Villaggio operaio di Crespi d’Adda, la storia straordinaria di un esperimento sociale e imprenditoriale

“Grave è la questione degli infortuni in Italia, specialmente nella filatura del cotone; e quando gli imprenditori di una grande industria avranno applicato tutti i mezzi suaccennati per prevenire e attutire gli effetti degli infortuni, avranno compiuto un sacrosanto dovere, ma saranno ancora ben lungi dall’aver riconosciuto e soddisfatto a tutte le responsabilità che loro spettano. L’uomo, creatura essenzialmente libera, amante d’aria e di luce e bisognosa di svilupparsi al sole nel salutare travaglio della sua genitrice, la terra, è costretto invece dalla civiltà ad accomunarsi con altri suoi simili, fino a diventare un semplice organo di una macchina enorme, a servire soltanto come un ingranaggio. La grande industria è dunque contraria alla natura umana, al suo sviluppo fisico. La responsabilità di quegli imprenditori è dunque incalcolabile, come immensa la latitudine del loro dovere, il quale consiste nel conciliare le necessità dell’industria colle esigenze della natura umana, in modo che i progressi dell’una non siano mai per inceppare lo sviluppo dell’altra. […] Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto: curi dunque l’imprenditore che egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace; adoperi ogni mezzo per far germogliare nel cuore di lui l’affezione, l’amore alla casa. Chi ama la propria casa ama anche la famiglia e la patria, e non sarà mai la vittima del vizio e della neghittosità. I più bei momenti della giornata per l’industriale previdente sono quelli in cui vede i robusti bambini dei suoi operai scorrazzare per fioriti giardini, correndo incontro ai padri che tornano contenti dal lavoro; sono quelli in cui vede l’operaio svagarsi ed ornare il campicello o la casa linda e ordinata; sono quelli in cui scopre un idillio o un quadro di domestica felicità; in cui fra l’occhio del padrone e quello del dipendente, scorre un raggio di simpatia, di fratellanza schietta e sincera. Allora svaniscono le preoccupazioni di assurde lotte di classe e il cuore si apre ad ideali sempre più alti di pace e d’amore universale.” Così scriveva nel 1894 Silvio Benigno Crespi nella sua opera giovanile “Dei mezzi per prevenire gli infortuni e garantire la vita e la salute degli operai nell’Industria del cotone in Italia”.
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Imprenditore, cofondatore e presidente dell’Associazione Cotoniera, deputato e senatore nelle file dei liberali cattolici, teorizzatore e appassionato propugnatore di un’idea sociale del fare impresa, Silvio era il figlio primogenito di Cristoforo Benigno Crespi. Si laureò in giurisprudenza all’Università degli Studi di Pavia ad appena 21 anni, si recò in seguito in Francia, Germania ed Inghilterra per seguire gli sviluppi dell’industria cotoniera. Collaborò prima e successe poi al padre nella conduzione del cotonificio di Crespi d’Adda che ampliò insieme al villaggio operaio.
Crespi d’Adda si trova alla confluenza dei fiumi Adda e Brembo, in territorio bergamasco. E fu qui, in quest’area dedita all’agricoltura di mera sussistenza ed economicamente depressa, che nel 1878 Cristoforo Benigno Crespi impiantò la filatura del cotone. I 5.000 fusi iniziali ben presto raddoppiarono e in poco tempo divennero 80.000. Si aggiunsero i reparti di tessitura e tintoria, rispettivamente nel 1894 e nel 1898. Il cotonificio raggiunse dimensioni enormi e arrivò a dare lavoro a 4.000 persone. Nel 1904 Cristoforo Crespi fece costruire anche la centrale idroelettrica di Trezzo d’Adda, oggi nota come Taccani. In parallelo sorse il villaggio, una vera e propria cittadina costruita dal nulla dai Crespi per i loro dipendenti e per le famiglie di questi. I lavoratori avevano a disposizione una casa con orto e giardino e tutti i servizi necessari: un lavatoio per evitare la fatica di recarsi al fiume con ceste pesanti, una chiesa, un dopolavoro, un complesso sportivo, mense, scuole gratuite, un ospedale di primo soccorso e un cimitero. In questo piccolo mondo perfetto, il padrone regnava dal suo castello e provvedeva ai bisogni dei suoi dipendenti come un buon padre di famiglia, dentro e fuori la fabbrica, dalla culla alla tomba, anticipando le tutele sociali dello Stato e colmando i suoi ritardi nella legislazione in materia. Dopo le tre case plurifamigliari degli inizi, attorno all’opificio sorsero numerose casette operaie bifamigliari e, dopo la Prima Guerra Mondiale, villette per impiegati e dirigenti. I criteri che mossero progettisti e architetti furono improntati a geometria, razionalità, funzionalità e… bellezza! L’intero villaggio gioca sul binomio funzionalità e arte, perché anche e soprattutto in un contesto produttivo la bellezza è imprescindibile dalla vita umana e contribuisce a dare un senso all’esistenza, elevandola ai massimi termini. L’armonia d’insieme appare ancora più sorprendente se si considera che l’intero complesso venne realizzato in anni diversi e la fase di sviluppo durò complessivamente quasi cinquant’anni. Particolarmente interessante è la chiesa di Crespi, copia perfetta di quella di Busto Arsizio, edificio di scuola bramantesca. I Crespi vollero omaggiare con questo gesto d’affetto il loro paese d’origine e la cultura italiana. Il 5 dicembre 1995, l’UNESCO ha inserito Crespi d’Adda tra i siti patrimonio mondiale della cultura (World Heritage List) in quanto “esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai, il più completo e meglio conservato del Sud Europa”.

