai ragazzi che qui lavorano.
“L’uguaglianza deve essere quella delle opportunità, non può essere ovviamente quella dei risultati”, un aforisma di  John Dryden scritto con il gesso su una lavagna all’ingresso del bar. Una frase che ben riassume quel che si fa qua.
Se capitate da queste parti, fermatevi. Ne vale la pena.

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Non uno meno ad Alassio
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Non uno meno ad Alassio
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Colazione sul mare
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Il mare dalla finestra
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In volo
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Le frasi scelte dai ragazzi

 

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Le frasi scelte dai ragazzi
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Le frasi scelte dai ragazzi
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Le frasi scelte dai ragazzi

 

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Al bar

 

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Al bar
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Al bar

 

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L’edificio che ospita la biblioteca e il bar in piazza Airaldi e Durante ad Alassio

Fotoracconto del Viet Nam

A volte molto più di un racconto fa una fotografia che ferma in un’istantanea un momento, racconta un volto, cattura una scena che, uguale, non si ripeterà più.
Le fotografie sono belle da vedere subito, appena sviluppate, e ancor più belle da gustare con il trascorrere del tempo. Fanno rivivere luoghi e tempi passati, non permettono ai ricordi di sbiadire.
Migliore del mio racconto a parole del Viet Nam è il racconto in immagini di mio marito. Qui il link al suo foto album. Sono sicura che sfoglierò queste pagine con gioia crescente mano a mano che i mesi passeranno. Buona visone!
https://www.flickr.com/photos/47665124@N07/albums/72157678138194741

Tilon-ki-Pol: storia di un portale e della sua astuta committente

Poco più di un anno fa, mio marito ed io ci trovavamo in Rajasthan, nella città di Jaisalmer e proprio qua mi sono imbattuta in una storia che mi ha colpito ed è rimasta tra le pieghe della memoria fino ad oggi. E’ stato questo forse il primo momento in cui mi è sovvenuta l’idea di aprire un blog di viaggio per raccogliere, tra le sue pagine virtuali, le storie che si scoprono a giro. Il racconto era bello e avrei voluto scriverne per non dimenticarlo, per conservarne un ricordo fedele in grado di sconfiggere l’oblio del tempo. Ho pensato che avrei riletto quelle righe con piacere in futuro. La storia e la sua protagonista meritavano di sopravvivere perché avevano ancora qualcosa da insegnare. Inoltre pensai che una storia così fosse preziosa e non dovesse rimanere solo a me. Avrei voluto condividerla.
Il blog è stato chiuso nel cassetto dei buoni propositi fino a un paio di mesi fa. Ora che è diventato realtà posso narrare la storia che avrebbe dovuto inaugurare questo diario elettronico. La narrerò fedelmente così come è stata raccontata a me. L’ho trovata accennata appena in qualche guida e in qualche libro, liquidata troppo in fretta in poche righe.
Jaisalmer è una visione mozzafiato, è un enorme castello di sabbia arroccato sulla Collina di Trikuta ad 80 metri di altezza. E’ nota come la Città d’Oro perché al calar del sole le sue case, costruite in arenaria gialla, scintillano come oro. E’ una apparizione per chi giunge dal deserto ed evoca antichi splendori ed esotiche piste di carovane. Novantanove immensi bastioni circondano le vie del forte, abitato ancora oggi. Poco a sud della cinta muraria si trova un imponente lago artificiale che in passato riforniva d’acqua la città. Questo bacino venne fatto costruire nel 1367 dal maharaja Gadsi Singh. Per accedervi si deve oltrepassare il portale Tilon-ki-Pol, la cui storia viene tramandata da secoli.
Si narra che molto tempo addietro giunse a Jaisalmer dal vicino Pakistan una donna di rara bellezza. Ben presto riuscì ad entrare nelle grazie del maharaja e degli uomini più facoltosi della città. In fretta crescevano le ricchezze e l’influenza della donna. Divenne presto la concubina preferita del maharaja, suscitando invidie e gelosie.
La donna sentiva il tempo passare. Aveva accumulato ricchezze ingenti, ma non aveva accanto a sé una famiglia o dei figli a cui lasciarle. Non avrebbe potuto far ritorno in Pakistan. Nessuno la attendeva più. Temeva, dopo la sua morte, di non essere ricordata da alcuno. Decise quindi di spendere le sue ricchezze per il bene della comunità, costruendo un’opera che sarebbe rimasta nel tempo e che avrebbe parlato di lei ai posteri. Presentò il progetto per costruire un portale di accesso al bacino idrico, il luogo fulcro della vita cittadina. In fretta si sparse la voce e il malcontento crebbe tra la gente che non voleva recarsi al lago passando sotto una porta eretta da una prostituta. Una delegazione si recò dal maharaja e con un’astuta lamentela provò a fermare i lavori: “Maharaja, cosa penseranno di te che per recarti al lago dovrai chinare la testa sotto un portale costruito da una donna? Penseranno forse che tu sia meno potente di lei?”. Il maharaja rimase colpito da queste osservazioni, ma era un uomo giusto e non voleva ferire la sua amante. Alle orecchie della donna giunse il racconto di quanto successo. Non volle darsi per vinta ed escogitò un piano. Fece cambiare il progetto originale del portale, ordinando che sulla sua sommità venisse eretto un tempio dedicato a Krishna. Nessuno più avrebbe osato fare abbattere il portale. Il maharaja recandosi sulle rive del lago avrebbe, agli occhi di tutti, chinato la testa a Krishna.
Il portale di Tilon-ki-Pol svetta ancora oggi.

