A giro per Galle: alla scoperta del Fort e della sua eredità coloniale

La città di Galle e in particolare il suo Fort sono una meta irrinunciabile per chi viaggia nel sud dello Sri Lanka. Proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1988, è un’elegante città portuale sulla punta sud-occidentale dell’isola a circa 120 chilometri da Colombo, crocevia di genti e merci, testimonianza straordinaria dell’epoca coloniale che ha vissuto lo Sri Lanka. Il cuore della città è il Fort, una cittadella fortificata eretta dagli olandesi nel XVII secolo e circondata dal mare su tre lati. Passeggiando tra le sue vie, è possibile ammirare oltre 400 edifici storici tra case coloniali olandesi con il caratteristico colonnato antistante l’abitazione, chiese, moschee, templi, antichi edifici amministrativi, vecchi magazzini delle spezie e alberghi squisitamente restaurati. Vale la pena andare a giro per le strette stradine cittadine senza una meta precisa alla scoperta dei numerosi e raffinati caffè e delle tante botteghe che vendono merci di pregio di ogni genere. Sarà facile scovare qualcosa di insolito e originale da acquistare.
Secondo alcuni storici, Galle potrebbe essere stata Tarshish, la città dalla quale re Salomone ricevette in dono avorio, pavoni e preziosi gioielli. Una flotta portoghese, diretta alle Maldive, approdò qui nel 1505 ed espugnò la città. Si narra che i portoghesi l’abbiano chiamata così dopo aver sentito cantare un gallo. Più realisticamente il toponimo potrebbe derivare da “gala” che in singalese significa roccia. Nel 1640 i portoghesi dovettero cedere Galle agli olandesi, ai quali si deve la costruzione dell’imponente forte con i suoi tre bastioni a cui vennero dati i nomi di sole, luna, stella. Nel XVII secolo divenne il porto principale dello Sri Lanka e per quasi due secoli rimase un importante snodo commerciale per le navi che facevano la spola tra Europa e Asia. Quando la città passò in mano agli inglesi nel 1796, Colombo assunse un’importanza crescente come porto commerciale e Galle fu declassata a un ruolo di secondo piano. Più recentemente, la città ha riportato ingenti danni materiali e gravi perdite umane a causa dello tsunami del 26 dicembre 2004, provocato da un violento maremoto con epicentro al largo dell’Indonesia.
Il Fort si può girare tranquillamente a piedi o si può affittare una bicicletta se la calura non dà tregua.
Cosa fare a Fort:

  • Al calar del sole, quando il caldo finalmente scema, si può ammirare il tramonto passeggiando sui bastioni del forte. Si gode di un’incantevole vista sull’oceano da Flag Rock, l’antico bastione portoghese. È possibile compiere il giro di quasi tutto il perimetro della cittadella in circa un’ora partendo dalla torre dell’orologio. Poco prima del bastione “stella”, al di fuori delle mura, noterete una modesta tomba bianca dove riposano le spoglie mortali del santo musulmano Dathini Ziryam. Non mancate di ammirare nel tratto settentrionale delle mura la torre dell’orologio e il Main Gate, aggiunto dagli inglesi nel 1873 per facilitare la gestione del crescente traffico in entrata nella città vecchia. Al termine del lato orientale sorge un alto faro bianco ai piedi del quale si trova la Lighthouse Beach, una striscia di sabbia bianca dove ci si può fermare a riposare o a fare il bagno. Prima di addentrarvi tra le vie di Fort, visitate ancora l’Old Gate sopra il quale campeggia, splendidamente scolpito, lo stemma della Gran Bretagna e la scritta VOC (Verenidge Oostindische Compagnie ossia Compagnia Olandese delle Indie Orientali) con la data 1669;

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  • All’interno del Fort si trova la maggior parte degli edifici più antichi risalenti al periodo olandese. Meritano una visita la Dutch Reformed Church, con il suo pavimento ricoperto di lapidi provenienti da cimiteri olandesi e il suo organo, e la vicina All Saints Anglican Church in pietra, di architettura tipicamente inglese. Di fronte alle chiese si erge un campanile bianco del 1901 che dà l’allarme in caso di tsunami. Proseguendo per la vicina Queen Street vi imbatterete nella Dutch Governor’s House del 1683. L’edificio che ospitava il governatore è facilmente identificabile, poiché sopra l’ingresso principale sono scolpiti un gallo e l’anno di fondazione. Seguendo per Hospital Street ci si imbatte nel Dutch Hospital, un tempo ricovero di ammalati e appestati e ora trasformato in centro commerciale con eleganti caffè e boutique;

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  • Tra gli edifici di culto una menzione va alla Meehan Mosque, un’imponente moschea bianca che svetta a ovest del faro e combina stili architettonici differenti del barocco vittoriano e arabo e la dagoba buddhista Sudharmalaya Temple che ospita un grande Buddha sdraiato;

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  • Tra le molte costruzioni olandesi splendidamente restaurate che si incontrano a giro, ricordiamo l’Hotel Amangalla con il suo profondo porticato e il Fort Bazaar in Church Street 26, anche lui riconvertito in una struttura ricettiva. L’Amangalla in Church Street 10 fu costruito nel 1684 con la funzione di ospitare il governatore e i suoi funzionari. Successivamente venne trasformato nel New Oriental Hotel e divenne la sistemazione preferita dei passeggeri di prima classe dei transatlantici P&O nel XIX secolo. Dopo un periodo di declino nel XX secolo, è tornato ora ai suoi antichi fasti.

