Scoprendo il Piemonte, l’Abbazia di Santa Maria di Staffarda di Revello

A 10 chilometri da Saluzzo e a circa 60 chilometri da Torino, in una zona pianeggiante immersa nella profonda campagna piemontese sorge uno dei grandi monumenti medioevali del Piemonte, l’Abbazia di Santa Maria di Staffarda.
Fu fondata tra il 1122 e il 1138 sul territorio dell’antico Marchesato di Saluzzo, in un luogo paludoso, boschivo, isolato, reso fertile dai monaci cistercensi con estese e complesse opere di bonifica. A seguito di numerose donazioni di terreni all’Abbazia, divenne impossibile per i frati coltivare direttamente tutti i possedimenti. I monaci diedero quindi in affitto molti appezzamenti di terra e, con i denari così accumulati, iniziarono a concedere prestiti come un moderno istituto di credito. L’Abbazia benedettina cistercense raggiunse in pochi decenni una notevole importanza economica quale luogo di raccolta, trasformazione e scambio dei prodotti delle campagne circostanti. L’importanza economica aveva portato all’Abbazia privilegi civili ed ecclesiastici che ne fecero il riferimento della vita politica e sociale del territorio.
Nel 1606, i monaci furono allontanati dall’abate Scaglia di Verrua che chiamò ad occuparsi dell’Abbazia sedici monaci della Congregazione di Foglienzo, di più stretta osservanza delle regole monastiche cistercensi. La decadenza dell’Abbazia divenne definitiva in seguito alla battaglia del 18 agosto 1690 tra le truppe vincenti di re Luigi XIV di Francia e i piemontesi di re Vittorio Amedeo II. I francesi, guidati dal generale Catinat, invasero l’Abbazia distruggendo l’archivio, la biblioteca, parte del chiostro e del refettorio. I francesi furono cacciati solamente dopo il 1706. Tra il 1715 e il 1734, con l’aiuto finanziario di Vittorio Amedeo II, vennero effettuati lavori di restauro che in parte alterarono le originali forme gotiche dell’architettura del luogo.
Con Bolla Pontificia di Papa Benedetto XIV, nel 1750, l’Abbazia ed i suoi patrimoni divennero proprietà dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro ed eretti  in Commenda.

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Cosa vedere
Del complesso abbaziale in stile romanico-gotico sono di notevole interesse la Chiesa con il Polittico di Pascale Oddone e il gruppo ligneo cinquecentesco della Crocifissione, il meraviglioso Chiostro con il suo giardino, il Refettorio con tracce di un dipinto raffigurante L’ultima cena, la Sala Capitolare e la Foresteria. Gli altri edifici costituiscono il cosiddetto concentrico di Staffarda, vale a dire il borgo che conserva ancora oggi le strutture architettoniche funzionali all’attività agricola come il mercato coperto sulla piazza antistante l’Abbazia e le cascine.
L’architettura degli edifici fu progettata in funzione della divisione dei monaci in chierici (capitolari) e laici (conversi). I primi dovevano osservare i voti, vivere in contemplazione e obbedire alla regola del silenzio, mentre i lanci svolgevano i lavori agricoli. Ai conversi era fatto divieto di entrare nella casa capitolare, nel chiostro e nelle altre aree riservate ai capitolari.

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Curiosità: la balena, i gatti e i pipistrelli dell’Abbazia di Staffarda
L’Abbazia ama gli animali! È infatti presidiata da una colonia di gatti che qui si aggirano indisturbati. Questo insolito staff di felini custodi vi accompagnerà nella vostra esplorazione del Chiostro e vi osserverà a debita distanza di sicurezza, come  solo i migliori gatti da guardia sanno fare.
Ma i gatti non sono i soli animali ad aver preso residenza tra le mura del complesso monastico. Ogni anno, dai primi di aprile, si radunano dentro il locali dell’Abbazia 1.200 femmine di Vespertilio maggiore e Vespertilio di Blyth, due tra le specie di Chirotteri (pipistrelli) di maggiori dimensioni della fauna europea. Intorno alla metà di giugno ogni femmina gravida partorisce un piccolo. E per qualche mese l’Abbazia diventa una vera e propria nursery. Durante la notte, le madri escono a caccia di insetti e fanno ritorno all’alba in tempo per allattare i piccoli e riposare. Durante l’estate, i cuccioli raggiungono la taglia adulta e imparano a cacciare. Verso la fine di settembre, la colonia si disperde per tornare ancora a primavera.
Passeggiando nelle gallerie porticate che costeggiano il chiostro, noterete un enorme osso ricurvo appeso a una parete verso la Chiesa. Quest’osso misura circa un metro e mezzo di lunghezza e la leggenda narra che appartenesse a una enorme balena mandata da Dio per sfamare i monaci cistercensi durante una grave carestia. Con buone probabilità si tratta di una vertebra di un gigantesco animale preistorico, ma tanto vale!