PS Se interessati, trovate qua un racconto fotografico del nostro viaggio in Rajasthan: https://www.flickr.com/photos/47665124@N07/albums/72157663049520239

(Ph Emiliano Allocco)

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Il portale di Tilon-ki-Pol

Benvenuti nell’anno del Gallo di Fuoco

P.S. Ho sposato una capra. Questo almeno secondo l’oroscopo cinese. Qualche avvisaglia l’avevo avuta anche qua in Occidente. Ma adesso posso vantare prove inconfutabili!
Le considerazioni finali in coda a questo articolo erano così affascinanti che non ho proprio potuto relegarle alle ultime righe. Ho dovuto, ahimè, saltare alle conclusioni dal principio. Perciò questo sarà uno scritto fantasioso che comincia dal finale, che continua cercando il capo del discorso e oscilla per tutto il tempo tra storia e leggenda, prediligendo la seconda. Inauguriamo quindi il primo articolo fantasiosamente disordinato del blog.
Oggi, sabato 28 gennaio 2017, entriamo ufficialmente nell’anno del Gallo di Fuoco. La Festa di Primavera o capodanno lunare, meglio noto in Occidente come capodanno cinese, è forse la festività tradizionale più sentita in Oriente. Dà avvio al nuovo anno secondo il tradizionale calendario lunisolare cinese. Il capodanno lunare viene celebrato in molti altri paesi nell’Estremo Oriente (Corea, Mongolia, Nepal, Bhutan, Vietnam dove prende il nome di Tết Nguyên Ðán) e dalle comunità cinesi sparse ovunque nel mondo. I vietnamiti si preparavano al Tết già un mese fa al tempo del nostro viaggio: molte persone incontrate a giro ci raccontavano cosa avrebbero fatto durante il Tết, qualcuno ci diceva di aver acquistato il biglietto del treno per tornare a casa mesi prima per evitare il rialzo dei prezzi e scongiurare l’overbooking, qualche decorazione era già in vendita sui banchi dei mercati. Che meraviglia!
I mesi, secondo il calendario lunisolare, iniziano in concomitanza  del novilunio. Il nuovo anno coincide con la seconda luna nuova dopo il solstizio d’inverno. Può quindi cadere tra il 21 gennaio e il 19 febbraio del calendario gregoriano. Le festività si prolungano per quindici giorni e si concludono con la tradizionale Festa delle Lanterne. Durante questo periodo in molti fanno ritorno a casa e visitano i parenti. I trasporti sono congestionati e i biglietti dei mezzi di trasporto arrivano a quadruplicare il loro costo.
L’origine della Festa di Primavera risale ai tempi antichi quando, secondo la leggenda, viveva in Cina un mostro noto con il nome di Niam che usciva dalla sua tana una volta all’anno per cibarsi di esseri umani. Gli uomini scoprirono che Niam era terrorizzato dai rumori forti e dal colore rosso. Una volta ogni 12 mesi, in concomitanza con l’uscita di Niam dal letargo, presero a cantare, festeggiare, strepitare, danzare, sparare fuochi d’artificio in cielo e ad addobbare i villaggi con decorazioni di colore rosso.
Il calendario lunisolare cinese è il più longevo registro cronologico nella storia e parte nel 2637 a.C. quando venne introdotto il primo ciclo zodiacale. Un ciclo completo dura 60 anni ed è composto da 5 cicli semplici di 12 anni ciascuno. I 5 cicli fanno riferimento agli elementi che in Oriente sono appunto 5 e non 4: Legno, Fuoco, Terra, Metallo, Acqua. Ad ogni anno di un ciclo è attribuito un animale. Un altro ciclo su cui si basa l’astrologia cinese è di due anni: il primo Yin, il secondo Yang. Gli anni corrispondenti a Topo, Tigre, Drago, Cavallo, Scimmia e Cane sono anni yin. Gli anni corrispondenti a Bue, Coniglio, Serpente, Capra, Gallo e Maiale sono anni yang.