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La città nuova è vivace e frenetica. Prima di lasciare Galle concedetevi il tempo di una passeggiata nella trafficata Main Street. Raggiungete il Galle International Cricket Stadium che in passato era un ippodromo dove scommettevano gli inglesi mentre oggi ospita incontri di crickets di livello internazionale e il Dutch Market, un bel mercato alimentare che si tiene sotto un porticato vecchio di tre secoli.

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E tra le viuzze del Fort di Galle si conclude il nostro lungo giro in Sri Lanka. Mentre restituisco la bici per l’ultima volta e l’aria calda della sera mi accarezza la pelle bruciata dal sole, sento calare un velo di malinconia. Un respiro profondo ed ecco che la malinconia cede il posto a una profonda gratitudine. Grazie, a presto.

Foto di Emiliano Allocco (Clicca qui per vedere altre foto di Emiliano su Flickr)

A Kandy, storia e leggenda della sacra reliquia del dente di Buddha

La leggenda narra che, quando Buddha morì in India nel 483 a.C., i suoi discepoli riuscirono a strappare dalla sua pira funeraria un dente. Dopo alterne vicende, la sacra reliquia fu introdotta in Sri Lanka, nascosta tra i capelli di una principessa. Inizialmente il dente fu conservato ad Anuradhapura, l’antica capitale singalese, per essere trasferito poi da un luogo all’altro a seconda delle vicende storiche del paese, per giungere infine a Kandy, dove tutt’ora è conservato. Nel 1.283 d.C. fu riportato in India da un esercito invasore, ma fece ritorno in Sri Lanka per merito di re Parakramabahu III. Ben presto il sacro dente si guadagnò la fama di essere un “creatore di re”, chiunque ne fosse entrato in possesso era predestinato a governare l’isola. La custodia della reliquia assunse quindi un’importanza crescente come simbolo di sovranità. Nel XVI secolo i portoghesi si impadronirono di quello che credevano essere il dente di Buddha e con cattolico fervore lo bruciarono a Goa. In realtà furono ingannati dai singalesi e distrussero una copia della reliquia. Gli inglesi, al contrario, si rivelarono sorprendentemente rispettosi nei confronti della dente.
Tra il XVII e il XVIII secolo, i sovrani di Kandy fecero erigere un Tempio, che originariamente faceva parte del complesso del palazzo reale, per custodire il sacro dente. La reliquia è oggi conservata in un sacrario a due piani, noto con il nome di Vahanhitina Maligawa. La costruzione occupa il centro di un cortile lastricato ed è facilmente individuabile grazie a un vistoso tetto dorato.
Il Tempio del Sacro Dente riveste un’enorme importanza tra i buddhisti dello Sri Lanka che credono che vada visitato almeno una volta nella vita per acquisire meriti spirituali e migliorare il proprio karma. Il sito è quindi meta di pellegrinaggi costanti. Ogni anno, durante la poya (plenilunio) tra i mesi di luglio e agosto, si celebra a Kandy la Esala Perahera, una grande festa che commemora l’arrivo del dente in Sri Lanka. La sacra reliquia viene portata in processione tra le vie della città da un corteo di elefanti, riccamente bardati. L’elefante più grande trasporta un baldacchino, dove viene posta una copia del dente.

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Se capitate a Kandy, considerata la capitale culturale dell’isola, una visita al Tempio del Sacro Dente è d’obbligo.
La città, adagiata sulle sponde di un bel lago circondato da colline verdeggianti, vi apparirà caotica e trafficata, incredibilmente moderna e affollata di negozi alla moda, centri commerciali e rivendite all’ingrosso di chincaglierie piuttosto inutili. Qui più che altrove ho notato senzatetto e mendicanti che vivono per le strade cittadine. Questo sembra essere un effetto collaterale inevitabile del progresso. Là dove il benessere è maggiore, pare crescere in proporzione il numero degli esclusi e degli emarginati che non beneficiano di questa maggior ricchezza.

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Poco distante dal tempio sorge il Kandy Garrison Cemetery, il piccolo e malinconico cimitero della guarnigione inglese, molto ben curato, dove sono ospitate 163 tombe risalenti all’epoca coloniale. Merita una visita. Vi stupirà la giovane età in cui morirono molte delle persone qui sepolte. In pochi superavano i 40 anni. Le principali cause dei decessi erano da ricondurre a malattie, colpi di calore o attacchi di elefanti.

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Non molto distante svetta la St Paul’s Church, una bella chiesa coloniale in mattoni rossi. L’edificio in stile gotico era utilizzato dalla guarnigione inglese, di stanza nei pressi.