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Dove: Piazza Roma 2, 12036 Staffarda (CN) – 0175/273215
Quando: dal martedì alla domenica dalle 09.00 alle 12.30 (ultimo ingresso ore 12.00) e dalle 13.30 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.30). Chiuso il lunedì. 
Sul web: http://www.ordinemauriziano.it/abbazia-di-santa-maria-staffarda

Queste informazioni sono valide nel momento in cui si scrive (giugno 2020). Si rimanda al sito ufficiale per dettagli e orari aggiornati.

A giro per Galle: alla scoperta del Fort e della sua eredità coloniale

La città di Galle e in particolare il suo Fort sono una meta irrinunciabile per chi viaggia nel sud dello Sri Lanka. Proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1988, è un’elegante città portuale sulla punta sud-occidentale dell’isola a circa 120 chilometri da Colombo, crocevia di genti e merci, testimonianza straordinaria dell’epoca coloniale che ha vissuto lo Sri Lanka. Il cuore della città è il Fort, una cittadella fortificata eretta dagli olandesi nel XVII secolo e circondata dal mare su tre lati. Passeggiando tra le sue vie, è possibile ammirare oltre 400 edifici storici tra case coloniali olandesi con il caratteristico colonnato antistante l’abitazione, chiese, moschee, templi, antichi edifici amministrativi, vecchi magazzini delle spezie e alberghi squisitamente restaurati. Vale la pena andare a giro per le strette stradine cittadine senza una meta precisa alla scoperta dei numerosi e raffinati caffè e delle tante botteghe che vendono merci di pregio di ogni genere. Sarà facile scovare qualcosa di insolito e originale da acquistare.
Secondo alcuni storici, Galle potrebbe essere stata Tarshish, la città dalla quale re Salomone ricevette in dono avorio, pavoni e preziosi gioielli. Una flotta portoghese, diretta alle Maldive, approdò qui nel 1505 ed espugnò la città. Si narra che i portoghesi l’abbiano chiamata così dopo aver sentito cantare un gallo. Più realisticamente il toponimo potrebbe derivare da “gala” che in singalese significa roccia. Nel 1640 i portoghesi dovettero cedere Galle agli olandesi, ai quali si deve la costruzione dell’imponente forte con i suoi tre bastioni a cui vennero dati i nomi di sole, luna, stella. Nel XVII secolo divenne il porto principale dello Sri Lanka e per quasi due secoli rimase un importante snodo commerciale per le navi che facevano la spola tra Europa e Asia. Quando la città passò in mano agli inglesi nel 1796, Colombo assunse un’importanza crescente come porto commerciale e Galle fu declassata a un ruolo di secondo piano. Più recentemente, la città ha riportato ingenti danni materiali e gravi perdite umane a causa dello tsunami del 26 dicembre 2004, provocato da un violento maremoto con epicentro al largo dell’Indonesia.
Il Fort si può girare tranquillamente a piedi o si può affittare una bicicletta se la calura non dà tregua.
Cosa fare a Fort:

  • Al calar del sole, quando il caldo finalmente scema, si può ammirare il tramonto passeggiando sui bastioni del forte. Si gode di un’incantevole vista sull’oceano da Flag Rock, l’antico bastione portoghese. È possibile compiere il giro di quasi tutto il perimetro della cittadella in circa un’ora partendo dalla torre dell’orologio. Poco prima del bastione “stella”, al di fuori delle mura, noterete una modesta tomba bianca dove riposano le spoglie mortali del santo musulmano Dathini Ziryam. Non mancate di ammirare nel tratto settentrionale delle mura la torre dell’orologio e il Main Gate, aggiunto dagli inglesi nel 1873 per facilitare la gestione del crescente traffico in entrata nella città vecchia. Al termine del lato orientale sorge un alto faro bianco ai piedi del quale si trova la Lighthouse Beach, una striscia di sabbia bianca dove ci si può fermare a riposare o a fare il bagno. Prima di addentrarvi tra le vie di Fort, visitate ancora l’Old Gate sopra il quale campeggia, splendidamente scolpito, lo stemma della Gran Bretagna e la scritta VOC (Verenidge Oostindische Compagnie ossia Compagnia Olandese delle Indie Orientali) con la data 1669;

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  • All’interno del Fort si trova la maggior parte degli edifici più antichi risalenti al periodo olandese. Meritano una visita la Dutch Reformed Church, con il suo pavimento ricoperto di lapidi provenienti da cimiteri olandesi e il suo organo, e la vicina All Saints Anglican Church in pietra, di architettura tipicamente inglese. Di fronte alle chiese si erge un campanile bianco del 1901 che dà l’allarme in caso di tsunami. Proseguendo per la vicina Queen Street vi imbatterete nella Dutch Governor’s House del 1683. L’edificio che ospitava il governatore è facilmente identificabile, poiché sopra l’ingresso principale sono scolpiti un gallo e l’anno di fondazione. Seguendo per Hospital Street ci si imbatte nel Dutch Hospital, un tempo ricovero di ammalati e appestati e ora trasformato in centro commerciale con eleganti caffè e boutique;