Esistono diverse leggende che narrano l’origine dello zodiaco. La più nota è probabilmente quella che vede come protagonista il Buddha il quale, presagendo che il suo tempo sulla terra stava volgendo al termine, decise di chiamare intorno a sé tutti gli animali. Se ne presentarono soltanto 12. Per premiarli della loro fedeltà, il Buddha decide di chiamare ogni anno del ciclo lunare con il nome dei 12 animali accorsi al suo capezzale. Il topo, furbo e lesto, giunse per primo. Il diligente bue arrivò secondo, seguito dall’intrepida tigre e dal pacifico coniglio. Il forte drago e l’agile serpente arrivarono rispettivamente quinto e sesto. Il cavallo, fiero e atletico, fu settimo. L’elegante capra ottava. Subito dopo giunse l’astuta scimmia, precedendo di poco il coloratissimo gallo. Il cane, noto per la sua fedeltà agli uomini, fu l’undicesimo e arrivò prima del fortunato maiale che fece appena in tempo a salutare il Buddha. La leggenda offre anche una spiegazione del perché il topo riuscì a battere il grande e onesto bue. Affaticato dal viaggio, il topo fece ricorso alla sua astuzia. Lungo la via vide il bue che a sua volta si recava nel luogo convenuto per omaggiare il Buddha. Si arrampicò sul dorso del bue evitando di percorrere la strada. Appena giunti alla meta, lesto saltò giù dal dorso del bue e per primo salutò il Buddha.
C’è un’altra leggenda che racconta l’origine dei 12 segni. Secondo questa storia antica l’Imperatore di Giada, sovrano del Cielo e della Terra, decise di visitare la Terra personalmente. Si stupì nell’ammirare le creature terrestri e decise di prenderne dodici e di portarle in Cielo per farle ammirare alle altre divinità. Portò con sé un topo, un bue, una tigre, un coniglio, un drago, un serpente, un cavallo, una capra, una scimmia, un gallo, un cane e un maiale e decise di attribuire ad ognuno di essi un anno del calendario. Questa leggenda prova a spiegare anche la millenaria inimicizia tra gatti e topi. La  favola antica narra di un gatto, il più bello tra gli animali, che chiese all’amico topo di informarlo del giorno in cui l’Imperatore di Giada sarebbe sceso in Terra. Ma il topo, geloso della bellezza del gatto, fece finta di nulla. Il gatto non si presentò quindi al cospetto dell’Imperatore di Giada e quando scoprì cosa era successo, si arrabbiò furiosamente con il topo. Da allora l’amicizia si ruppe e il gatto insegue il topo per punirlo.
Da queste storie ha origine lo zodiaco cinese e i suoi 12 segni. L’animale che domina l’anno in cui si è nati esercita una profonda influenza sul proprio carattere, sul proprio destino e quindi sulla proprio vita.  In base poi al mese, al giorno e all’ora di nascita si identificano il segno interno, il segno vero e quello segreto.
Cosa ci porterà quest’anno appena incominciato e dedicato al Gallo di Fuoco? Ho letto oroscopi di ogni sorta e genere nei giorni scorsi. Non ho conoscenze sufficienti per districarmi in questo mondo di previsioni e presagi. Ripenso al Vietnam, alle persone che abbiamo incontrato e ai loro racconti su come avrebbero trascorso il Tết. Ripenso al 2010 e a quando mi trovavo a Lanzhou in Cina durante la Festa delle Lanterne, ai fuochi d’artificio sul Fiume Giallo, ai canti, ai festeggiamenti per le strade e al cibo delle grandi occasioni. Ho solo due certezze in questo momento: vorrei essere in Oriente a festeggiare (e prima o poi riuscirò a tornare) e… ho sposato una capra!