Foto di Emiliano Allocco (Vedi altre foto di Emiliano su Flickr) 

La costa orientale dello Sri Lanka: Trincomalee e Batticaloa, dove i pesci cantano nelle notti di luna piena

Se vi capiterà di passare da Batticaloa, potrete forse avere il piacere di udire i pesci cantare. Secondo la tradizione, questo raro fenomeno è più frequente tra Aprile e Settembre e si manifesta principalmente nelle notti di luna piena. Il modo migliore per ascoltare il canto dei pesci è affittare una piccola barca e, dal ponte di Kallady, dirigersi verso il centro della laguna. Avvicinando un orecchio all’estremità di un remo immerso nelle acque, si dovrebbe distintamente sentire una dolce e misteriosa melodia simile alle note prodotte da una corda di chitarra o da un violino. C’è chi al contrario sostiene che questa melodia sia un insieme indistinto di suoni che ricorda il rumore prodotto da un dito bagnato che accarezza i bordi di un calice di vino. Se sarete tra i fortunati a cui il destino concederà l’onore di ascoltare i pesci cantare a Batticaloa potrete confermarcelo. Un sacerdote, padre Lang, negli anni 1960 riuscì a registrare questo suono e l’audio venne poi trasmesso dalla radio nazionale, la Sri Lanka Broadcasting Corporation (SLBC), già Radio Ceylon, l’emittente radiofonica più antica di tutta l’Asia meridionale, fondata a Colombo nel 1925. Esistono diverse specie di pesci in grado di emettere suoni, ma al momento nessuno è ancora riuscito ad identificare quali pesci cantino nella laguna di Batticaloa.
Se il destino non vi concederà di godere di un concerto marino, non perdetevi d’animo! La vostra gita a Batti non sarà stata comunque vana. Il nome della cittadina deriva dalla lingua tamil e significa città dei tamarindi, in quest’area i tamarindi crescono infatti generosi. Dirigetevi verso il quartiere Puliyanthivu, cuore pulsante della vecchia Batti dove potrete visitare il forte risalente all’epocale coloniale, ora in parte in rovina, e diverse chiese come la Methodist Church, il St Michael’s College e la St Mary’s Cathedral, dipinta di un vivace turchese. Tra i molti templi Hindu cittadini, l’Anipandi Sitivigniswara Alayar merita una visita. Attraversando la laguna a nord di Puliyanthidu, si incontra la città nuova, area di commerci e nuovi affari. Qui sorge una minuscola moschea, la Auliya Mosque, con un bizzarro minareto verde smeraldo da dove si gode di una bella vista sul forte e sulla laguna.

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A est di Batti si trova la meravigliosa Kallady, raggiungibile attraverso un ponte eretto nel 1924. La lunga penisola nota come Kallady and Navalady Peninsula Beach è completamente orlata da una spiaggia dorata che si estende da nord a sud. Lo tsunami del 2004 ha causato qui ingenti danni e numerose vittime. Questo itsmo sabbioso è di una bellezza incredibile. Sedetevi sulla sabbia e godete del canto dell’oceano. Consolatevi così dal dispiacere di non aver potuto godere della melodia dei pesci canterini.

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La cittadina di Trincomalee, a nord di Batticaloa, è affacciata su uno dei porti naturali più belli del mondo, secondo la guida Lonely Planet. Personalmente, non ho ancora avuto il piacere di visitare tutte le città marine del mondo e non posso quindi confermare questa decisa presa di posizione, ma con forza posso affermare che Trinco, le sue acque cristalline e le ampie spiagge dorate vi lasceranno senza parole.
Le spiagge più note si trovano nelle vicine località di Uppuveli Nilaveli, in città si trova invece la suggestiva Dutch Bay. Dal tempio Hindu di Kandasamy Kovil, costruito su uno spuntone di roccia, si gode di un’ampia vista sul mare e sulla città. Questo tempio è uno dei cinque pancha ishwaram dello Sri Lanka dedicati al culto di Shiva e destinati ad ingraziarsi la protezione del dio dall’abbattersi di calamità naturali sull’isola. E’ meta di numerosi pellegrinaggi. Qua si svolgono cacofoniche puja, offerte e preghiere, in diversi orari tutti i giorni. Poco distante sorge il Fort Frederik, un’imponente struttura difensiva eretta dai portoghesi, espugnata poi dagli olandesi e caduta infine in mano inglese nel 1782.

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Rallentate il ritmo del vostro viaggio e godete delle bellezze naturali di Trincomalee. Passeggiate sulle spiagge e tra le piccole botteghe che vendono il pesce essiccato. Vi sarà facile imbattervi in un cervo pomellato che gira libero!

Foto di Emilitano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano per visionare altre foto)

Colombo, orfana di mare

Colombo per me? Un faro, orfano di mare. Se mi chiedessi di descriverti la capitale singalese e di sunteggiarti in breve le impressioni che ha suscitato in me, ecco io sceglierei di ricorrere proprio a questa metafora.