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  • Tra gli edifici di culto una menzione va alla Meehan Mosque, un’imponente moschea bianca che svetta a ovest del faro e combina stili architettonici differenti del barocco vittoriano e arabo e la dagoba buddhista Sudharmalaya Temple che ospita un grande Buddha sdraiato;

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  • Tra le molte costruzioni olandesi splendidamente restaurate che si incontrano a giro, ricordiamo l’Hotel Amangalla con il suo profondo porticato e il Fort Bazaar in Church Street 26, anche lui riconvertito in una struttura ricettiva. L’Amangalla in Church Street 10 fu costruito nel 1684 con la funzione di ospitare il governatore e i suoi funzionari. Successivamente venne trasformato nel New Oriental Hotel e divenne la sistemazione preferita dei passeggeri di prima classe dei transatlantici P&O nel XIX secolo. Dopo un periodo di declino nel XX secolo, è tornato ora ai suoi antichi fasti.

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La città nuova è vivace e frenetica. Prima di lasciare Galle concedetevi il tempo di una passeggiata nella trafficata Main Street. Raggiungete il Galle International Cricket Stadium che in passato era un ippodromo dove scommettevano gli inglesi mentre oggi ospita incontri di crickets di livello internazionale e il Dutch Market, un bel mercato alimentare che si tiene sotto un porticato vecchio di tre secoli.

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E tra le viuzze del Fort di Galle si conclude il nostro lungo giro in Sri Lanka. Mentre restituisco la bici per l’ultima volta e l’aria calda della sera mi accarezza la pelle bruciata dal sole, sento calare un velo di malinconia. Un respiro profondo ed ecco che la malinconia cede il posto a una profonda gratitudine. Grazie, a presto.

Foto di Emiliano Allocco (Clicca qui per vedere altre foto di Emiliano su Flickr)

A Kandy, storia e leggenda della sacra reliquia del dente di Buddha

La leggenda narra che, quando Buddha morì in India nel 483 a.C., i suoi discepoli riuscirono a strappare dalla sua pira funeraria un dente. Dopo alterne vicende, la sacra reliquia fu introdotta in Sri Lanka, nascosta tra i capelli di una principessa. Inizialmente il dente fu conservato ad Anuradhapura, l’antica capitale singalese, per essere trasferito poi da un luogo all’altro a seconda delle vicende storiche del paese, per giungere infine a Kandy, dove tutt’ora è conservato. Nel 1.283 d.C. fu riportato in India da un esercito invasore, ma fece ritorno in Sri Lanka per merito di re Parakramabahu III. Ben presto il sacro dente si guadagnò la fama di essere un “creatore di re”, chiunque ne fosse entrato in possesso era predestinato a governare l’isola. La custodia della reliquia assunse quindi un’importanza crescente come simbolo di sovranità. Nel XVI secolo i portoghesi si impadronirono di quello che credevano essere il dente di Buddha e con cattolico fervore lo bruciarono a Goa. In realtà furono ingannati dai singalesi e distrussero una copia della reliquia. Gli inglesi, al contrario, si rivelarono sorprendentemente rispettosi nei confronti della dente.
Tra il XVII e il XVIII secolo, i sovrani di Kandy fecero erigere un Tempio, che originariamente faceva parte del complesso del palazzo reale, per custodire il sacro dente. La reliquia è oggi conservata in un sacrario a due piani, noto con il nome di Vahanhitina Maligawa. La costruzione occupa il centro di un cortile lastricato ed è facilmente individuabile grazie a un vistoso tetto dorato.
Il Tempio del Sacro Dente riveste un’enorme importanza tra i buddhisti dello Sri Lanka che credono che vada visitato almeno una volta nella vita per acquisire meriti spirituali e migliorare il proprio karma. Il sito è quindi meta di pellegrinaggi costanti. Ogni anno, durante la poya (plenilunio) tra i mesi di luglio e agosto, si celebra a Kandy la Esala Perahera, una grande festa che commemora l’arrivo del dente in Sri Lanka. La sacra reliquia viene portata in processione tra le vie della città da un corteo di elefanti, riccamente bardati. L’elefante più grande trasporta un baldacchino, dove viene posta una copia del dente.

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Se capitate a Kandy, considerata la capitale culturale dell’isola, una visita al Tempio del Sacro Dente è d’obbligo.
La città, adagiata sulle sponde di un bel lago circondato da colline verdeggianti, vi apparirà caotica e trafficata, incredibilmente moderna e affollata di negozi alla moda, centri commerciali e rivendite all’ingrosso di chincaglierie piuttosto inutili. Qui più che altrove ho notato senzatetto e mendicanti che vivono per le strade cittadine. Questo sembra essere un effetto collaterale inevitabile del progresso. Là dove il benessere è maggiore, pare crescere in proporzione il numero degli esclusi e degli emarginati che non beneficiano di questa maggior ricchezza.