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Alcune curiosità su Crespi d’Adda:
–  Crespi d’Adda fu il primo villaggio in Italia ad essere dotato di illuminazione pubblica con il sistema moderno Edison;
–  Nella scuola di Crespi, riservata ai figli dei dipendenti, tutto era pagato dalla fabbrica, dalla cancelleria ai libri di testo, allo stipendio degli insegnanti;
– A inizio Novecento, venne costruita una piscina coperta gratuita con docce, spogliatoi e acqua calda;
– Crespi, seppure situata in provincia di Bergamo, ha il prefisso telefonico di Milano poiché i Crespi fecero installare una linea telefonica privata a lunga distanza che collegava il loro castello con la residenza di Milano;
– Silvio Benigno Crespi rappresentò l’Italia ai trattati di Versailles dopo la Prima Guerra Mondiale;
–  Silvio Benigno Crespi, appassionato d’auto, promosse negli anni Venti la costruzione delle prime autostrade d’Italia e dell’autodromo di Monza;
–  I Crespi erano appassionati d’arte e tra le opere della loro collezione privata, ora ospitata in vari musei del mondo, c’era La Schiavona di Tiziano.
Il cotonificio non non resse l’urto della Grande Depressione. Nel 1930 i Crespi dovettero rimettere tutto nelle mani della creditrice Banca Commerciale Italiana. La fabbrica rimase in funzione, con fortune alterne e diversi proprietari, fino al 2003 senza cambiare mai il settore di produzione, il tessile cotoniero. Oggi il villaggio è abitato da una numerosa comunità di discendenti degli operai che qui vissero e lavorarono ed è possibile visitarlo.
Per maggiori informazioni e per organizzare la vostra visita:
http://www.villaggiocrespi.it/
Dove: Piazzale Vittorio Veneto 1, Crespi d’Adda. Il Villaggio Crespi d’Adda si trova lungo l’autostrada Milano – Bergamo (uscita Capriate)

Foto di Emiliano Allocco (clicca qui per vedere altre foto di Emiliano su Flickr)

A giro per Galle: alla scoperta del Fort e della sua eredità coloniale

La città di Galle e in particolare il suo Fort sono una meta irrinunciabile per chi viaggia nel sud dello Sri Lanka. Proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1988, è un’elegante città portuale sulla punta sud-occidentale dell’isola a circa 120 chilometri da Colombo, crocevia di genti e merci, testimonianza straordinaria dell’epoca coloniale che ha vissuto lo Sri Lanka. Il cuore della città è il Fort, una cittadella fortificata eretta dagli olandesi nel XVII secolo e circondata dal mare su tre lati. Passeggiando tra le sue vie, è possibile ammirare oltre 400 edifici storici tra case coloniali olandesi con il caratteristico colonnato antistante l’abitazione, chiese, moschee, templi, antichi edifici amministrativi, vecchi magazzini delle spezie e alberghi squisitamente restaurati. Vale la pena andare a giro per le strette stradine cittadine senza una meta precisa alla scoperta dei numerosi e raffinati caffè e delle tante botteghe che vendono merci di pregio di ogni genere. Sarà facile scovare qualcosa di insolito e originale da acquistare.
Secondo alcuni storici, Galle potrebbe essere stata Tarshish, la città dalla quale re Salomone ricevette in dono avorio, pavoni e preziosi gioielli. Una flotta portoghese, diretta alle Maldive, approdò qui nel 1505 ed espugnò la città. Si narra che i portoghesi l’abbiano chiamata così dopo aver sentito cantare un gallo. Più realisticamente il toponimo potrebbe derivare da “gala” che in singalese significa roccia. Nel 1640 i portoghesi dovettero cedere Galle agli olandesi, ai quali si deve la costruzione dell’imponente forte con i suoi tre bastioni a cui vennero dati i nomi di sole, luna, stella. Nel XVII secolo divenne il porto principale dello Sri Lanka e per quasi due secoli rimase un importante snodo commerciale per le navi che facevano la spola tra Europa e Asia. Quando la città passò in mano agli inglesi nel 1796, Colombo assunse un’importanza crescente come porto commerciale e Galle fu declassata a un ruolo di secondo piano. Più recentemente, la città ha riportato ingenti danni materiali e gravi perdite umane a causa dello tsunami del 26 dicembre 2004, provocato da un violento maremoto con epicentro al largo dell’Indonesia.
Il Fort si può girare tranquillamente a piedi o si può affittare una bicicletta se la calura non dà tregua.
Cosa fare a Fort:

  • Al calar del sole, quando il caldo finalmente scema, si può ammirare il tramonto passeggiando sui bastioni del forte. Si gode di un’incantevole vista sull’oceano da Flag Rock, l’antico bastione portoghese. È possibile compiere il giro di quasi tutto il perimetro della cittadella in circa un’ora partendo dalla torre dell’orologio. Poco prima del bastione “stella”, al di fuori delle mura, noterete una modesta tomba bianca dove riposano le spoglie mortali del santo musulmano Dathini Ziryam. Non mancate di ammirare nel tratto settentrionale delle mura la torre dell’orologio e il Main Gate, aggiunto dagli inglesi nel 1873 per facilitare la gestione del crescente traffico in entrata nella città vecchia. Al termine del lato orientale sorge un alto faro bianco ai piedi del quale si trova la Lighthouse Beach, una striscia di sabbia bianca dove ci si può fermare a riposare o a fare il bagno. Prima di addentrarvi tra le vie di Fort, visitate ancora l’Old Gate sopra il quale campeggia, splendidamente scolpito, lo stemma della Gran Bretagna e la scritta VOC (Verenidge Oostindische Compagnie ossia Compagnia Olandese delle Indie Orientali) con la data 1669;

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  • All’interno del Fort si trova la maggior parte degli edifici più antichi risalenti al periodo olandese. Meritano una visita la Dutch Reformed Church, con il suo pavimento ricoperto di lapidi provenienti da cimiteri olandesi e il suo organo, e la vicina All Saints Anglican Church in pietra, di architettura tipicamente inglese. Di fronte alle chiese si erge un campanile bianco del 1901 che dà l’allarme in caso di tsunami. Proseguendo per la vicina Queen Street vi imbatterete nella Dutch Governor’s House del 1683. L’edificio che ospitava il governatore è facilmente identificabile, poiché sopra l’ingresso principale sono scolpiti un gallo e l’anno di fondazione. Seguendo per Hospital Street ci si imbatte nel Dutch Hospital, un tempo ricovero di ammalati e appestati e ora trasformato in centro commerciale con eleganti caffè e boutique;