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L’Old Galle Buck Lighthouse si raggiunge arrampicandosi su una scalinata che conduce ad un’ampia terrazza che nel 1954, anno di costruzione dell’edificio, confinava con l’oceano Indiano. Oggi questo bel faro è lambito da una spiaggia artificiale e si affaccia su un ampio cantiere in gran fermento. Urge allargare il Colombo Port City, ampliare i traffici di merci e costruire un nuovo quartiere che si estenderà su 260 ettari e sarà all’avanguardia con i suoi altissimi grattacieli, condomini super accessoriati, canali sull’oceano, enormi centri commerciali. Come in quasi tutto il sud-est asiatico, anche lo Sri Lanka non ha resistito al richiamo della modernità e ai capitali cinesi. Ma tu riesci a immaginare la malinconia di un faro, ridotto a monumento, che dovrà imparare a sopravvivere senza il rumore del mare? Che farà ora che non potrà più indicare la rotta ai naviganti?
C’è frenesia. I cantieri pullulano in tutta la città. Via il vecchio, largo al nuovo che avanza a grandi balzi. Sempre la stessa storia: modernità, accelerazione, consumismo come risposte facili e immediate ai mali moderni e ai bisogni umani. È davvero questo il progresso? Perché anche tu, Colombo, vuoi copiare un sistema di sviluppo esistente che sappiamo già non funzionare? Sarebbe tempo di creare un altro modello, di inventarci un nuovo modo di stare insieme tra noi esseri umani, ridefinire il senso della parola “crescita”, esplorare le profondità del nostro animo. Probabilmente la faccio troppo facile. Ma oggi è, relativamente, facile anche sbarazzarsi di un meraviglioso paesaggio tropicale, strappare terre al mare, ridisegnare lo skyline cittadino e costruire nuovi centri commerciali. Il conto lo pagherà domani qualcun altro. Non pretendo che sia tu, Colombo, a risolvere tutto questo. Ma più ti guardo e più ti vivo, più la malinconia mi attanaglia. Mi sento come un faro senza più sbocchi sul mare.
Colombo mia, ti ho scattato queste tre fotografie che ho la presunzione di credere che ti ritraggano esattamente come sei ora, sul finire del 2019, in bilico tra glorie passate e modernissime lusinghe. Ti ho vista così. Tu sei per me un tempio Hindu che convive con un’altissima torre delle comunicazioni (350 mt) a forma di fiore di loto che di notte si illumina e cambia colore a intermittenza. Sei un grattacielo nato dove prima sorgeva una piccola abitazione ora distrutta. Sei un binario del treno che muore ai piedi del Loto delle comunicazioni.

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Se avete aperto questo articolo pensando di trovarci qualche informazione utile per il vostro soggiorno in città, cerco di non deludervi. In calce qualche consiglio pratico.  Colombo è una città trafficata, inquinata, caotica. Verrete importunati a ogni angolo da conducenti di tuk tuk che si offriranno di portarvi a fare un “city tour”. Dopo un paio di no, non dovreste essere più disturbati.
La città non offre grandi attrattive, non fermatevi più di un giorno o 2 al massimo.
Cosa vedere a Colombo:

  • Il quartiere di Fort è il centro pulsante della città. Durante la dominazione europea, Fort era davvero un forte, circondato dal mare su due lati e da un fossato sugli altri due. Oggi è invece un quartiere altamente militarizzato. Vi capiterà spesso di dover cambiare strada per via dei posti di blocco. Non mancate di visitare la Torre dell’Orologio, il Dutch Hospital (un complesso di epoca coloniale risalente al Seicento che oggi ospita caffè, ristoranti e negozi alla moda), il World Trade Center, il porto e la residenza ufficiale del presidente. Prima di lasciarvi Fort alle spalle, tributate un omaggio all’Old Galle Buck Lighthouse (il faro privato del mare in nome del progresso) e sorseggiate un lime juice al Pagoda Tea House, un’elegante casa del tè che serve deliziosi spuntini dal 1884. Qui i Duran Duran girarono il video di Hungry Like a Wolf negli anni ‘80;

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  • Il quartiere di Pettah, uno dei più antichi della città, è un animato bazar a cielo aperto. Trascorrete qui almeno un paio d’ore e perdetevi tra le sue vie. In ogni strada, troverete commerci di beni differenti. Il mercato più interessante è quello alimentare, ospitato sotto una tettoia lungo 5th Cross Street (Federation of Self Employees Market). I Pettah floating markets (mercati galleggianti) sono invece deludenti e privi di fascino. Costruiti lungo un canale industriale e inaugurati nel 2014, sono una buona espressione dei tempi correnti. Troverete chincaglierie di dubbia utilità, destinate a durare appena il tempo di un capriccio. Non mancate di visitare il tempio hinduista di Sri Kailawasanathan Swami Devasthanam Kovil;

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  • Passeggiate per la vivace Main Street e fermatevi ad ammirare il vecchio municipio (Old City Hall) risalente al 1865 quando l’isola di Ceylon era una colonia britannica e la meravigliosa moschea Jami Ul-Alfar di rosso e bianco dipinta. Vi toglierà il fiato. Purtroppo non è visitabile all’interno;

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  • Riprendete fiato e rilassatevi al Galle Face Green, una striscia di verde affacciata sul mare, immediatamente a sud di Fort. Qui gli abitanti di Colombo si ritrovano alla sera per rilassarsi e ammirare il tramonto. Per onestà di cronaca, non sarà un tramonto romantico. Il luogo è piuttosto sporco e i nuovi alberghi, condomini e palazzi di uffici costruiti immediatamente alle spalle di Galle Face Green rovinano l’atmosfera. Inoltre il porto di Colombo ostruisce la vista del mare aperto;
  • Non potete mancare di visitare il Gangaramaya Temple in Sri Jinaratana Road. Questo bel tempio buddhista ospita una biblioteca, un museo e una ricca collezione di oggetti donati nel corso degli anni da fedeli e visitatori;

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  • Prendete un tuk tuk e dirigetevi nel quartiere dei Cinnamon Gardens, a circa 5 chilometri da Fort. Solo cent’anni fa, queste terre erano coperte da piantagioni di cannella. Recatevi al vicino National Museum, un imponente edificio bianco che ospita una collezione permanente di opere d’arte, bassorilievi e statue dello Sri Lanka. Passeggiate lungo i viali alberati del Viharamahadevi Park, il polmone verde del quartiere e concludete la vostra esplorazione dei dintorni con una visita al Lionel Wendt Centre, un bel centro culturale che organizza mostre ed eventi temporanei. Noi abbiamo potuto ammirare una bella mostra dedicata all’arte del Bangladesh;

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  • Gustate un piatto di ottimo riso e curry accompagnato da una fumante tazza di tè in uno dei tanti ristoranti lungo le strade. Non ve ne pentirete, sarà un’esplosione di sapori e spezie. Vegetariani e vegani non avranno problemi a mangiare in città. 