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Poco distante dal tempio sorge il Kandy Garrison Cemetery, il piccolo e malinconico cimitero della guarnigione inglese, molto ben curato, dove sono ospitate 163 tombe risalenti all’epoca coloniale. Merita una visita. Vi stupirà la giovane età in cui morirono molte delle persone qui sepolte. In pochi superavano i 40 anni. Le principali cause dei decessi erano da ricondurre a malattie, colpi di calore o attacchi di elefanti.

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Non molto distante svetta la St Paul’s Church, una bella chiesa coloniale in mattoni rossi. L’edificio in stile gotico era utilizzato dalla guarnigione inglese, di stanza nei pressi.

Foto di Emiliano Allocco (Vedi altre foto di Emiliano su Flickr) 

L’enigmatica Sigiriya e la meravigliosa Dambulla, tra natura, leggenda e stupore

Nel cuore dell’isola di Ceylon, sorge un’enigmatica formazione rocciosa. Sigiriya svetta con i suoi 370 metri di altezza su una rigogliosa pianura verdeggiante che si perde all’orizzonte. Sulla sommità pianeggiante del rilievo dalle pareti quasi perfettamente verticali, sorgono le rovine di un’antica civiltà.

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La leggenda narra che molto tempo addietro in questa regione vivesse Kasyapa, un uomo malvagio assetato di potere, figlio illegittimo di re Dhatusena di Anuradhapura e fratellastro di Mugallan, l’erede al trono del padre. Un giorno Kasyapa, accecato dalla sete di gloria e di potere, fece murare vivo il padre e tentò di uccidere il fratello che riuscì, invece, miracolosamente a salvarsi e a fuggire nella vicina India. Kasyapa, temendo il ritorno e la vendetta di Mugallan, cercò un luogo inespugnabile dove costruire la sua residenza e lo trovò in Sigiriya. Sulla sommità di questa roccia fece erigere una fortezza circondata da ampi fossati pieni di coccodrilli e un palazzo reale, destinato ai suoi piaceri personali. La capitale fu quindi spostata da Anuradhapura a SigiriyaKasyapa regnò per 11 lunghi anni. Mugallan, nel frattempo, riuscì a radunare un esercito e fece ritorno a Ceylon con l’intenzione di riconquistare il suo regno. Nel corso di una acerrima battaglia, Kasyapa salì in groppa a un elefante per raggiungere una posizione più favorevole. Ma il suo esercitò interpretò questo gesto come una resa e si diede precipitosamente alla fuga. Vedendosi perduto, Kasyapa si tolse la vita con la propria spada. Mugallan salì al trono, riportò la capitale ad Anuradhapura e cambiò la destinazione d’uso della fortezza che da quel giorno divenne un monastero.
La storia ci dice che dopo il XIV secolo il complesso fu abbandonato. L’archeologo inglese H. C. P. Bell ne scoprì per primo le rovine nel 1898. Nel 1907 l’esploratore John Still proseguì gli scavi. Nel 1982 il sito è stato proclamato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Sigiriya non svela facilmente i suoi segreti ed espugnarla vi costerà un po’ di fatica: per guadagnare la cima, dovrete arrampicarvi su ripidissime scalinate scavate nella roccia. Se come me soffrite di vertigini, vi servirà un lungo respiro e una buona dose di incoscienza, Non perdetevi d’animo! Dopo 1.600 gradini, la vista dalla cima su sconfinate foreste tropicali vi ripagherà di ogni fatica. Lungo la salita, godrete della compagnia di alcune simpatiche scimmiette che, incuriosite dai turisti, verranno ad osservarvi.

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Nel tragitto verso la vetta, si attraversa una lunga galleria coperta scavata nella parete rocciosa. Qui sono presenti affreschi in ottimo stato di conservazione che raffigurano donne conturbanti, con prosperosi seni nudi e una vita sottilissima che si crede rappresentino le apsara, ninfee celestiali, o più probabilmente le concubine di re Kasyapa. Oltrepassati i dipinti, si costeggia la parete rocciosa. Il sentiero è protetto sulla sinistra da un muro alto 3 metri, noto come Mirror Wall. Qui gli antichi visitatori, turbati dalle belle ninfee, sentirono l’urgenza di scrivere le proprie impressioni e lasciare qualche ammirato commento! Il sentiero sbocca poi in una grande terrazza dove si possono vedere i resti dell’antica scalinata che conduceva in cima. La scala passava tra le zampe di un leone e ne attraversava la bocca. La gigantesca statua costruita in mattoni e risalente al V secolo è da tempo scomparsa. Restano solo le zampe dell’animale e i primi gradini. Sigiriya, che significa montagna del leone, da qui prende il suo nome.

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A circa 20 km da Sigiriya sorge Dambulla, una città tutto sommato bruttina, ma celebre per il suo Tempio d’oro, noto anche come Tempio delle Grotte (Royal Rock temple). Questo complesso è entrato a far parte dei siti Patrimonio dell’Umanità secondo l’UNESCO nel 1991. Il tempio si trova a circa 160 metri sopra la strada nella zona meridionale di Dambulla ed è tuttora funzionante. Salendo, si gode di una bella vista sulla radura sottostante e in lontananza si scorge il complesso roccioso di Sigiriya.

