Battambang, la città del bastone perduto: cosa vedere in un giorno

I suoi abitanti con fierezza asseriscono che la provincia di Battambang produca il riso più delicato, le noci di cocco più dolci, le arance più succose e i manghi più saporiti. Di certo l’area è una zona molto fertile e la provincia viene spesso soprannominata la ciotola di riso della Cambogia. Confina con la Thailandia e a est si affaccia sul lago Tonlé Sap.
Il capoluogo, l’omonima città di Battambang, è adagiata lungo il fiume Sangker che sgorga dai vicini Monti Cardamomi. Ha il fascino decadente delle ex città coloniali. In Cambogia c’è una storia per tutto e ce ne sono addirittura un paio che narrano la fondazione della città. Il nome di Battambang si crede derivi da bat, “perdere”, e dambang, “bastone”. Secondo una leggenda un antico re khmer lanciò il suo bastone dalla città di Angkor fino a Sangker, nell’area dell’odierna Battambang, dove si sarebbe perso. Secondo un’altra versione, la fondazione della città risalirebbe a un contadino che un giorno, mentre pascolava il suo gregge di vacche, trovò un bastone e si accorse ben presto che aveva poteri magici che usò per spodestare il re e impadronirsi del trono. Il principe ereditario riuscì a fuggire nella giungla e si unì ad un gruppo di monaci. Un indovino predisse al nuovo re che il suo regno sarebbe durato 7 anni, 7 mesi e 7 giorni e che un saggio a dorso di un cavallo bianco, vestito con abiti regali arancioni, lo avrebbe scacciato. Decise di mandare a tutti i saggi del paese un invito per recarsi a corte. Con l’inganno li avrebbe poi fatti uccidere. Anche il principe ereditario si mise in cammino. Lungo la strada incontrò un viandante che gli offrì il proprio destriero bianco e una veste arancione in modo che potesse presentarsi degnamente al sovrano. Appena giunto a corte il re lo riconobbe e scagliò il suo bastone contro il giovane, ma lo mancò e finì lungo le rive del Sangker. Il re si diede alla fuga e il principe riconquistò il governo della città. Quale versione vi piace di più?
Quando entrerete a Battambang vedrete nella rotonda principale una statua che rievoca la fondazione mitica della città.

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Cosa fare a Battambang se avete un solo giorno a disposizione?
Andate sul sito www.ka-tours.org e scaricate gratuitamente l’itinerario delle passeggiate nella zona storica della città. L’organizzazione KA Architecture Tours in collaborazione con le autorità cittadine di Battambang ha creato questi itinerari dedicati sia al periodo francese sia all’architettura degli anni ’60. Questo vi impiegherà mezza giornata all’incirca.
Da non perdere la Residenza del Governatore, un bell’edificio a due piani con persiane in legno. Fu progettato da un italiano per volere dell’ultimo Governatore thailandese di Battambang che abbandonò la città nel 1907.
Affittate poi una bici e recatevi appena fuori città a visitare il Wat Ek Phnom, un bel tempio con pregevoli bassorilievi. Godetevi il paesaggio lungo la via e la vista di risaie, villaggi e vita rurale.
Battambang è la base ideale se siete interessati a vedere il treno di bambù, una struttura in bambù lunga 3 metri e appoggiata su due carrelli. Il veicolo era usato come mezzo di trasporto (poteva portare fino a 3 tonnellate di riso) e raggiungeva una velocità di 15km/h. Era un sistema di trasporto a binario unico. Quando due vagoni si incontravano quello con il carico minore veniva rapidamente smontato e spostato accanto al binario per far passare l’altro. Il treno di bambù è ormai obsoleto ma resiste come attrazione turistica. La struttura originaria è stata eliminata. Un binario di qualche centinaia di metri è stato ricostruito ad uso esclusivo dei turisti. Noi abbiamo scelto di non visitarlo e di recarci invece all’ospedale che costruì Emergency (https://www.emergency.it/) a Battambang e che dal 2012 è passato in gestione alle autorità locali.
La Cambogia è stata duramente segnata dalla guerra. Si stima che nel paese siano ancora disseminate tra i 4 e i 6 milioni di mine antiuomo e che serviranno 200 anni per bonificare le campagne. Tutto è reso più complicato dalle forti piogge e dagli smottamenti del terreno. L’uso delle mine iniziò con gli americani che tentarono in questo modo di interrompere il sentiero di Ho Chi Minh. Una fascia di terra lunga 700 km al confine con la Thailandia è stata minata dall’esercito vietnamita. Dopo il ritiro dei vietnamiti, altre mine ancora vennero disseminate un po’ ovunque dal governo e dai khmer rossi. La guerra continua quindi a mietere ancora vittime innocenti in una nazione ora in pace. Nel paese vivono 40.000 mutilati. Li vedrete nelle campagne e agli angoli delle strade. Ogni mese in media 15 cambogiani perdono la vita o un arto saltando su una mina. Dal 1998 al 2012 Emergency ha edificato e gestito un Centro chirurgico a Battambang intitolato ad Ilaria Alpi, cinque posti di primo soccorso nel distretto di Samlot e due cliniche mobili per prestare assistenza alle vittime delle mine e per la cura di malattie quali la malaria, la tubercolosi e il tifo. Emergency ha curato 383.762 persone (dati al 30 giugno 2011). In un paese rimasto senza medici e infermieri, sterminati perché distanti dal folle ideale rurale della rivoluzione di Pol Pot, Emergency ha giocato un ruolo cruciale in una delle aree più martoriate dalle mine. Da sostenitrice di Emergency è stato un onore poter vedere un’ospedale dell’associazione. Grazie!
Nel 1997 oltre 100 paesi, tra i quali la Cambogia e l’Italia, hanno sottoscritto il Trattato di Ottawa che vieta la produzione, il deposito, la vendita e l’uso delle mine antiuomo. I principali tre paesi produttori di mine, Cina, Russia, Stati Uniti, non hanno siglato l’accordo.