Kolkata, tra visibile e invisibile

Kolkata è così, rumorosa, misera, sporca, trafficata, squisitamente colta, raffinata, decadente, calda, a tratti soffocante, spesso maleodorante. È un insieme di opposti che attraggono e respingono il visitatore. No, non direi che è bella, ma per certo è tremendamente affascinante. Non vi lascerà ripartire a mani vuote. State pur certi che saprà regalarvi qualcosa. Più che altrove, qui, visibile e invisibile coesistono e si sovrappongono. Ieri ho scritto che di un luogo si ricordano le risposte che questo sa dare alle nostre domande e ai nostri bisogni e soprattutto gli interrogativi nuovi che sa porre, forzando il viaggiatore a ricercare nuove risposte e a intraprendere nuove vie. E in questo Kolkata è maestra, semina dubbi e interrogativi che obbligano il viandante a intraprendere un dialogo ininterrotto con il sé più profondo. Si va a Calcutta per scoprire qualcosa del mondo e si ritorna a casa avendo appreso qualcosa in più su sé stessi.

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La Città della Gioia, con i suoi slum e le sue baraccopoli, è stata narrata nel bel romanzo di Dominique Lapierre. Vi accoglierà con la sua brulicante umanità che si riversa per le vie cittadine a tutte le ore del giorno. Entrate in sintonia con la metropoli facendo una passeggiata a piedi. Quanta vita passerà davanti ai vostri occhi! Potrete imbattervi in una vacca che gira libera o in qualche amichevole cane randagio che vi seguirà per un breve tratto. Le vie sono trafficate e popolate da rikshaw trainati tristemente dai cosiddetti uomini cavallo, da tuk tuk, motorini, biciclette, auto, bus e dagli immancabili taxi gialli. Fermatevi in uno dei tanti banchetti a bordo strada a gustare un chai, il profumatissimo tè indiano, arricchito da zucchero e latte e servito in piccole tazze di terracotta. Potete scegliere di assaporare la sua versione speziata (il masala chai) o la variante più soft, addizionata solo di zenzero in polvere. Immancabili i corvi che volano nei cieli cittadini in cerca di immondizie.
Kolkata è ritornata ufficialmente al suo vecchio nome bengalese solo nel 2001. Prima, sotto la dominazione inglese, era nota come Calcutta. È la capitale del Bengala Occidentale e ha conosciuto, nel tempo, fortune alterne. Fu capitale dell’India britannica dal 1772 fino al 1911 quando la sede del potere fu spostata a Nuova Delhi. Sorge sulle rive del fiume Hoogli, una delle numerose ramificazioni del delta del Gange. Vanta un enorme porto fluviale. Fa parte dello skyline cittadino il ponte Howrah, motivo di orgoglio per i locali. Si tratta infatti del più lungo ponte sospeso dell’Asia e il terzo al mondo. Nei pressi sorge l’omonima stazione ferroviaria e un incantevole e caotico mercato dei fiori. La città è attraversata dalla metropolitana e da una rete tranviaria. Gli ex edifici coloniali, eleganti e decadenti, sono concentrati sopratutto nel quartiere di EsplanadeKolkata è nota per la sua vivacità culturale e intellettuale. Qui si svolgono importanti festival cinematografici, musicali, culturali, teatrali, letterari. Cinque personalità insignite del Premio Nobel sono legate a doppio filo con Calcutta: Santa Teresa di Calcutta (Nobel per la Pace nel 1979), Sir Ronald Ross (Nobel per la Medicina nel 1902), Rabindranath Tagore (Nobel per la Letteratura nel 1913), C V Raman (Nobel per la Fisica nel 1930), Amartya Sen (Nobel per l’Economia nel 1998). Gli abitanti di Kolkata vanno estremamente fieri della loro città e del suo patrimonio culturale. Come soleva dire Gopal Krishna Gokhale: «Quello che il Bengala pensa oggi, l’India lo pensa domani e il resto del mondo il giorno dopo».
A ogni angolo questa città saprà mettervi alla prova e parlare al vostro io interiore. Mentre vi immergete nella città invisibile, ecco a voi un breve elenco (non esaustivo) di cosa visitare della metropoli visibile.

La Casa Madre delle Missionarie della Carità in AJC Bose Road 54/A
Questo convento è il quartier generale mondiale dell’ordine delle Missionarie della Carità dal 1953. Al piano terra sono sepolti i resti mortali di Madre Teresa di Calcutta. Qui la santa, originaria di Skopje, visse per oltre 40 anni. In una piccola cella visitabile, al primo piano, propio sopra alle cucine, morì il 5 settembre 1997. Se siete di passaggio in città e avete qualche giorno libero, spendetelo a far volontariato presso una delle case per gli ultimi e i diseredati che la Madre aprì in città. Non servono particolari qualifiche. Sarà un’esperienza unica. Incontrerete volontari da tutto il mondo, ognuno con la propria storia e con un bagaglio di aspettative diverso.