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Nel circondario si contano oltre 80 cavità, ma le principali attrazioni sono conservate in 5 grotte non comunicanti tra loro che ospitano 153 statue del Buddha, 3 statue di re dello Sri Lanka e altre raffiguranti diverse divinità. Le grotte si trovano sotto una roccia sporgente e sono solcate da un canale di scolo che permette di mantenerle asciutte. Sono splendidamente affrescate e le pitture rupestri coprono una superficie di 2.100 mq. Rimarrete piacevolmente meravigliati.

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Si crede che Dambulla fosse utilizzato come luogo di culto già nel III secolo a.C. La leggenda narra che re Valagamba, scacciato da Anuradhapura dai chola dell’India del Sud, abbia trovato rifugio a Dambulla dove trascorse 15 anni. Quando finalmente riuscì a riconquistare il suo regno, in segno di gratitudine verso i monaci che lo avevano ospitato, trasformò le grotte in un tempio. I sovrani successivi continuarono la sua opera e aggiunsero altre decorazioni, affreschi e statue. Tra loro re Nissanka Malla fece dorare l’ingresso delle grotte. La grotta più grande, Maharaja Viharaya, misura 52 per 23 metri e nel punto di massima altezza raggiunge i 7 metri. Le sue squisite decorazioni vi lasceranno a bocca aperta!

Foto di Emiliano Allocco (Vedi altre foto di Emiliano su Flickr)

 

Luang Prabang, il fascino intramontabile dell’antica capitale laotiana

Tutti si accorsero, già dal primo vagito, che Fa Ngum non era un bambino come tutti gli altri. Secondo la leggenda, nacque con trentatré denti e questo venne interpretato come un segno inequivocabile di cattivo auspicio. Il padre, disperato, interrogò tutti i migliori indovini del tempo, senza fortuna alcuna. Il verdetto fu implacabile. Il bambino venne bandito dal regno, fu adagiato in una cesta di vimini e abbandonato sulle acque del Mekong.
Miracolosamente il cesto giunse ad Angkor, l’antica capitale dell’impero Khmer. Il re di Angkor, appena vide il bambino, realizzò che non si trattava di un neonato qualsiasi. Decise di adottarlo e di crescerlo come suo figlio. Fa Ngum ricevette la migliore educazione del tempo e, una volta adulto, si maritò con una principessa Khmer, Keko Kant Ya. I due erano molto innamorati e felici, ma più il tempo passava più Fa Ngum avvertiva nostalgia di casa. All’età di 37 anni, insieme alla moglie, decise di intraprendere il viaggio che lo avrebbe riportato alle sue origini, a Luang Prabang. La coppia portò con sé un dono: una piccola statua d’oro del Buddha, realizzata in Sri Lanka oltre mille anni prima. La statua divenne il simbolo di Luang Prabang e il buddhismo la religione ufficiale di Lan Xang, il regno fondato da Fa Ngum sul quale governò 25 anni, fino alla morte della moglie quando, distrutto dal dolore, si ritirò a vita privata. La statua è visibile ancora oggi, fa bella mostra di sé al Palazzo reale cittadino.
Luang Prabang, l’antica capitale laotiana fondata da Fa Ngum, vi conquisterà. Questa città, adagiata alla confluenza tra i fiumi Mekong e Nam Khan, impreziosita da 33 wat (templi), riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità nel 1995, abbellita da edifici coloniali e colorata dalle tuniche zafferano dei monaci, vivace ma incredibilmente placida, vi affascinerà come poche altre città. E voi lasciatevi ammaliare.
Cominciate la vostra esplorazione dal mercato del mattino, un colorato susseguirsi di bancarelle, a pochi passi dal Palazzo reale, dove troverete gli avocadi più gustosi e i manghi più dolci. Giunti qua, recatevi a palazzo e ammirate la statua in lega d’oro del Buddha, alta 83 cm, che Fa Ngum portò in dono dalla vicina Cambogia.