La borsa della preghiera

C’è una storia delicata che unisce un padre e un figlio, un filo rosso lungo 60 anni, un cerchio che si chiude e che sa di riscatto. Racconto questa storia perché credo debba sopravvivere all’oblio del tempo ed essere condivisa.
Quando si entra a Birkenau, appena oltrepassato il cancello della morte, non si può fare a meno di notare il binario cieco su cui viaggiavano i treni che qui trasportavano ebrei e deportati da tutta Europa. Un vagone si staglia all’orizzonte. Fu costruito in Germania all’inizio del XX secolo per il trasporto merci, ma durante gli anni bui della seconda guerra mondiale fu usato per condurre migliaia di uomini, donne e bambini, stipati e ammassati in condizioni igieniche precarie e provenienti principalmente dall’Ungheria, in questo campo di concentramento e stermini.
Così giunse a Birkenau nel maggio del 1944 anche Hugo Lowy, un ebreo ungherese padre di famiglia. Appena sceso dal treno, gli fu intimato di abbandonare sulla banchina tutto quel che aveva portato con sé. Hugo oppose un fermo rifiuto: non era disposto a separarsi dalla sua borsa della preghiera dove custodiva il tallit (lo scialle di preghiera) e il tefillin (i filatteri). Per questa ragione fu brutalmente ucciso dai soldati nazisti, proprio dinnanzi al treno. Ai tempi il più giovane dei figli di Hugo, Frank, aveva appena 13 anni.
Fu Frank a farsi carico di cercare, restaurare e condurre a Birkenau il vagone originale usato dai nazisti per il trasporto degli ebrei ungheresi. Il vagone giunse qui nel settembre del 2009. Nell’aprile dell’anno successivo, durante una cerimonia ufficiale, venne donato da Frank al Museo statale di Auschwitz-Birkenau e dedicato a tutti coloro che in questo luogo trovarono la morte. 66 anni erano passati da quando i nazisti avevano ucciso suo padre. Frank portò con sé la propria borsa della preghiera. Insieme al fratello Sanyi, entrò nel vagone e la depose.
Il vagone fu poi sigillato. Conserva al suo interno il ricordo di Hugo e di tutte le anime che viaggiarono verso la morte.
“Abbiamo un vagone – ha dichiarato Frank nel 20 – che simboleggia la sofferenza e la deportazioni degli ebrei di Ungheria. Mio padre era tra loro. Venne brutalmente assassinato subito dopo il suo arrivo, appena qualche metro più in là di dove ci troviamo ora. E’ un momento molto toccante, ma per me rappresenta la chiusura di un cerchio. Avevo 13 anni quando persi mio padre. Oggi ne ho 80″.

Se vi interessa leggere un resoconto della mia visita ad Auschwitz, trovate qui il link: https://agiroergosum.wordpress.com/2017/06/17/auschwitz-e-arte-abissi-e-vette-dellanimo-umano/

(Ph Emiliano Allocco)