A sud dove il mare è più blu: qualche giorno di riposo a Sihanoukville

Dopo un lungo viaggio regalatevi qualche giorno di riposo. Nulla è meglio del mare per ristabilire equilibri persi, ricaricare le batterie e ritrovare un po’ di pace interiore. Almeno per me funziona così. Dopo la fatica della scoperta della Cambogia, mi sono recata a Sihanoukville nel sud del paese, capoluogo della provincia di Preah Sihanouk. E’ tempo di relax.
Sihanoukville fu fondata negli anni ’50 strappando un lembo di terra alla giungla per volere dell’ultimo re della Cambogia, Sihanouk, che intendeva farne il più importante porto a pescaggio profondo del paese e un porto marittimo cruciale per evitare che i traffici internazionali continuassero a passare attraverso il delta del Mekong nel vicino Vietnam. In tutta onestà è una città brutta, turistica, caotica, troppo mondana, in continua espansione. Nuove costruzioni sorgono velocemente per poter dare ospitalità a un numero sempre crescente di turisti. Ma non disperate. Se volete evitare il caos, non recatevi nella zona centrale di Serendipity Beach. Con una corsa in tuk tuk, dirigetevi a sud e raggiungete Otres beach a circa 5 km dal centro città. Qui la spiaggia è bianca, il mare cristallino e l’ombra dolce delle piante di casuarina vi darà ristoro dal caldo. La spiaggia è lunga 4 km, stranamente poco affollata e decisamente piacevole. Se camminate ancora verso sud troverete per certo un angolo isolato dove fermarvi.

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Prendete il sole, riposate, leggete, fate lunghi bagni. Se volete essere più attivi, vi è la possibilità di fare snorkeling o una gita in barca alle isole vicine. A 15 km a est di Sihanoukville sorge il Parco Nazionale di Ream che vi offrirà la possibilità di fare trekking nella foresta o di raggiungere in barca spiagge incontaminate navigando tra le mangrovie. Scegliete agenzie turistiche che promuovono gite ecologiche. Noterete purtroppo come il Parco Nazionale, sebbene sia un’area protetta, sia seriamente minacciato dal turismo.
Al largo delle coste di Sihanoukville si combatté per gli Stati Uniti d’America l’ultima battaglia ufficiale della guerra del Vietnam. Il 12 maggio del 1975, due settimane dopo la caduta di Saigon, la nave container statunitense Mayagüez stava raggiungendo la Thailandia da Hong Kong quando cadde in mano ai khmer rossi. Il presidente americano Gerald Ford bollò l’accaduto come un vero e proprio atto di pirateria. I 39 membri dell’equipaggio vennero segretamente fatti sbarcare a Sihanoukville. Tre giorni più tardi l’esercito statunitense si lanciò nell’attacco della Mayagüez ma la nave era deserta. L’equipaggio era stato imbarcato su un peschereccio thailandese e mandato alla deriva. Della liberazione si seppe quando l’attacco era ormai stato sferrato.

Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

 

Sambor Prei Kuk, alla scoperta del più importante sito pre-angkoriano della Cambogia

Prima di lasciare Kompong Thom e dirigervi verso la vicina Siem Reap tributate una visita a Sambor Prei Kuk, il più importante sito monumentale dell’era pre-angkoriana. Questo complesso sorge a 30 chilometri circa a nord di Kompong Thom e conta più di 100 edifici, 10 dei quali a pianta ottagonale, circondati e in alcuni casi inglobati da una rigogliosa foresta sub-tropicale. I templi sono costruiti principalmente in mattoni con elementi decorativi in arenaria.

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Raggiungete il sito a bordo di un tuk tuk, ammirate la bellezza della campagna cambogiana e assaporate la lentezza del viaggio.