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Proprio di fronte all’edificio, dall’altra parte della centralissima Th Sisavangvong, noterete una collina. Che ci fa lì? Ogni stranezza d’Oriente può vantare un racconto di origine popolare che cerca di darne una spiegazione, a volte sensata, spesso magica, sempre divertente.
L’origine della collina Phu Si, che con i suoi 100 metri di altezza domina il profilo del centro cittadino, sarebbe da imputare alla regina Sida che, colta da un’improvvisa quanto insaziabile voglia di funghi, convocò Hanuman, il re delle scimmie. Sida lo incaricò di recarsi in Sri Lanka e tornare da lei con un cesto di quei particolari funghi che erano soliti crescere solo sui monti di questo lontano paese. Hanuman tornò con una sporta ricolma di funghi, ma Sida lo rimandò indietro. Non erano quelli giusti. Dopo altri viaggi andati a vuoto, Hanuman implorò Sida affinché gli comunicasse almeno il nome dei funghi che tanto desiderava, per facilitargli la ricerca. La regina rifiutò. L’ortaggio era chiamato het sa noon che significa orecchio di scimmia e Sida era timorosa che Hanuman potesse offendersi. Esasperato, Hanuman si recò nuovamente in Sri Lanka, ma questa volta ebbe un’idea. Tagliò la cima di un monte e, una volta tornato a Luang Prabang, la adagiò proprio di fronte al palazzo reale e riferì alla sovrana che i funghi, che tanto desiderava, erano finalmente arrivati.
Armatevi di buona volontà e salite i 329 gradini che vi condurranno alla cima di Phu Si fino al That Chomsi, uno stupa dorato alto 24 metri. La vista della città da qua su è molto suggestiva. Incontrerete diversi templi salendo, il Wat Pa Huak, il Wat Thammothayalan, il Wat Siphoutthabat Thippharam e l’impronta del piede del Buddha impressa in una roccia. Se questa è davvero l’impronta lasciata dal Buddha, doveva essere un gigante!
Il Phu Si ospita un’area residenziale e il TAEC, un’interessante museo dove potrete approfondire la conoscenza delle culture tribali del Laos settentrionale. Annesso vi è uno shop di artigianato locale.

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Una volta ritornati in Th Sisavangvong, dove alla sera si tiene un bel mercato notturno di artigianato, visitate la zona di Xieng Mouane, un delizioso quartiere a due passi dal palazzo reale, immerso nel verde e abbellito da diversi wat, dove potrete scorgere ancora alcune tipiche abitazioni in legno, poggiate su tronchi di albero.

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Tra i molti wat presenti in città, merita una menzione speciale il Wat Xieng Thong che si erge nella penisola settentrionale. Questo antico monastero è costruito intorno a un sim (sala delle ordinazioni) del 1560. I bei tetti spioventi dell’edificio principale sembrano sfiorare il terreno e la parete esterna dell’edificio è impreziosita da un raffinato mosaico che raffigura l’albero della vita. Tutto intorno, si stagliano diverse stupe e tre piccole cappelle, hor. Poco oltre, all’altezza della confluenza tra il Mekong e il Nam Khan potrete attraversare un ponte di bambù, percorribile solo durante la stagione secca. Vi condurrà sulla riva opposta del Nam Khan, su una piccola spiaggia dove potrete godervi il tramonto sulla città.

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Molti turisti che si trovano a passare per Luang Prabang sono soliti prendere parte al Tak Bat, la questua mattutina dei monaci buddhisti. Questo rito antico si svolge immutato da secoli. Prima dell’alba, i monaci, avvolti nelle loro tuniche arancioni, escono dai templi e, nel corso di una lunga processione per le vie della città, raccolgono in urne tondeggianti il cibo offerto dai fedeli in attesa, seduti su bassi sgabelli o inginocchiati. Per lo più viene offerto del riso glutinoso, in alternativa vengono donati frutti o piccoli dolci che i monaci consumeranno nel corso della giornata in due pasti, la prima colazione e il pranzo. Dopo mezzogiorno, devono osservare un rigido digiuno fino al giorno successivo.
I turisti si riversano nella via principale, Th Sisavangvong e concorrono a rendere molto meno poetico questo rito. A tratti sembra un mercimonio. Repetita iuvant. Alcune semplici regole di buona educazione, affisse come promemoria all’ingresso di ogni tempio in città:

  • Partecipate attivamente al Tak Bat solo se questo ha un significato per voi. Non è folklore, rimane un importante rito religioso. Acquistate il riso al mercato mattutino e non dai venditori ambulanti lungo la via principale;
  • Se decidete di assistere, fatelo in silenzio e prendete posto sul marciapiede opposto a dove i fedeli attendono i monaci;
  • Scattate pure delle foto, ma non usate il flash, non ostruite la processione dei religiosi, non toccateli. Sembra ovvio, ma non chiedete a un monaco di farsi un selfie con voi;
  • Arrivate in Th Sisavangvong a piedi o in bicicletta. Se non potete fare a meno di recarvi sul posto in tuk tuk o scooter, parcheggiate una via più in là;
  • Non seguite la processione dei monaci a bordo di un tuk tuk. Nessuno dovrebbe essere in una posizione più alta rispetto ai religiosi;
  • Vestitevi in modo adeguato. Sono da evitare maglie scollate o senza maniche, minigonne e pantaloni sopra al ginocchio.