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Il Victoria Memorial
Questo incantevole edificio si staglia, bianco e squisitamente decorato, all’interno del parco Maidan. Fu eretto nel 1921 con il fine di commemorare e celebrare la regina Vittoria, imperatrice dell’India. Potrete trascorrere qui una mezza giornata visitando il museo e godendo del bel parco circostante.
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La Cattedrale di Saint Paul
Costruito in stile gotico, questo imponente edificio sacro è la sede della diocesi di Calcutta.
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Birla Planetarium
Questa suggestiva struttura circolare di un solo piano accoglie il planetario più grande dell’Asia e il secondo del mondo.
Il Mullik Ghat Flower Market, il ponte Howrah, la stazione ferroviaria Howrah
Queste tre attrazioni si trovano una accanto all’altra. Il ponte Howrah vanta il primato di essere il più lungo ponte sospeso dell’Asia e il terzo al mondo. Nei suoi pressi sorge l’omonima stazione ferroviaria, la seconda più antica del paese, e un incantevole e caotico mercato dei fiori.

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College Street
Questa strada, lunga all’incirca un chilometro e mezzo, si snoda nel centro di Calcutta e ospita un mercato perenne di libri usati. Sorge nei pressi del quartiere universitario ed è frequentata soprattutto da studenti.

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La casa natale di Rabindranath Tagore
A nord di Calcutta sorge la casa natale della famiglia Tagore, ora convertita in un museo permanente. L’edificio è stato restaurato fedelmente.
South Park Street Cemetery 
Fondato nel 1767 e in uso fino al 1830, questo cimitero cristiano fu uno dei primi a essere costruito lontano da una chiesa. Ospita circa 1.600 tombe ed è probabilmente il più grande cimitero consacrato cristiano al di fuori dell’Europa e dell’America. E’ un luogo affascinante, ben conservato e recentemente ristrutturato. È un’oasi di silenzio e pace all’interno della caotica Calcutta.

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Kali Ghat
È un meraviglioso tempio induista dedicato alla dea Kali, sempre affollato da fedeli che qui giungono in pellegrinaggio da tutta l’India. Secondo la leggenda, il tempio sorge nel punto esatto in cui caddero le dita del piede destro della dea. Accanto si staglia il Nirmal Hriday, la prima casa per morenti aperta da Madre Teresa a Calcutta.
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Murales di Madre Teresa di Calcutta
All’uscita della stazione della metropolitana nei pressi del Kali Ghat troverete ad attendervi questo enorme murales celebrativo di Madre Teresa, alto 40 metri che fa bella mostra di se su un alto edificio.
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Il Palazzo di Marmo
Questa sontuosa residenza in stile neoclassico del XIX secolo è uno degli edifici meglio conservati dell’epoca coloniale. Il suo nome deriva dal marmo bianco utilizzato per i muri, i pavimenti e le statue che lo ornano. E’ necessario prenotare in anticipo la visita. Il palazzo non è sempre aperto al pubblico e vi si accede solo su appuntamento.
Shaheed Minar
Un’alta torre del 1828 svetta sulla città. Fu eretta in memoria del generale Sir David Ochterlony, comandante della compagnia delle Indie.
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Vientiane in due giorni

Tiziano Terzani, celebre giornalista italiano e profondo conoscitore dell’Asia, scrisse che il Laos non è un luogo, bensì uno stato d’animo.
Questo lembo di terra sembra resistere al fascino della modernità e ai suoi ritmi caotici e persevera nel suo antico, distaccato ritmo di vita fatto di piccole malizie, alcune furberie e assenza di stress. Si avverte una piacevole, imperturbabile calma generale.
La capitale laotiana, Vientiane, conta poco più di 200 mila abitanti. È adagiata su un’ansa del Mekong, al centro di un’ampia piana coltivata a riso, vicino al confine con la Thailandia. Vi sorprenderà, è incredibilmente silenziosa. Dove sono finiti i clacson suonati senza tregua, per ogni futile pretesto? Dove sono i motorini che sfrecciano nel resto dell’Asia?
I sonnolenti taxististi e i conducenti di tuk tuk non vi assilleranno, nessuno vi rincorrerà per vendervi souvenirs, non sentirete grida di venditori di cibo da strada che vogliono attrarvi alle loro bancarelle. Che novità è mai questa? Sono davvero in Asia?

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Il centro storico di Vientiane è piccolo e pedonale. Vi affascinerà con i suoi templi scintillanti, con i suoi viali alberati abbelliti da frangipani e alberi di tamarindo, vi perderete dietro all’incedere eleganti dei monaci intenti nella questa di prima mattina. Affittate un bicicletta (1,5 $ al giorno) e iniziate la vostra esplorazione.
GIORNO 1
Recatevi presso i locali della Croce Rossa (9-17 dal lunedì al venerdì) e donate il sangue. Il Laos fatica a raccogliere il 50% del suo fabbisogno annuale di sangue e ogni donazione è assolutamente benvenuta. Lo staff della Croce Rossa si prenderà cura di voi, amorevolmente. Al termine della donazione riceverete in omaggio una t-shirt e la tessera di donatore.
Rifocillatevi con un’abbondante colazione presso Le Banneton in Th Nokèokoummane, deliziosa ed eccellente panetteria francese con foto di Henri Cartier-Bresson e Robert Doisneau appese alle pareti. Gustate un autentico pan au chocolat mentre Èdith Piaf canta per voi in sottofondo.