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  • Tra gli edifici di culto una menzione va alla Meehan Mosque, un’imponente moschea bianca che svetta a ovest del faro e combina stili architettonici differenti del barocco vittoriano e arabo e la dagoba buddhista Sudharmalaya Temple che ospita un grande Buddha sdraiato;

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  • Tra le molte costruzioni olandesi splendidamente restaurate che si incontrano a giro, ricordiamo l’Hotel Amangalla con il suo profondo porticato e il Fort Bazaar in Church Street 26, anche lui riconvertito in una struttura ricettiva. L’Amangalla in Church Street 10 fu costruito nel 1684 con la funzione di ospitare il governatore e i suoi funzionari. Successivamente venne trasformato nel New Oriental Hotel e divenne la sistemazione preferita dei passeggeri di prima classe dei transatlantici P&O nel XIX secolo. Dopo un periodo di declino nel XX secolo, è tornato ora ai suoi antichi fasti.

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La città nuova è vivace e frenetica. Prima di lasciare Galle concedetevi il tempo di una passeggiata nella trafficata Main Street. Raggiungete il Galle International Cricket Stadium che in passato era un ippodromo dove scommettevano gli inglesi mentre oggi ospita incontri di crickets di livello internazionale e il Dutch Market, un bel mercato alimentare che si tiene sotto un porticato vecchio di tre secoli.

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E tra le viuzze del Fort di Galle si conclude il nostro lungo giro in Sri Lanka. Mentre restituisco la bici per l’ultima volta e l’aria calda della sera mi accarezza la pelle bruciata dal sole, sento calare un velo di malinconia. Un respiro profondo ed ecco che la malinconia cede il posto a una profonda gratitudine. Grazie, a presto.

Foto di Emiliano Allocco (Clicca qui per vedere altre foto di Emiliano su Flickr)

L’enigmatica Sigiriya e la meravigliosa Dambulla, tra natura, leggenda e stupore

Nel cuore dell’isola di Ceylon, sorge un’enigmatica formazione rocciosa. Sigiriya svetta con i suoi 370 metri di altezza su una rigogliosa pianura verdeggiante che si perde all’orizzonte. Sulla sommità pianeggiante del rilievo dalle pareti quasi perfettamente verticali, sorgono le rovine di un’antica civiltà.

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La leggenda narra che molto tempo addietro in questa regione vivesse Kasyapa, un uomo malvagio assetato di potere, figlio illegittimo di re Dhatusena di Anuradhapura e fratellastro di Mugallan, l’erede al trono del padre. Un giorno Kasyapa, accecato dalla sete di gloria e di potere, fece murare vivo il padre e tentò di uccidere il fratello che riuscì, invece, miracolosamente a salvarsi e a fuggire nella vicina India. Kasyapa, temendo il ritorno e la vendetta di Mugallan, cercò un luogo inespugnabile dove costruire la sua residenza e lo trovò in Sigiriya. Sulla sommità di questa roccia fece erigere una fortezza circondata da ampi fossati pieni di coccodrilli e un palazzo reale, destinato ai suoi piaceri personali. La capitale fu quindi spostata da Anuradhapura a SigiriyaKasyapa regnò per 11 lunghi anni. Mugallan, nel frattempo, riuscì a radunare un esercito e fece ritorno a Ceylon con l’intenzione di riconquistare il suo regno. Nel corso di una acerrima battaglia, Kasyapa salì in groppa a un elefante per raggiungere una posizione più favorevole. Ma il suo esercitò interpretò questo gesto come una resa e si diede precipitosamente alla fuga. Vedendosi perduto, Kasyapa si tolse la vita con la propria spada. Mugallan salì al trono, riportò la capitale ad Anuradhapura e cambiò la destinazione d’uso della fortezza che da quel giorno divenne un monastero.
La storia ci dice che dopo il XIV secolo il complesso fu abbandonato. L’archeologo inglese H. C. P. Bell ne scoprì per primo le rovine nel 1898. Nel 1907 l’esploratore John Still proseguì gli scavi. Nel 1982 il sito è stato proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Sigiriya non svela facilmente i suoi segreti ed espugnarla vi costerà un po’ di fatica: per guadagnare la cima, dovrete arrampicarvi su ripidissime scalinate scavate nella roccia. Se come me soffrite di vertigini, vi servirà un lungo respiro e una buona dose di incoscienza, Non perdetevi d’animo! Dopo 1.600 gradini, la vista dalla cima su sconfinate foreste tropicali vi ripagherà di ogni fatica. Lungo la salita, godrete della compagnia di alcune simpatiche scimmiette che, incuriosite dai turisti, verranno ad osservarvi.

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Nel tragitto verso la vetta, si attraversa una lunga galleria coperta scavata nella parete rocciosa. Qui sono presenti affreschi in ottimo stato di conservazione che raffigurano donne conturbanti, con prosperosi seni nudi e una vita sottilissima che si crede rappresentino le apsara, ninfee celestiali, o più probabilmente le concubine di re Kasyapa. Oltrepassati i dipinti, si costeggia la parete rocciosa. Il sentiero è protetto sulla sinistra da un muro alto 3 metri, noto come Mirror Wall. Qui gli antichi visitatori, turbati dalle belle ninfee, sentirono l’urgenza di scrivere le proprie impressioni e lasciare qualche ammirato commento! Il sentiero sbocca poi in una grande terrazza dove si possono vedere i resti dell’antica scalinata che conduceva in cima. La scala passava tra le zampe di un leone e ne attraversava la bocca. La gigantesca statua costruita in mattoni e risalente al V secolo è da tempo scomparsa. Restano solo le zampe dell’animale e i primi gradini. Sigiriya, che significa montagna del leone, da qui prende il suo nome.

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A circa 20 km da Sigiriya sorge Dambulla, una città tutto sommato bruttina, ma celebre per il suo Tempio d’oro, noto anche come Tempio delle Grotte (Royal Rock temple). Questo complesso è entrato a far parte dei siti Patrimonio dell’Umanità secondo l’UNESCO nel 1991. Il tempio si trova a circa 160 metri sopra la strada nella zona meridionale di Dambulla ed è tuttora funzionante. Salendo, si gode di una bella vista sulla radura sottostante e in lontananza si scorge il complesso roccioso di Sigiriya.