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Oltre alla città, ritagliatevi il giusto tempo per visitare anche i suoi meravigliosi dintorni. Ecco cosa fare nei pressi di Luang Prabang: Le grotte di Pak Ou, le cascate di Tam Kuang Si e un trekking nella giungla, a giro nei dintorni di Luang Prabang

Per scoprire un altro volto di Luang Prabang e dedicarvi a qualche attività meno turistica: Inseguendo un filo rosso: l’altro volto di Luang Prabang

Foto di Emiliano Allocco (Link a Flickr)

Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Benvenuti in paradiso! Angkor è a tutti gli effetti la rappresentazione terrena del Monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il Monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità.
I templi di Angkor vi lasceranno letteralmente senza parole. Sono uno di quei luoghi senza tempo, magnifici, imponenti, eterni che il genio umano è riuscito a creare e a consegnare alla collettività. Essere qua significa ammirare e omaggiare la grandezza dell’uomo. Probabilmente la visita ad Angkor vale da sola il viaggio in Cambogia. Avevo grandi aspettative che sono state mantenute ampiamente e superate.
Le centinaia di templi che sono giunti fino ai nostri giorni non sono che una parte dell’enorme centro politico, religioso e sociale dell’antico impero khmer cambogiano che attraversò sei secoli (dall’802 al 1432 d.C.). In questa lunga fase vennero eretti i templi di Angkor e l’impero khmer si impose come una delle grandi potenze del Sud-est asiatico. Ai tempi dello splendore massimo Angkor era abitata da un milione di persone. Nello stesso periodo Londra era una cittadina di appena 50 mila abitanti. Gli edifici pubblici, le abitazioni e i palazzi erano costruiti in legno e non esistono più ormai da molto tempo. A noi sono giunti gli splendidi templi perché solo agli dei era riservato il privilegio di abitare in dimore eterne erette in pietra o mattoni.
I re di Angkor si proclamarono devaraja (dio-re), rappresentanti terreni delle divinità hindu e furono costruttori infaticabili. Ogni sovrano sfidava idealmente i suoi predecessori e cercava di erigere il tempio più spettacolare della valle.
Esploratori occidentali “scoprirono” Angkor solo nel XIX secolo. Oggi la foresta ha parzialmente ripreso possesso dell’area creando uno spettacolo di una bellezza struggente. Dal 1992 il sito è iscritto nell’elenco dei beni patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Da non perdere
Il tempo minimo per visitare Angkor è tre giorni e dopo non vorrete più andare via! Scaricate sul vostro smartphone le mappe offline del sito e costruite il vostro itinerario. Potete seguire il Piccolo o il Grande Circuito (due tour all’interno del sito che partono entrambi da Angkor Wat) o fare un giro completamente ideato da voi. In ogni caso non potete mancare di visitare:

  • Angkor Wat, l’edificio di culto più grande al mondo e millenario esempio di devozione agli dei. Venite qui alle 5 di mattina, prendete posto nell’ampio prato davanti e aspettate il sorgere del sole;
  • Angkor Thom, la Grande Città, l’ultima magnifica capitale dell’impero khmer. Concedetevi una lunga passeggiata senza fretta tra i suoi spettacolari monumenti;
  • il Bayon nel cuore di Angkor Thom. Ammirate le sue 54 torri decorate da 216 giganteschi volti di Avalokiteshvara che vi sorrideranno dall’alto;
  • i raffinati bassorilievi di Angkor Wat e del Bayon;
  • il Ta Prohm, un tempio che sembra appartenere al mondo delle favole. Contemplate la fitta vegetazione che sta riprendendo possesso del luogo e le radici degli alberi che stringono l’edificio in una stretta morsa;
  • il Pre Rup, in mattoni rossi e luogo ideale dove ammirare il tramonto sulla valle;
  • il Prasat Kravan, scoprite la storia del nano Vamana (Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo)
  • i siti angkoriani più remoti (Banteay Srei, Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker).

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Angkor in solitaria
Ebbene si, visitare Angkor in solitaria è impossibile. Il sito attira milioni di turisti ogni anno e risulta piuttosto affollato in alta stagione. Ma non scoraggiatevi, vale la pena sopportare la ressa! Ricordate le dimensioni: i templi più noti si concentrano in un’area di circa 15 per 7 km a nord di Siem Reap, ma l’intero parco archeologico di Angkor si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.
Se volete visitare i templi al meglio, cercate di mettere in pratica qualche accortezza. Molti turisti vanno a vedere l’alba ad Angkor ma subito dopo fanno ritorno in albergo per fare colazione. Approfittatene! Portatevi colazione al sacco e iniziate a visitare appena sorto il sole. Anticipate il vostro pranzo e visitate tra le ore 12 e le 14 quando la maggior parte dei turisti è a tavola. E quando proprio non ne potrete più, inforcate le biciclette e dirigetevi lontano dal centro alla scoperta dei templi più remoti. Ricordate che nessuno, ma proprio nessuno, può rubarvi la bellezza dell’alba o di un tramonto. Quindi sopportate i turisti temporanei e concentratevi sull’eternità della natura.