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Noto con il nome di Ishanapura, questo insediamento fu la capitale dell’impero Chenla all’inizio del VII secolo d.C. e rimase un importantissimo centro culturale anche durante l’epoca di Angkor. Cadde in stato di abbandono a partire dal XV secolo per essere riscoperto a inizio Novecento da studiosi occidentali. In un area di  circa un chilometro per lato, sorgono tre complessi templari principali con caratteristiche simili che furono probabilmente fonte di ispirazione per la costruzione di Angkor cinque secoli più tardi. Ciascun complesso di templi è protetto da una doppia cinta muraria, consta di una torre centrale circondata da laghi, porte e templi.

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Negli anni ’70 il sito fu bombardato dall’aviazione americana che sosteneva il governo di Lon Nol contro il regime dei khmer rossi. Alcuni crateri sono ancora visibili oggi. L’area è stata bonificata dalle ultime mine solo nel 2008. Per godere al meglio della visita a questo sito ingaggiate una guida locale, sosterrete l’economia del luogo e farete piacevoli incontri. Noi abbiamo avuto la fortuna di ingaggiare una guida donna, una ragazza madre con una coraggiosa storia di riscatto sociale alle spalle.
Concedetevi una lenta passeggiata all’ombra della foresta, lungo i suoi sentieri sabbiosi. Respirerete un’atmosfera serena e decisamente rilassata. Forse le cose cambieranno presto: Sambor Prei Kuk è stato iscritto dall’Unesco nella lista dei siti patrimonio dell’umanità nel luglio del 2017. Probabilmente molti turisti giungeranno a visitare il sito e  un po’ di magia sparirà. Ecco una cartina del luogo che vi agevolerà nella visita. La mappa è tratta dal sito https://moon.com/
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Foto di Emiliano Allocco 
(link a Flickr)

809 gradini per il paradiso: salire a piedi a Phnom Santuk

Ci siamo lasciati Kratié alle spalle e, lungo la strada che conduce a Siem Reap, abbiamo deciso di fare tappa per una notte appena a Kompong Thom. Da qui con un tuk tuk abbiamo raggiunto Phnom Santuk, la montagna sacra (207 metri) più importante della regione e meta di pellegrinaggi buddhisti. Riempitevi gli occhi con i bucolici paesaggi che incontrerete lungo la via.
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I pendii di Phnom Santuk sono ricoperti di rigogliosa foresta e costellati di pagode e raffigurazioni del Buddha. Acquistate una bottiglia d’acqua (grande!), prendete fiato, toglietevi le scarpe e, come un pellegrino, salite in cima a questo promontorio: percorrete lentamente gli 809 gradini della scalinata che vi porterà ad espugnare la vetta del monte sacro. Sarà un’ascesa faticosa, ma guadagnare la cima vi ripagherà. L’ultimo tratto lo percorrerete in compagnia di un gran numero di scimmie incuriosite dalla vostra presenza. Prestate attenzione ai vostri averi.

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I più pigri possono salire a Phnom Santuk da una strada asfaltata alternativa, lunga 2,5 km. Per un paio di dollari, potete farvi portare su da qualche motociclista volenteroso. In cima dedicatevi alla visita delle numerose pagode. Sul lato meridionale, andate alla ricerca dei Buddha distesi: alcuni sono stati scavati nella roccia nei secoli passati, altri sono versioni più moderne in cemento.
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Dai massi in cima al promontorio si gode di una bella vista sulla valle. Aspettate qua il tramonto e ammirate le risaie tingersi di rosso. La scalinata non è illuminata. Se decidete di trattenervi a Phnom Santuk fino a sera, accertatevi di avere con voi una torcia elettrica.
Sulla sommità vi è un wat in attività i cui monaci accolgono con calore e simpatia i turisti. Fermatevi qui a chiacchierare, a filosofeggiare e a disquisire del senso della vita. Sono stata fortunata perché ho incontrato un gruppo di giovani monaci alcuni dei quali parlavano un ottimo inglese. Abbiamo discusso a lungo di Buddha, del mondo illusorio, dell’importanza di avere una mente allenata per saper resistere alle tentazioni del mondo, della speranza, del ruolo che pensieri e desideri giocano nella nostra vita, di felicità interiore e compassione, di come il mondo cambia quando cambiamo noi. Una bella discussione interattiva difficile da riassumere qui in poche righe.