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Nel circondario si contano oltre 80 cavità, ma le principali attrazioni sono conservate in 5 grotte non comunicanti tra loro che ospitano 153 statue del Buddha, 3 statue di re dello Sri Lanka e altre raffiguranti diverse divinità. Le grotte si trovano sotto una roccia sporgente e sono solcate da un canale di scolo che permette di mantenerle asciutte. Sono splendidamente affrescate e le pitture rupestri coprono una superficie di 2.100 mq. Rimarrete piacevolmente meravigliati.

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Si crede che Dambulla fosse utilizzato come luogo di culto già nel III secolo a.C. La leggenda narra che re Valagamba, scacciato da Anuradhapura dai chola dell’India del Sud, abbia trovato rifugio a Dambulla dove trascorse 15 anni. Quando finalmente riuscì a riconquistare il suo regno, in segno di gratitudine verso i monaci che lo avevano ospitato, trasformò le grotte in un tempio. I sovrani successivi continuarono la sua opera e aggiunsero altre decorazioni, affreschi e statue. Tra loro re Nissanka Malla fece dorare l’ingresso delle grotte. La grotta più grande, Maharaja Viharaya, misura 52 per 23 metri e nel punto di massima altezza raggiunge i 7 metri. Le sue squisite decorazioni vi lasceranno a bocca aperta!

Foto di Emiliano Allocco (Vedi altre foto di Emiliano su Flickr)

 

Le millemila meraviglie dell’antica capitale singalese, a giro in bicicletta tra le rovine di Anuradhapura

Anuradhapura fu la capitale dello Sri Lanka per oltre mille anni (dal IV secolo a.C. al X secolo d.C.). Si trova a circa 200 chilometri da Colombo, nella provincia centro-settentrionale del paese. Le rovine di questo antico impero sono tra le più incantevoli di tutta l’Asia. Il sito è stato proclamato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e comprende numerose meraviglie architettoniche e archeologiche che meritano di essere visitate: enormi dagoba, vasche per la raccolta delle acque, suggestivi templi e quel che resta del palazzo reale.
Anuradhapura divenne la capitale dell’isola di Ceylon nel 380 a.C. sotto re Pandukabhaya che la rinnovò completamente, dotandola di una cittadella fortificata, di un palazzo reale circondato da quartieri residenziali e da un’area extraurbana dedicata all’accoglienza dei mercanti stranieri. Quando nel III secolo a.C. il buddhismo giunse nell’isola dalla vicina IndiaAnuradhapura divenne un importantissimo luogo di culto e meta di pellegrinaggi poiché qui veniva conservata una preziosa reliquia, un dente del Buddha. Anuradhapura è cara anche all’hinduismo, poiché pare che qui sorgesse la capitale di re Asura Ravana, uno dei protagonisti del Ramayana, il testo sacro hinduista.
Nel 204 a.C. la città fu conquistata per la prima volta dai chola dell’India del Sud che riusciranno ad espugnarla più volte nel corso dei mille anni in cui Anuradhapura fu capitale. Dopo quasi 50 anni, l’eroe singalese Dutugemunu il disubbidiente riuscì a liberarla dagli invasori. La leggenda narra che il padre gli avesse fermamente proibito di lanciarsi nell’impresa, preoccupato per l’incolumità del figlio. Quando Dutugemunu riconquistò Anuradhapura, in segno di sfregio, fece recapitare al pavido padre un indumento femminile. Sotto il suo regno, venne varato un importante piano edilizio che diede il via all’edificazione di alcuni tra i monumenti più importanti del sito. All’ultimo grande re, Mahasena, si deve invece la costruzione di 16 bacini idrici e di un importante canale.
Anuradhapura sopravvisse fino agli albori dell’XI secolo, poi la capitale fu spostata a Polonnaruwa. Il sito venne saccheggiato dai chola nel 1017 d.C. e non tornò più agli antichi fasti. Un gruppo di monaci popolò la città per due secoli ancora, poi il sito fu abbandonato e cadde in rovina.

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Alcuni consigli pratici per visitare Anuradhapura:

  • Alcuni monumenti sono utilizzati tuttora e sono considerati tra i più sacri del paese. Il sito è tutt’oggi meta di numerosissimi pellegrini che, di bianco vestiti, accorrono qui per venerare il sacro Sri Maha Bodhi e altri monumenti. Abbiate cura di vestirvi con il giusto decoro: pantaloni o gonne sopra al ginocchio non sono ammessi, le braccia devono essere coperte. Si può accedere ai templi solo scalzi (portatevi un paio di calze nelle giornate calde per evitare di ustionarvi le piante dei piedi) ed è obbligatorio togliere eventuali copricapo;
  • Il biglietto è piuttosto costoso (25 $) ed è valido per una sola giornata. Il sito si estende su un’area di 40 kmq. Partite presto la mattina con la vostra esplorazione;
  • Il mezzo migliore “a dorso” del quale visitare Anuradhurapura è senza ombra di dubbio la bicicletta. Non inquinerete l’ambiente, concorrerete a preservare il sito, unirete della sana attività fisica a un’escursione culturale e potrete muovervi con agilità da un sito al successivo sia sulle strade asfaltate, sia sui piccoli sentieri in terra battuta preclusi ai veicoli. Il sito ospita estese aree verdi popolate da scimmie, pavoni, scoiattoli, cani, varani. Non mancate di fare un giro in bici nei vari parchi. L’affitto di una bicicletta costa all’incirca 2,50 $ al giorno.