Alcune informazioni utili e qualche consiglio

  • I biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor! Dovrete arrivare qui già con i biglietti. Acquistateli in anticipo. La biglietteria si trova a Siem Reap in Street 60. In alternativa comprateli online;
  • Potrete scegliere tra biglietti con diverse validità: 1 giorno, 3 giorni o 7 giorni. In caso di smarrimento, i biglietti vanno acquistati nuovamente;
  • Portate i biglietti sempre con voi! Vi verrà chiesto di esibirli quando accederete al sito e all’ingresso di ogni tempio. Ai visitatori trovati sprovvisti di biglietto all’interno dei templi sarà comminata una multa di 100$;
  • Vestitevi in modo rispettoso, state visitando dei templi! Non vi sarà permesso di accedere agli edifici con gonne o pantaloncini sopra al ginocchio o con maglie senza maniche. Portate con voi una sciarpa da usare all’occorrenza;
  • Ci sono eccellenti servizi igienici dislocati su tutto il sito. L’utilizzo è gratuito per i possessori del biglietto per Angkor. Usateli! Ovunque troverete cestini per la raccolta dell’immondizia. Usateli!;
  • Se visitate i templi di Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker non abbandonate i sentieri ufficiali e non inoltratevi nella foresta. I siti sono stati completamente sminati, ma è consigliata prudenza;
  • Non acquistate souvenir dai bambini che incontrerete. Non favorite l’accattonaggio e lo sfruttamento dei bambini;
  • Non acquistate reliquie o copie di reliquie. Non favorite in alcun modo il trafugamento dai templi di reliquie antiche;
  • Non tutti i templi sono aperti prima dell’alba o fin dopo il tramonto. Se volete ammirare il sole sorgere o tramontare ad Angkor, assicuratevi in anticipo di aver selezionato l’edificio che fa al caso vostro;
  • Su molti edifici è possibile arrampicarsi fino in cima. Salite solo sugli edifici dove è consentito farlo e dagli accessi preposti;
  • Siate pellegrini! Il mezzo migliore per visitare Angkor è la bicicletta. Affittatela a Siem Reap (vi costerà 2$ al giorno) e recatevi ad Angkor in bici percorrendo Charles De Gaulle Blv. La bicicletta è di gran lunga la scelta migliore: è il mezzo più economico, quello meno inquinante (impegnatevi a salvaguardare Angkor, anche l’ambiente vi ringrazierà), il più lento (non è sufficiente visitare i templi, godetevi anche il viaggio tra un sito e l’altro e la bellezza della foresta selvaggia), il più flessibile e agile. Scegliete di pedalare! Le strade sono asfaltate, ombreggiate e completamente in piano. In alternativa potete affittare bici elettriche. Sono presenti molti punti ricarica;
    Muniti di una torcia arriverete ad Angor Wat in bici prima dell’alba senza fatica. Non date retta a chi vi dirà che la mattina è troppo buio per pedalare, tempo un paio di minuti e vi offrirà una corsa sul tuk tuk di un amico ad un prezzo stracciato. Ancora una volta, scegliete di pedalare!

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    Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo

Molto tempo fa Bali, uno dei quindici giudici degli inferi, riuscì ad ottenere da Brahma la sovranità sui tre mondi, Cielo, Terra e Inferi. In poco tempo divenne così arrogante da credersi superiore agli dei (deva). I deva, spodestati e preoccupati, si rivolsero a Vishnu supplicandolo di ristabilire l’equilibrio cosmico.
Vishnu non rimase sordo all’appello. Nacque come Vamana, un nano appartenente alla casta dei brahmani. Vamana il santo si presentò al cospetto di Bali che lo accolse con benevolenza. Bali rimase sorpreso dalle conoscenze e dalla spiritualità di Vamana, al quale fece grandi offerte che vennero puntualmente rifiutate. Vamana chiese che gli venisse concesso un pezzo di terra grande appena tre passi in cui poter meditare.  Bali acconsentì di buon grado. Vamana, sotto gli occhi increduli del suo ospite, crebbe e si trasformò in un gigante. Con il primo passo coprì la terra intera, con il secondo il Cielo e con il terzo passo pose il piede sulla testa di Bali facendolo sprofondare agli Inferi.
Bali ammise la sconfitta, si prostrò ai piedi di Vishnu in adorazione. Vishnu riconobbe le virtù del suo avversario, gli lasciò il governo sugli Inferi e gli concesse la possibilità di ritornare sulla Terra tra la sua gente una volta l’anno a novembre nel giorno di luna piena.
In seguito a questo episodio Vishnu è talvolta chiamato Trivikrono o Dio dei tre passi.
Questa bella leggenda è narrata tramite una serie di bassorilievi in uno dei templi minori del sito di Angkor, il Prasat Kravan eretto nel 921 d.C. e votato al culto hindu. L’edificio, in mattoni rossi, conta cinque torri disposte sull’asse nord-sud e rivolte a est. Probabilmente l’edificio non fu commissionato dalla famiglia reale. Sulla parete di fondo della torre centrale è ritratto Vishnu con otto braccia, su quella di sinistra si scorgono fini bassorilievi che ritraggono il dio intento a compiere i tre passi con cui rivendicò il possesso del mondo, sulla parte di destra Vishnu cavalca garuda, una creatura mitica per metà uomo e per metà uccello.
Tra le tante meraviglie di Angkor, questo tempio minore e decisamente modesto merita una gita non fosse che per scoprire la storia del nano Vamana.