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“Perché le persone si allontanano?” mi domanda un monaco mentre mi alzo. Tentenno, riprende lui la parola: “Perché abbiamo la presunzione di conoscere gli altri, mentre quello che conosciamo è solo il loro ricordo, l’idea che noi abbiamo di loro. Se ci incontrassimo di nuovo domani, tu saresti un’altra persona. Le persone cambiano, evolvono. Sono il continuo risultato di pensieri ed esperienze. Per stare insieme a lungo, bisogna avere l’umiltà di ammettere di non conoscersi e continuare a prestare attenzione alla persona che il nostro compagno di vita diventa giorno dopo giorno. Siete marito e moglie, vero?” Annuisco senza parlare. Riprendiamo gli zaini, salutiamo e ci avviamo alla scalinata. E’ ormai notte e la discesa è piuttosto rocambolesca. Ricordatevi la torcia!

Foto di Emiliano Allocco

I campi di sterminio di Choeung Ek

A una decina di chilometri da Phnom Penh, sorge il Campo di sterminio di Choeung Ek, un luogo tetro e oscuro dove tra il 1975 e il 1979 oltre 17 mila persone (uomini, donne, bambini) furono barbaramente assassinati dal regime dei Khmer Rossi. Choeung Ek era in precedenza un cimitero cinese, piuttosto isolato dai centri abitati. Fu solo uno dei 300 campi di sterminio attivi in Cambogia in quel periodo. In appena 3 anni 8 mesi e 20 giorni, i Khmer rossi si resero responsabili della morte di 3 milioni di persone, il 25% della popolazione totale.
I prigionieri giungevano a Choeung Ek dal carcere di massima sicurezza di Tuol Sleng, noto come S-21, dove dopo lunghe e terribili torture venivano costretti a una confessione forzata di crimini inesistenti compiuti contro Angkar, l’organizzazione in nome della quale i Khmer rossi governavano. Qua venivano costretti a scavare ampie fosse per poi essere giustiziati a bastonate per mezzo di asce, zappe, canne di bambù, martelli. I proiettili erano costosi e dovevano essere risparmiati. Sui corpi esanimi si spargeva del DDT per uccidere chi, eventualmente, era ancora vivo. Il DDT serviva anche per coprire il forte odore di decomposizione dei cadaveri. Durante le esecuzioni, compiute di notte, veniva suonata musica per celare le grida dei prigionieri.
Choeung Ek si contano 129 fosse comuni su un terreno di 2,4 ettari. I resti di 8.985 persone furono riesumati nel 1980; 43 fosse non sono ancora state aperte. Tra i morti si contano anche 9 stranieri: 1 australiano, 2 francesi e 6 americani.
Aggiunge orrore a questa tragedia straziante la scoperta che neanche i neonati erano risparmiati. Venivano lanciati violentemente contro un grande albero presente nel campo, uccisi davanti agli occhi delle madri impotenti. Perché? Uno dei motti terribili dei Khmer rossi era: “Meglio uccidere un innocente per errore che risparmiare un nemico per errore”. Quando un membro di una famiglia era condannato a morte, di solito si sterminava l’intero nucleo familiare per “estirpare le erbacce” ed evitare che i superstiti potessero vendicarsi in futuro.