Le numerose rovine possono essere divise in tre categorie: i dagoba o stupa, edifici a forma di campana in mattoni; i monasteri dei quali restano colonne, fondamenta e piattaforme e i pokuma, le grandi vasche che rifornivano la città di acqua potabile. Anuradhapura vantava il più complesso sistema di irrigazione del mondo antico in zone aride. Molti bacini idrici sono ancora esistenti e si crede che siano tra i laghi artificiali più antichi al mondo.
Non mancate di visitare la Abhayagiri Dagoba che all’apice del suo splendore arrivò ad ospitare fino a 5.000 monaci. Eretta nel I secolo a.C., con i suoi oltre 100 metri di altezza era uno dei monumenti più alti dell’antichità. Si crede che qui fosse conservata una statua di un toro dorato contenente reliquie del Buddha. L’enorme Jetavanarama Dagoba era il terzo edificio più alto al mondo, dopo le piramidi egizie. Si stima che per la sua costruzione siano stati impiegati 90 milioni di mattoni con i quali si potrebbe erigere un muro di 3 metri che da Londra corre fino a raggiungere Edimburgo!
La bianca Ruvanvelisaya Dagoba si staglia imponente all’orizzonte. Qua si svolgono meravigliose funzioni religiose. Si narra che quando la stupa venne consacrata, una parte delle ceneri del Buddha sia stata deposta qui durante una maestosa cerimonia che richiamò monaci da tutto il mondo. Accorsero venerabili sadhu anche dal Kashmir e dall’Afghanistan.

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Il centro fisico e spirituale di Anuradhapura è lo Sri Maha Bodhi, il sacro albero della bodhi nato da un germoglio dell’albero sotto il quale, in India, Buddha trovò l’Illuminazione. E’ considerato l’albero più antico del mondo di autenticità storicamente comprovata, testimoniata dall’initerrotta serie di guardiani che per oltre 2.000 anni lo ha accudito. Secondo la leggenda, la talea fu importata dall’india dalla principessa Sangamitta, figlia dell’imperatore indiamo Ashoka e sorella di Mahinda che importò il buddhismo in Sri Lanka.
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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano) 

All’improvviso il paradiso: in bici da Champasak al Vat Phu, lentamente a giro lungo il Mekong tra paesaggi millenari di straordinaria bellezza

Champasak vi stupirà. Questo piccolo paesino, adagiato sulle sponde del Mekong, si snoda interamente lungo la sua via principale. Vi apparrirà sonnolento e incredibilmente quieto. Solo un cerchio di fontane al centro della strada e qualche bell’edificio coloniale parlano di un passato glorioso. E’ il posto ideale se siete alla ricerca di quiete e se amate andare in bicicletta. Lungo l’unica strada asfaltata, dovrete vedervela con qualche mucca che pascola libera ed evitare i polli che attraverseranno la via senza preavviso. Potrete contare sulle dita di una mano i motorini e le auto che incroceranno il vostro andare.
Eppure non fu sempre così. Molto tempo addietro, all’incirca 1500 anni fa, Champasak fu il centro del potere nel bacino meridionale del Mekong. Più tardi, fu un importante avamposto dell’impero Khmer di Angkor e ancora uno dei tre regni che governarono sulle rovine di Lan Xang, la terra di un milione di elefanti, fondata da Fa Ngum.

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Affittate una bicicletta e iniziate la vostra esplorazione dei dintorni. Prima di lasciare Champasak e dirigervi verso il Vat Phu, la principale attrazione del luogo, osservate le due belle ville coloniali in muratura che svettano accanto a modeste case in legno della tradizione laotiana. L’edificio bianco è del 1952 ed era il palazzo di Chao Boun Oum, il fratello del re. Una via più in là, un palazzo in stile coloniale francese del 1926 fa bella mostra di sé. Era la residenza di Chao Ratsadanai, il padre del re.

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Costeggiate il Mekong e respirate bellezza. Pedalate con calma per non perdere nemmeno uno degli scorci che si presenteranno dinnanzi ai vostri occhi. Giunti all’incirca 3 chilometri a est di Champasak, noterete dei cartelli che segnalano le rovine dell’antica capitale. Potete deviare nelle campagne e andare alle ricerca di quel che rimane della città vecchia, Muang Kao. Questo insediamento di forma rettangolare lungo 2,3 per 1,8 chilometri è quel che rimane di Shrestpura la capitale del regno mon-khmer di Chenla quando circa 1.500 anni fa quella che è ora Champasak governava sul bacino inferiore del Mekong.
Dopo una decina di chilometri arriverete al Vat Phu, un meraviglioso e antico complesso sacro khmer situato a 1400 metri di altitudine sulle pendici montuose di Phu Pasak. Questo tempio è stato iscritto nel 2001 nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Sebbene di dimensioni ridotte rispetto ai maestosi templi della vicina Angkor in Cambogia, il Vat Phu vi ammalierà con i suoi padiglioni in rovina, il suo lingam di Shiva squisitamente decorato, la sua misteriosa pietra del coccodrillo e i frangipani che si arrampicano sulle pendici del monte a regalare ombra e poesia anche ai viandanti più distratti.
Questo santuario era un importante luogo di culto già verso la metà del V secolo. Come i templi di Angkor, anche il Vat Phu è stato progettato per essere una rappresentazione terrena del monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità. Il Vat Phu era inserito in un progetto urbanistico più amplio che comprendeva una rete stradale, una città, altri edifici di culto e insediamenti di vario genere. Le rovine giunte a noi sono il frutto di secoli di rimaneggiamenti, ampliamenti e ricostruzioni. Gli edifici più recenti risalgono al tardo periodo angkoriano. Nei dintorni di questo santuario si trovano le rovine di altri tre siti archeologici di dimensioni minori, sempre risalenti al periodi di Angkor. Tutti questi resti sorgono lungo l’antica strada reale lunga 200 chilometri che conduceva proprio ad Angkor Vat in Cambogia.
Comprate una bottiglia d’acqua, indossate un cappello a tesa larga e iniziate la vostra scarpinata fino alla cima del santuario. Il Vat Phu si snoda su tre livelli principali che ospitano sei terrazzamenti. Ogni livello si lega al successivo per mezzo di una ripida e dissestata scalinata in arenaria.
Il livello inferiore è caratterizzato da un lungo viale cerimoniale rialzato, puntellato da boccioli di loto in pietra e fiancheggiato da ampi baray (vasche artificiali), irrorati da acque dove fioriscono rigogliosi i fior di loto.
Il livello intermedio ospita due padiglioni quadrangolari in arenaria e laterite finemente scolpiti, il padiglione Nardi dedicato alla cavalcatura del dio Shiva da cui partiva la strada reale che conduce ad Angkor e un’imponente statua di un guardiano dvarapaia, raffigurato eretto, fiero, con in pugno una spada. La statua è molto venerata ancora oggi. Non mancherete di trovare ai piedi del guardiano qualche bastoncino di incenso che brucia profumando l’aria intorno.
Nel livello superiore scorgerete il santuario vero e proprio dove era custodito il lingam di Shiva che, per mezzo di una serie di canali e tubature, veniva irrorato dalle acque della sacra sorgente che sgorga, ancora oggi, dietro l’edificio. Immediatamente alle spalle del santuario, noterete un grosso masso sul quale è scolpita una Trimurti in stile khmer che raffigura la sacra triade hindu formata da Brahma, Shiva Vishnu.
Arrampicatevi sul piccolo sentiero sconnesso che parte da qua fino a scovare un’ampia parete rocciosa sulla quale sono scolpiti una grande impronta del Buddha e un elefante. Poco oltre, in direzione nord, in un’area disseminata di rocce e cumuli di rovine, vedrete due singolari sculture in pietra: la pietra dell’elefante e la pietra del coccodrillo. Si narra che quest’ultima venisse usata per compiere sacrifici umani, ma non vi sono evidenti prove a suffragio. Non molto distante, ammirate i resti di una cella di meditazione e una sezione di una scalinata scolpita nella pietra e incorniciata da due serpenti.