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Svoltatate in Th Setthathirath, a senso unico, fino a raggiungere il Palazzo Presidenziale, un enorme castello in stile beaux-art costruito per il governatore francese. Di fronte, non mancate di visitare il Wat Si Saket, un tempio buddhista costruito all’inizio dell’Ottocento e giunto fino ai giorni nostri. Lungo il lato occidentale del chiostro, si possono vedere molte statue di Buddha distrutte durante l’invasione del Siam del 1828. Davanti al Wat Si Saket, ogni mattina all’alba, potrete assistere al Tak Bat, la questua dei monaci. Un rito antico con cui i fedeli donano ai monaci cibo e offerte per la giornata.

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Dall’altro lato della strada sorge il Haw Pha Kaeo, un bel museo di arte sacra.
Svoltate in Th Galliani. Immediatamente dopo l’ambasciata francese, troverete la Cattedrale del Sacro Cuore, edificio dedicato al culto cristiano eretto nel 1928 e sede del Vicariato Apostolico di Vientiane.

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Al fondo della via, cercate il Talat Khua Din, uno dei mercati alimentari più grandi della capitale. Non è facilmente individuabile: l’ingresso è piccolo, mal segnalato, sul lato opposto da dove arriverete. Non desistete, cercate attentamente. Seguite i passanti carichi di borse di verdure!

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Recuperate le vostre biciclette e dirigetevi nella vicina Th Lan Xang, un lungo e trafficato viale alberato, rinominato dagli abitanti di Vientiane gli Champs-Èlysée d’Oriente. Il paragone è francamente esagerato. Qui troverete il Talat Sao, o quel che ne resta. Questo era il più grande mercato di tessuti della città, ora relegato ai bordi di un grande e moderno centro commerciale.
Al fondo di Th Lan Xang, si erge il Patuxai, un insolito monumento alla Vittoria ispirato all’Arc de Triomphe parigino e costruito nel 1969 con il cemento donato al paese dagli Stati Uniti per la costruzione di un nuovo aeroporto.
Girate intorno al Patuxai e tornate indietro lungo Th Lan Xang. Svoltate in Th Bartholomie fino a raggiungere il That Dam, un’antica stupa che si narra fosse ricoperta d’oro, prima di essere saccheggiata dai siamesi nel 1828.

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Recatevi ora al Wat In Paeg, un bel tempio buddhista celebre per i suoi rilievi in stucco ad ornamento del sim (la sala delle ordinazioni). Parcheggiate qui le vostre biciclette e a piedi dirigetevi in Th Nokèokoummane per visitare tre templi: il Wat Ong Tue Mahawihan dove è ospitata una statua di Buddha in bronzo del XVI secolo alta 5,8 metri, il Wat Haysoke piccolo e poco frequentato tempio e il Wat Mixai, circondato da imponenti cancelli fiancheggiati da una coppia di nyak, guardiani giganti.
Giunti fino a qui sarete stanchi e, probabilmente, accaldati. Trovate un buon ristorante laotiano dove riprendere le forze e cenare lautamente.
Se avrete ancora qualche energia, concludete la serata al mercato notturno che si snoda lungo il Mekong. In caso contrario, fate ritorno al vostro hotel senza rimpianti. Tra queste bancarelle, non avreste trovato in vendita altro che chincaglierie inutili e di infimo valore. L’antico fascino dei mercati d’Asia dei tempi che furono non alberga qua.
GIORNO 2
Il mattino ha l’oro in bocca. Puntate la vostra sveglia prima dell’alba. Ne varrà la pena. Inforcate le biciclette in direzione Wat Si Saket e assistete al Tak Bat, la questua dei monaci. Aspettate la processione dei bonzi e prendete parte a questo rito antichissimo con cui i fedeli fanno dono ai religiosi di riso e cibo per la giornata.
Recatevi poi sul Mekong. Rimarrete sorpresi da quanta vita brulica qui già alle prime ore del giorno. Moltissimi laotiani si ritrovano sul lungo fiume per fare Tai Chi insieme, per correre, meditare o camminare a passo svelto. Godetevi lo spettacolo del sole che si specchia sul Mekong tingendolo dei colori dell’alba.

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Dopo un’abbondante colazione, raggiungete Pha That Luang, il grande reliquiario sacro. Questa enorme stupa dorata si erge a circa 4 chilometri a nord-est del centro di Vientiane, proseguendo dritti dopo aver oltrepassato il Patuxai. Il Pha That Luang è il monumento più importante del Laos, al tempo stesso simbolo della religione buddhista e della sovranità del paese. La leggenda narra che in questo luogo, nel III secolo a.C., alcuni missionari provenienti dall’India costruirono una stupa per conservare alcuni frammenti dello sterno del Buddha. Prendetevi il tempo che vi serve per visitare questo luogo con la giusta calma. Rilassatevi e godetevi la bellezza delle scene quotidiane alle quali vi capiterà di assistere. Perdetevi dietro a un gruppo di monaci in pellegrinaggio, osservate le venditrici di piccole gabbie in bambù. Noterete che ospitano dei passerotti. I fedeli buddhisti sono soliti praticare il fangsheng, un antico rito che consiste nel liberare animali tenuti in cattività come atto di pietas e misericordia, capace di generale buon karma.