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I teschi riesumati conservati nello stupa commemorativo

Nel 1988 al centro del campo fu eretto uno stupa commemorativo della tragedia in memoria delle vittime. Qui in teche in vetro sono conservati oltre 8.000 teschi, ordinati su più piani e divisi per età e sesso. Una visione raccapricciante, uno strazio disumano.
“Sad?” mi chiede il nostro conducente di tuk tuk mentre mio marito ed io facciamo ritorno a Phnom Penh. Annuisco. In un inglese stentato mi racconta che entrambi i suoi genitori, di professione insegnanti, e i suoi fratelli sono morti in questo campo. Lui era appena un neonato quando la Kampuchea Democratica governava il paese. Venne nascosto e miracolosamente salvato dai parenti. Fu costretto a un esilio lungo 10 anni in un campo profughi in Thailandia. Mi parla dell’incontro con un sacerdote e della sua conversione alla fede cristiana, come viatico per sopportare il dolore e superare la rabbia. Mi dice di avere 2 figli maschi di 9 e 10 anni che ha iscritto, con sacrificio, a una scuola internazionale perché imparino l’inglese e possano un giorno viaggiare. Mi confessa che il suo sogno era quello di studiare come i suoi genitori. Spera lo realizzino i suoi figli. Probabilmente questo è il solo riscatto possibile e l’unica rivincita contro un regime che perseguitò con crudeltà vigliacca gli intellettuali e gli insegnanti. Forse un barlume di speranza si intravede.

Uscire di casa a piedi e ritrovarsi a Phnom Penh: l’importanza di essere pellegrini, il dovere di essere “nessuno”

Caro blog, oggi compi un anno! E ti festeggio scrivendo queste righe seduta su una terrazza che si affaccia sul caos di Phnom Penh, Un anno fa ora ero in partenza per Hanoi. Mi sei mancato e ti ho trascurato molto negli ultimi tempi.
Ti ho perso di vista qualche mese fa, direi quando ho smarrito un pezzo di me per strada. Sono stata a giro, decisamente meno di quanto avrei voluto. Ho raccolto appunti di viaggi, fotografie e abbozzi di storie di cui probabilmente non scriverò mai. Ho letto meno di quanto avrei voluto. Ma tu caro blog, sei stato un pretesto prezioso di felicità e uno strumento per far caso alla bellezza che ho incontrato lungo la via nell’ultimo anno. Ma oggi ricomincio da qua.
Lunedì sono uscita di casa a piedi, lo zaino sulle spalle e mio marito per mano. Dopo un viaggio in treno e uno in bus, dopo una coincidenza aerea e una rigenerante corsa in tuk tuk mi sono ritrovata nel centro di Phnom Penh. Un viaggio finalmente, in Asia ancora una volta come piace a me. Sono uscita di casa a piedi e mi sono ritrovata dall’altra parte del mondo. Un tentativo modesto, certo, di viaggiare lentamente, per provare a trasformare una vacanza in un pellegrinaggio. Non turisti, ma pellegrini rispettosi dell’ambiente, dei luoghi, della sacralità del tempo, di costumi e tradizioni diverse.
Un pellegrinaggio per ritrovare se stessi dopo un lungo anno passato a correre, a essere, a lavorare. Oggi finalmente sono nessuno. E non potrei esserne più felice.
Ribadisco e rivendico con decisione l’importanza e la necessità di essere nessuno come esercizio di umiltà, consapevolezza e crescita individuale. Viaggiare mi piace anche per questa ragione: mentre si esplora il mondo là fuori e si perdono i propri punti di riferimento, si ritrova se stessi. E’ un dovere ricordarci chi siamo al di fuori dei ruoli che rivestiamo nella quotidianità. E’ bellezza ricordarsi di essere altro da quello che facciamo. E’ obbligatorio disconnettersi, non leggere le mail, staccare la spina, abbandonare la modernità e i suoi modernismi. Oggi non sono nessuno e mai come nell’ultimo periodo mi sento io. Vado a perdermi tra le vie della città che fondò una donna, Penh. Chissà quante storie avrò da raccontare questa sera.
Buon primo compleanno A giro ergo sum, buon pellegrinaggio a me!

C’è una maschera per la famiglia, una per la societàuna per il lavoro. E quando stai solo resti nessuno. (Luigi Pirandello)

La prima corsa in tuk tuk alla scoperta di Phnom Penh