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Avete visto tutto quell che c’era da scoprire. Trovate un posto all’ombra della fitta vegetazione e ammirate la valle ai vostri piedi.

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Prima di inforcare le biciclette e far ritorno a Champasak, deviate per il vicino santuario di Hong Nang Sida che si crede fosse il centro di una seconda città costruita nei pressi del Vat Phu, dopo l’abbandono di Shrestpura. Con buona probabilità, questo secondo insediamento si chiamava Lingapura.
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Cosa fare alla sera a Champasak? 
Andate al cinema o a teatro! Vi sembrerà strano, ma questo minuscolo borgo ospita accanto all’ufficio turistico un piccolo quanto delizioso teatro delle ombre e il cinema Tuktuk. Qui il martedì e il venerdì sera potrete assistere a una rappresentazione della storia epica del Ramayana per mezzo dell’antica arte delle ombre. Nelle sere di mercoledì e sabato viene proiettato all’aperto il film muto Chang: la giungla misteriosa del 1927. Questa pellicola fu diretta dai registi di King Kong e fu candidata alla prima edizione degli Oscar. E’ in assoluto il primo documentario narrativo sulla vita nella giungla nel Sud Est asiatico. Gli autori, Merian C. Cooper Ernest B. Schoedsack, impiegarono una settimana per raggiungere la provincia thailandese di Nan, al confine con il Laos, e ben 18 mesi per girare dal vero tutte le scene più pericolose del film con una camera nascosta a focus fisso. Le alterne vicende della famiglia del carpentiere Kru sono accompagnate da una colonna sonora suonata dal vivo da 14 artisti (musicisti, commedianti e cantanti) della troupe del teatro delle ombre di Champasak. Non perdetevi lo spettacolo!
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Leggi anche: Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

Luang Prabang, il fascino intramontabile dell’antica capitale laotiana

Tutti si accorsero, già dal primo vagito, che Fa Ngum non era un bambino come tutti gli altri. Secondo la leggenda, nacque con trentatré denti e questo venne interpretato come un segno inequivocabile di cattivo auspicio. Il padre, disperato, interrogò tutti i migliori indovini del tempo, senza fortuna alcuna. Il verdetto fu implacabile. Il bambino venne bandito dal regno, fu adagiato in una cesta di vimini e abbandonato sulle acque del Mekong.
Miracolosamente il cesto giunse ad Angkor, l’antica capitale dell’impero Khmer. Il re di Angkor, appena vide il bambino, realizzò che non si trattava di un neonato qualsiasi. Decise di adottarlo e di crescerlo come suo figlio. Fa Ngum ricevette la migliore educazione del tempo e, una volta adulto, si maritò con una principessa Khmer, Keko Kant Ya. I due erano molto innamorati e felici, ma più il tempo passava più Fa Ngum avvertiva nostalgia di casa. All’età di 37 anni, insieme alla moglie, decise di intraprendere il viaggio che lo avrebbe riportato alle sue origini, a Luang Prabang. La coppia portò con sé un dono: una piccola statua d’oro del Buddha, realizzata in Sri Lanka oltre mille anni prima. La statua divenne il simbolo di Luang Prabang e il buddhismo la religione ufficiale di Lan Xang, il regno fondato da Fa Ngum sul quale governò 25 anni, fino alla morte della moglie quando, distrutto dal dolore, si ritirò a vita privata. La statua è visibile ancora oggi, fa bella mostra di sé al Palazzo reale cittadino.
Luang Prabang, l’antica capitale laotiana fondata da Fa Ngum, vi conquisterà. Questa città, adagiata alla confluenza tra i fiumi Mekong e Nam Khan, impreziosita da 33 wat (templi), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità nel 1995, abbellita da edifici coloniali e colorata dalle tuniche zafferano dei monaci, vivace ma incredibilmente placida, vi affascinerà come poche altre città. E voi lasciatevi ammaliare.
Cominciate la vostra esplorazione dal mercato del mattino, un colorato susseguirsi di bancarelle, a pochi passi dal Palazzo reale, dove troverete gli avocadi più gustosi e i manghi più dolci. Giunti qua, recatevi a palazzo e ammirate la statua in lega d’oro del Buddha, alta 83 cm, che Fa Ngum portò in dono dalla vicina Cambogia.