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Riprendete le biciclette e dirigetevi al COPE Visitor Center in Th Khu Vieng, il principale produttore di arti artificiali, sostegni alla mobilità, protesi e sedie a rotelle. Il Visitor Center fa parte del Centro Nazionale di Riabilitazione e ospita eccellenti mostre su protesi e UXO (ordigni inesplosi). La visita è gratuita, ma un’offerta è bene accetta a sostegno di questo importante progetto. Per saperne di più: Un triste primato, il paese più bombardato della storia

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All’interno del complesso, sorge un bar-ristorante. Prima di avventurarvi verso nuove esplorazioni della città, concedetevi un buon pranzo e qualche istante di meritato riposo.
Con la dovuta calma, recuperate le biciclette e pedalate fino a raggiungere il Wat Si Muang, un bel tempio che ospita il làk méuang (il pilastro della città), dove secondo la tradizione albergherebbe lo spirito protettore di Vientiane.
Concludete la vostra giornata con una visita al T’Shop Lai Gallery nei pressi di Th In Paeng.
Tea
Soap
Herbals Herbs
Organic products
Painting on the Floor
Lavander
Artisans Lao
Insect repellent
Questa galleria ospita mostre temporanee di arte contemporanea locale e una boutique raffinata di prodotti naturali per la cura del corpo. Al vostro ingresso, vi verrà servita una tazza di tè fumante. Lasciatevi inebriare dal mélange di aromi di frangipani, magnolia, sandalo, cocco, citronella, spezie, miele, lavanda che si sprigiona da candele, oli, profumi e creme per il corpo.
Tutto ciò che è in vendita è realizzato con prodotti locali, ottenuti attraverso metodi sostenibili, per mezzo del lavoro di donne svantaggiate appartenenti alla cooperativa Les Artisans Lao.

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Una giornata all’insegna dell’attenzione verso il prossimo non può che concludersi con una cena vegana presso il Reunion Cafe, un minuscolo ristorante che serve piatti vegan locali, a conduzione femminile. Per saperne di più: Reunion Cafe Vientiane

Come sopravvivere a Siem Reap

Siem Reap è la base ideale dove fare tappa se si è interessati a visitare il sito di Angkor. E’ una città caotica, turistica, poco poetica, artificiosa e a tratti pacchiana. Il primo impatto non è stato decisamente buono per me, ma la visita ad Angkor vi permetterà di sopportare il turismo a tratti cafone di Siem Reap.
Bando ai pregiudizi, affittate una bicicletta e fate un giro in città. Concedetevi la possibilità di cambiare opinione e di essere smentiti da Siem Reap. Almeno così ho fatto io. Mi sono ricordata del buon Tiziano Terzani e di quanto scriveva in Un indovino mi disse: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.
Quindi con una pala metaforica, una bicicletta a disposizione e una mappa della città mi sono messa a scavare!
Cosa fare a Siem Reap?
Innanzitutto recatevi in Street 60 e procuratevi i biglietti per Angkor. Dovrete arrivare al sito di Angkor esibendo già i biglietti. Banalmente i biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor!
Tornate in centro e fate un giro al Psar Chaa, il mercato vecchio della città. Visitate il Wat Dam Nak che fu la residenza reale durante il regno del sovrano Sisowath. Oggi l’edificio ospita il Centre for Khmer Studies, un’istituzione indipendente che promuove lo studio della cultura khmer. E’ possibile accedere alla biblioteca di ricerca. Vi sarà richiesto di registrarvi all’ingresso. Vale la pena recarsi al Wat Thmei dove è stato eretto uno stupa commemorativo che contiene teschi e ossa delle vittime dei khmer rossiWat Thmei venne trasformato in una prigione dal regime e qui circa 8.000 persone vennero barbaramente uccise.

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La parte più moderna e mondana della città è sicuramente formata dal Night Market, da Pub Street e da King’s Road. Qui troverete locali alla moda, ristoranti internazionali, bar, pub, bancarelle e negozi di souvenir e oggettistica.
E’ sempre difficile orientarsi in una nuova città e consumare in modo responsabile. Vi aiuterà di certo visitare la sede di ConCERT in 306 Street 09 Siem Reap, un’organizzazione che mette in contatto i turisti con progetti filantropici condotti in zona. Sul sito dell’associazione trovate informazioni utili su diverse tematiche, dall’ecoturismo, al volontariato, al comportamento da tenere quando si incontrano bambini per strada che chiedono l’elemosina (http://concertcambodia.org/).
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In Street 60 sorge AHA Fair Trade Village, un mercato di artigianato locale. Qui potrete acquistare souvenir cambogiani prodotti in Cambogia. Sembra banale, ma non lo è. All’AHA Village ho appreso che Siem Reap ospita 5.000 artigiani, ma che l’80% dei souvenir in vendita in città è importato da paesi vicini (principalmente Cina e Vietnam) o fatto su scala industriale. Siem Reap è la terza provincia più povera del paese. Più di 4 milioni di cambogiani vivono con meno di $1,25 al giorno e l’80% della popolazione vive in zone rurali. Ogni anno i turisti spendono all’incirca $100 milioni in souvenir nella sola Siem Reap. AHA si impegna ad aiutare gli artigiani e le comunità locali ad avere la giusta remunerazione. Cercate il simbolo dell’associazione nei negozi che vendono souvenir.
In città ci sono altri esercizi che promuovono un commercio equo e rispettoso, tra questi IKTTMekong QuiltsI, Rajana Smateria. Anche se siamo solo di passaggio, proviamo a lasciare un’impronta positiva. Orientarsi nella giungla del turismo e di un consumismo sfrenato è tutto tranne che facile.
Dedicate all’esplorazione della città mezza giornata e poi recatevi a visitare il sito di Angkor senza rimpianti (Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor).

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 Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)