 

Carbon calculators, per viaggi responsabili

Non molto tempo fa, a dire il vero, sono venuta a conoscenza dell’esistenza dei carbon calculators. E’ sufficiente fare una rapida ricerca su Internet per rendersi conto di quanti siti propongono strumenti per stimare l’impatto sull’ambiente, misurato in anidride carbonica emessa, di varie attività quotidiane. Esistono anche alcune app comodamente scaricabili sul proprio smartphone che offrono questo servizio.
Viaggiare, anche in modo responsabile servendosi dei mezzi pubblici, ha un impatto non trascurabile sull’ambiente.
Da sempre mio marito ed io prediligiamo i trasporti pubblici e dove possibile la bicicletta, per diverse buone ragioni. Un viaggio che si rispetti deve innanzitutto essere lento. Arrivare alla meta è solo una parte del piacere. Inoltre i trasporti collettivi sono più ecosostenibili e, perché no?, divertenti. Permettono di godere di una lentezza quasi dimenticata, di immergersi più rapidamente in realtà che non ci sono familiari, talvolta sono un buon esercizio di pazienza, consentono di fare a volte amicizia con sconosciuti, di dilettarsi con imprevisti che diventeranno aneddoti e nella migliore delle ipotesi pretesti per stravolgere i piani e uscire dal seminato.
Tuttavia tutti i mezzi di trasporto che utilizzano carburanti tradizionali producono anidride carbonica, una delle cause principali dei cambiamenti climatici riconducibili all’azione dell’uomo. Quando in un viaggio è previsto uno spostamento in aereo, l’impatto è maggiore. L’aereo è uno dei mezzi di trasporto che statisticamente consuma meno carburante per persona per chilometro, ma percorre mediamente distanze più lunghe e rilascia i gas responsabili dell’effetto serra direttamente nelle parti più alte dell’atmosfera.
Usare un carbon calculator e stimare l’impatto sull’ambiente dei nostri spostamenti aerei, in tonnellate di CO2, aiuta molto a sensibilizzare sul tema. I carbon calculators solitamente permettono anche di calcolare a quanto ammonta la somma di denaro necessaria a compensare l’impatto di tali emissioni. Chi lo desidera può poi effettuare una donazione a una associazione che tutela l’ambiente.
Uno strumento interessante. Questi calcolatori possono stimare le emissioni di CO2 di molte altre attività quotidiane (spostamenti in auto, pernottamenti in hotel, pasti consumati fuori, fare la spesa, riscaldamento domestico, etc…). Anche se impossibilitati a compensare economicamente i danni causati all’ambiente dai nostri comportamenti, possiamo comunque adoperare questi strumenti per raggiungere una maggiore consapevolezza delle conseguenze delle nostre abitudini sul creato che ci circonda.