Con i lupi alle spalle

«Per quanti lupi possiamo avere alle spalle, dinanzi a noi c’è sempre un eroe disposto a salvarci. Questa è la storia di una bambina e degli eroi inconsapevoli che la salvarono dai lupi. Una storia  che vuole ricordarci che sono gli umili che salvano il mondo dalla sua malvagità».
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Zagabria, dicembre 1941. Bianca Hessel Schlesinger ha solo 8 anni quando, insieme alla famiglia, è costretta ad abbandonare Zagabria, occupata dai tedeschi. Al tempo circolavano voci su un campo di concentramento nello stato indipendente di Croazia, Jasenovac. Nulla più si sapeva di chi veniva internato qui. Iniziavano a circolare voci a cui la gente non voleva credere. Il padre di Bianca era il capo della comunità ebraica della Croazia. Una notte venne a sapere da un amico che il giorno dopo ci sarebbe stato un rastrellamento in città e che i nomi della sua famiglia erano sulla lista. Aveva dovuto decidere al momento. In fretta e furia si riempiono zaini con lo stretto necessario. I gioielli di famiglia sono nascosti in un fazzoletto che viene legato sotto i vestiti dei bambini. La famiglia fuggì prima a Lubiana, poi a Trieste e infine a Cuneo. «Siamo stati accettati formalmente come profughi di guerra. Ci mandano a Cuneo. Ci pagano perfino il viaggio».¹ E da Cuneo a Bra.
«Il vostro stato è di profughi civili, ad abitazione coatta. ⌈…⌋ Riceverete un sussidio di cinquanta lire per l’alloggio e 8 lire a persona per l’alimentazione. Per gli adulti. I bambini sotto i diciotto anni avranno 5 lire a persona».² Ai profughi civili era fatto divieto di lettura dei giornali, di ascoltare la radio, partecipare a raduni, frequentare scuole pubbliche, usare ospedali pubblici. La corrispondenza era ridotta a non più di due lettere di massimo dieci righe. Gli indirizzi con cui desideravano corrispondere dovevano essere comunicati in anticipo alle autorità per approvazione e le lettere non potevano essere imbucate, ma dovevano essere consegnate alla questura, aperte, lette per la censura. La vita a Bra procede tra alti e bassi.
Poi all’improvviso le cose precipitano. 8 settembre 1943, l’armistizio. I tedeschi invadono l’Italia. Nel nord del paese si costituisce la Repubblica Sociale Italiana. Da quel momento gli ebrei sono considerati stranieri e appartengono a nazionalità nemica (art. 7 del manifesto di Verona). Quando anche a Bra vennero affissi su tutti i muri manifesti che invitavano la popolazione a denunciare la presenza di ebrei in città, suor Lorenzina (al secolo Maria Anna Oberto) chiese al fratello Luigi di ospitare gli Hessel. Oltre a Bianca, la famiglia era formata da papà Leone e mamma Mira, dall’aziana nonna Johanna, dai tre fratelli Lijerka, Nada e Simon, dalla zia Zora Berger con il figlio Ari. Nove clandestini, nove bocche da sfamare in tempo di guerra. Luigi e Maria Oberto vivevano nella piccola frazione di Rivalta di La Morra, in una borgata che contava una decina di case appena. Erano una famiglia contadina numerosa, anche loro di nove persone. Luigi Oberto, senza aver mai conosciuto gli Hessel, prepara il carro e percorre la strada di terra battuta che porta a Bra. Carica casse, cassettoni e gli Hessel e fa ritorno a Rivalta. Entrati in casa, Maria si fa avanti con una brocca d’acqua fresca. Leone rompe il silenzio: «Non so proprio come ringraziarla. Guardi,» aggiunge, estraendo il proprio portafoglio, «non abbiamo molti soldi, ma abbiamo dell’oro…». Luigi respinge il portafoglio con un gesto della mano. Lentamente estrae dalla tasca posteriore il proprio e lo posa sul tavolo. «Tutto quello che è mio, è vostro. Prenda quanto ha bisogno».³ «Finché i miei figli avranno pane, anche i tuoi ne avranno». Gli Oberto lasciarono la loro casa agli Hessel e si sistemarono davanti, nella loro vecchia abitazione, più piccola: «Tanto ci siamo abituati». Per quasi due anni le due famiglie vissero insieme, con la complicità silenziosa dell’intera borgata. Le lotte tra partigiani e repubblichini e le rappresaglie dei tedeschi si fecero più feroci con il passare del tempo. Gli Hessel riuscirono sempre a nascondersi durante i diversi rallestrallamenti, avvisati per tempo dai contadini che erano al lavoro nei campi e che per primi vedevano avvicinarsi il pericolo. Gli Oberto riuscirono ad ottenere identità e documenti falsi per gli Hessel,  che salvarono loro la vita durante un’ispezione a sorpresa per verificare l’identità del nucleo di profughi.
Nel 1998 i coniugi Oberto sono stati riconosciuti dallo Stato di Israele come Giusti fra le Nazioni. Il 26 gennaio 2018, nel corso di una cerimonia pubblica, la scuola primaria e media di La Morra è stata intitolata a Maria e Luigi Oberto, Gusti fra le Nazioni.
Bianca Hessel Schlesinger è l’unica testimone ancora vivente di questa storia ed è l’autrice di Con i lupi alle spalle, un volume edito da Ediarco Srl (I libri di Olokaustos; 2 – ISBN 88-7876-024-2) dove vengono narrati questi avvenimenti.
La storia di questa famiglia poverissima che ne salva un’altra impoverita dagli eventi, disperata, umiliata, perduta ha una forza dirompente. Gli Oberto salvano gli Hessel che pure non hanno mai conosciuto prima e compiono un atto di eroismo inconsapevole, fortissimo. Sono mossi da profondi sentimenti di giustizia e umanità. Sono salvatori di vite, perché non potrebbero essere niente di diverso. Non concepiscono neppure la possibilità di assenza di solidarietà. Questa storia di uomini, celata tra le pieghe della grande Storia, ha per me un valore doppio perché si snoda tra due città, Bra e La Morra, dove ho vissuto.
Se vi va di sentire raccontare questi fatti direttamente da Bianca, potete cliccare sul link sotto e visionare il documentario «Bianca e Lucia» di Dario Dalla Mura e Elena Peloso. Nel 2010, l’anno in cui è stato prodotto, Bianca e Lucia ha partecipato alla Mostra del cinema di Venezia nello spazio Regione Veneto, ha vinto il premio speciale assegnato da Emergency al festival italiano indipendente di Lecce e ha ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la medaglia per l’impegno civile.
Bianca e Lucia, due ragazze ebree scampate all’inferno