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Proprio di fronte all’edificio, dall’altra parte della centralissima Th Sisavangvong, noterete una collina. Che ci fa lì? Ogni stranezza d’Oriente può vantare un racconto di origine popolare che cerca di darne una spiegazione, a volte sensata, spesso magica, sempre divertente.
L’origine della collina Phu Si, che con i suoi 100 metri di altezza domina il profilo del centro cittadino, sarebbe da imputare alla regina Sida che, colta da un’improvvisa quanto insaziabile voglia di funghi, convocò Hanuman, il re delle scimmie. Sida lo incaricò di recarsi in Sri Lanka e tornare da lei con un cesto di quei particolari funghi che erano soliti crescere solo sui monti di questo lontano paese. Hanuman tornò con una sporta ricolma di funghi, ma Sida lo rimandò indietro. Non erano quelli giusti. Dopo altri viaggi andati a vuoto, Hanuman implorò Sida affinché gli comunicasse almeno il nome dei funghi che tanto desiderava, per facilitargli la ricerca. La regina rifiutò. L’ortaggio era chiamato het sa noon che significa orecchio di scimmia e Sida era timorosa che Hanuman potesse offendersi. Esasperato, Hanuman si recò nuovamente in Sri Lanka, ma questa volta ebbe un’idea. Tagliò la cima di un monte e, una volta tornato a Luang Prabang, la adagiò proprio di fronte al palazzo reale e riferì alla sovrana che i funghi, che tanto desiderava, erano finalmente arrivati.
Armatevi di buona volontà e salite i 329 gradini che vi condurranno alla cima di Phu Si fino al That Chomsi, uno stupa dorato alto 24 metri. La vista della città da qua su è molto suggestiva. Incontrerete diversi templi salendo, il Wat Pa Huak, il Wat Thammothayalan, il Wat Siphoutthabat Thippharam e l’impronta del piede del Buddha impressa in una roccia. Se questa è davvero l’impronta lasciata dal Buddha, doveva essere un gigante!
Il Phu Si ospita un’area residenziale e il TAEC, un’interessante museo dove potrete approfondire la conoscenza delle culture tribali del Laos settentrionale. Annesso vi è uno shop di artigianato locale.

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Una volta ritornati in Th Sisavangvong, dove alla sera si tiene un bel mercato notturno di artigianato, visitate la zona di Xieng Mouane, un delizioso quartiere a due passi dal palazzo reale, immerso nel verde e abbellito da diversi wat, dove potrete scorgere ancora alcune tipiche abitazioni in legno, poggiate su tronchi di albero.

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Tra i molti wat presenti in città, merita una menzione speciale il Wat Xieng Thong che si erge nella penisola settentrionale. Questo antico monastero è costruito intorno a un sim (sala delle ordinazioni) del 1560. I bei tetti spioventi dell’edificio principale sembrano sfiorare il terreno e la parete esterna dell’edificio è impreziosita da un raffinato mosaico che raffigura l’albero della vita. Tutto intorno, si stagliano diverse stupe e tre piccole cappelle, hor. Poco oltre, all’altezza della confluenza tra il Mekong e il Nam Khan potrete attraversare un ponte di bambù, percorribile solo durante la stagione secca. Vi condurrà sulla riva opposta del Nam Khan, su una piccola spiaggia dove potrete godervi il tramonto sulla città.

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Molti turisti che si trovano a passare per Luang Prabang sono soliti prendere parte al Tak Bat, la questua mattutina dei monaci buddhisti. Questo rito antico si svolge immutato da secoli. Prima dell’alba, i monaci, avvolti nelle loro tuniche arancioni, escono dai templi e, nel corso di una lunga processione per le vie della città, raccolgono in urne tondeggianti il cibo offerto dai fedeli in attesa, seduti su bassi sgabelli o inginocchiati. Per lo più viene offerto del riso glutinoso, in alternativa vengono donati frutti o piccoli dolci che i monaci consumeranno nel corso della giornata in due pasti, la prima colazione e il pranzo. Dopo mezzogiorno, devono osservare un rigido digiuno fino al giorno successivo.
I turisti si riversano nella via principale, Th Sisavangvong e concorrono a rendere molto meno poetico questo rito. A tratti sembra un mercimonio. Repetita iuvant. Alcune semplici regole di buona educazione, affisse come promemoria all’ingresso di ogni tempio in città:

  • Partecipate attivamente al Tak Bat solo se questo ha un significato per voi. Non è folklore, rimane un importante rito religioso. Acquistate il riso al mercato mattutino e non dai venditori ambulanti lungo la via principale;
  • Se decidete di assistere, fatelo in silenzio e prendete posto sul marciapiede opposto a dove i fedeli attendono i monaci;
  • Scattate pure delle foto, ma non usate il flash, non ostruite la processione dei religiosi, non toccateli. Sembra ovvio, ma non chiedete a un monaco di farsi un selfie con voi;
  • Arrivate in Th Sisavangvong a piedi o in bicicletta. Se non potete fare a meno di recarvi sul posto in tuk tuk o scooter, parcheggiate una via più in là;
  • Non seguite la processione dei monaci a bordo di un tuk tuk. Nessuno dovrebbe essere in una posizione più alta rispetto ai religiosi;
  • Vestitevi in modo adeguato. Sono da evitare maglie scollate o senza maniche, minigonne e pantaloni sopra al ginocchio.

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Oltre alla città, ritagliatevi il giusto tempo per visitare anche i suoi meravigliosi dintorni. Ecco cosa fare nei pressi di Luang Prabang: Le grotte di Pak Ou, le cascate di Tam Kuang Si e un trekking nella giungla, a giro nei dintorni di Luang Prabang

Per scoprire un altro volto di Luang Prabang e dedicarvi a qualche attività meno turistica: Inseguendo un filo rosso: l’altro volto di Luang Prabang

Foto di Emiliano Allocco (Link a Flickr)

Inseguendo un filo rosso: l’altro volto di Luang Prabang

A volte bisogna fermarsi e lasciare che le cose accadano, concedere il giusto tempo alle circostanze e ai luoghi di sorprenderci. Capita in un viaggio di essere presi dalla foga di dover visitare tutto e vedere quanto più è possibile. In fondo un viaggio lo si aspetta a lungo, lo si sogna prima e pare imperdonabile lasciarsi sfuggire l’occasione di essere qui ed ora, in un luogo che forse non si visiterà una seconda volta. Ma non esiste guida turistica o consiglio di altri viaggiatori in grado di competere con la meraviglia di un incontro fortuito, con una chiacchierata inattesa o ancora con la scoperta di un qualcosa completamente inaspettato.
E allora è buona abitudine uscire per una passeggiata senza meta quando si arriva in una nuova città, fermarsi ad osservare la vita che scorre e l’umanità che si affanna dietro alla routine della quotidianità, andare al mercato, inseguire un filo rosso per scoprire ancora che la vita è proprio qui, tra le piccole cose di tutti i giorni.
Ed inseguendo un filo rosso, una mattina prima che albeggiasse, abbiamo scoperto che a Luang Prabang in Th Khounswa esiste un minuscolo teatro con appena 30 posti a sedere, dove ogni sera alle ore 18.30 si tiene un incantevole spettacolo di un’ora circa. Un cantastorie narra, in un inglese coinvolgente e facile da capire anche per chi non è madrelingua, le leggende e le storie di origine popolare del Laos e di Luang Prabang, in particolare. I racconti folcloristici sono accompagnati dalle note struggenti di un khene (la lira laotiana), suonata da un uomo anziano vestito con abiti tribali. È il Garavek Storytelling. In lingua locale, garavek significa uccello magico. Fate volare la vostra fantasia sulle ali del garavek e lasciatevi trasportare in un mondo magico e antico. Non ne rimarrete delusi! Sarà bello passare una serata a teatro in Oriente. Scoprirete, ad esempio, che l’origine del monte Phu Si è da imputare a un capriccio della regina Sida e a una voglia di funghi, difficile da soddisfare. Dopo aver assistito a questo spettacolo osserverete Luang Prabang e i dintorni della città con altri occhi.
Uscendo da teatro, è possibile acquistare un opuscolo che raccoglie le dieci più celebri storie popolari su Luang Prabang. Per saperne di più: www.garavek.com

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E il filo rosso della casualità ci ha portato a passare in Th Phayaluangmeungchan intorno alle ore 17. Un uomo, sull’uscio di una casa, ci ha fatto segno di entrare. Ed è così che abbiamo scoperto Big Brother Mouse e conversato un paio d’ore in inglese con un gruppo di ragazzi laotiani. La storia di Big Brother Mouse iniziò negli anni ’80  e ha tre protagonisti principali: Khama, un giovane e brillante novizio; Sasha, un americano che si recò in Laos dopo aver venduto la casa editrice per la quale aveva lavorato negli ultimi 15 anni e Siphone, un talentuoso studente del Teacher Training College.
I tre aprirono un piccolo ufficio a Luang Prabang e fondarono una casa editrice: prima di allora i laotiani non leggevano. Non esistevano libri di intrattenimento o romanzi scritti in lingua locale. Strano, vero? Khama, Sasha e Siphone acquistarono tre pc, codificarono un primo font in laotiano, inventarono storie per bambini che fecero poi illustrare. Nacquero così i primi libri in laotiano per ragazzi. Da allora, molte pubblicazioni sono seguite e l’associazione si è ingrandita. Alla fine del 2006, la Big Brother Mouse poteva vantare 15 libri al suo attivo. Il passo successivo? Portare i volumi ai bambini nelle scuole e nelle campagne. L’associazione si diede da fare e organizzò un primo book party che fortunatamente ebbe successo! Ad oggi i book party organizzati sono più di 4,400. L’associazione continua a ideare, stampare e distribuire gratuitamente nuovi libri a bambini e ragazzi. Nel 2016 è stata inaugurata Big Sister Mouse, una scuola nelle campagne a un quarto d’ora circa da Luang Prabang. Qui i bambini dei villaggi imparano a leggere, a scrivere, a far di conto, ad usare un computer, a parlare in pubblico, apprendono le tecniche del problem solving, la storia e le tradizioni del loro paese. Se volete, potete trascorrere una giornata intera facendo volontariato in questa struttura.
Nella sede di Luang Prabang, dalle 9 alle 11 di mattina e dalle 17 alle 19 del pomeriggio, si tengono conversazioni in inglese. Giovani laotiani vengono qua per conversare in inglese con i turisti di passaggio in città e migliorare la conoscenza della lingua. Se siete a Luang Prabang, per favore aiutate questi ragazzi. Siete i benvenuti anche se l’inglese non è la vostra prima lingua e se parlate con un forte accento. Sarà una bellissima esperienza anche per voi. Nel mio gruppo c’erano tre giovani novizi e quattro studenti delle scuole superiori. I ragazzi sono curiosi di scoprire qualcosa in più sul vostro Paese, stile di vita e abitudini. A vostra volta, potrete approfondire usi e costumi in Laos e ampliare la vostra conoscenza del buddhismo. Se avete intenzione di finanziare Big Brother Mouse, potete acquistare presso il loro shop qualche libro da distribuire ai bambini che abitano nei villaggi o da portare a casa come souvenir.
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Lungo Th Sisavangvong, l’elegante via centrale che ospita un animato mercato notturno, sorge la Biblioteca di Luang Prabang. Qui potrete acquistare alcuni libri in Lao da donare ai bambini che abitano nei villaggi più remoti e faticano ad accedere a un’istruzione di livello. Un libro costa 2$. Vi verrà chiesto di deporre i libri che acquistate in una grande sacca, immediatamente dietro l’ingresso. Quando la sacca sarà riempita (servono 100 libri), una biblioteca galleggiante solcherà le acque del Mekong alla volta dei villaggi remoti che sorgono nelle zone rurali del paese. La biblioteca accetta anche vestiti usati e libri in inglese o altre lingue. Per saperne di più: http://www.communitylearninginternational.org

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Concludete la vostra giornata da turisti alternativi con una buona cena da Khaiphaen in Sisavang Vatana Road. Questo ristorante impiega giovani ragazzi emarginati, che vivevano in condizioni disagiate. A questi ragazzi viene data la possibilità di una riabilitazione sociale e la chance di imparare un mestiere.
Per saperne di più: http://tree-alliance.org/our-restaurants/khaiphaen.php?mm=or&sm=kp
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