¹ Con i lupi alle spalle, Bianca Schlesinger, pag. 37
² Con i lupi alle spalle, Bianca Schlesinger, pag. 50
³ 
Con i lupi alle spalle, Bianca Schlesinger, pag. 97

Il “gentile” Tadeusz Pankiewicz: storia di un giusto e della sua Farmacia sotto l’Aquila

Probabilmente molti di noi conoscono la storia di Oskar Schindler, resa celebre dal film Schindler’s List di Stephen Spielberg (1993) e vincitore di due premi Oscar. Meno conosciuta ma altrettanto degna di essere raccontata e tramandata è la storia del “gentile” Tadeusz Pankiewicz e della sua Farmacia sotto l’Aquila (Apoteka Pod Orlem).
Sul lato meridionale di Plac Bohaterów Getta a Cracovia sorge questa farmacia, oggi non più in servizio e trasformata in un piccolo e delizioso museo. Gli interni sono stati squisitamente restaurati e la farmacia conserva l’aspetto che aveva durante gli anni della seconda guerra mondiale. Qui lavoravano il cattolico polacco Tadeusz Pankiewicz e le sue tre collaboratrici: Irene Drozdikowska, Helena Krywaniuk e Aurelia Danek-Czortowa.
Era il 3 marzo 1941 quando a Cracovia venne ufficialmente creato un ghetto per gli ebrei, completamente isolato da alte mura di cinta. In quel periodo nell’area scelta operavano 4 farmacie di proprietà di non ebrei. Tadeusz si rifiutò di trasferire la sua attività nella parte ariana della città. Riuscì a convincere le autorità del Terzo Reich  a rilasciargli un permesso per continuare ad operare e a soggiornare nel ghetto. Ottenne inoltre la concessione di un lascia-passare per entrare e uscire dall’area.
Durante gli anni bui e terribili della guerra, insieme ad Helena Irene e Aurelia, molto si spese per salvare vite umane: sopperì alla penuria di farmici nel ghetto, curò gli ammalati, diede rifugio ad amici e sconosciuti, creò una botola segreta atta alla conservazione della torah e di altri oggetti sacri, si procurò tinture per capelli per aiutare coloro che dovevano mascherare la propria identità e tranquillanti da somministrare ai bambini durante le frequenti incursioni della Gestapo, fece da ponte per messaggi e comunicazioni segrete tra il ghetto e l’esterno.
La situazione peggiorò ulteriormente nel 1942 quando i nazisti iniziarono a deportare sistematicamente gli ebrei nei campi di concentramento circostanti. Durante i sempre più frequenti rastrellamenti, i nazisti prelevarono anche Tadeusz, ma grazie all’intervento di un ufficiale riuscì a salvarsi. Nel 1943 il ghetto venne diviso in due aree, A e B, e le condizioni di vita degli ebrei peggiorarono ancora. La distribuzione di cibo e farmaci si fece sempre più ardua.
Nello stesso anno le autorità diedero mandato di chiudere la Farmacia sotto l’Aquila. Tadeusz ingaggiò una corsa contro il tempo e riuscì a procurarsi, con molta fatica e qualche dono sapientemente distribuito, i documenti necessari per continuare a tenere aperto il suo esercizio.
Nel marzo 1943 i nazisti operarono la liquidazione finale del ghetto: 8.000 ebrei vennero deportati e 2.000 ebrei, considerati inabili al lavoro, vennero trucidati in loco. Anche in questa occasione Tadeusz si prodigò per offrire riparo, per quanto poteva, a chi era braccato.
A guerra finita, fu uno dei testimoni dell’accusa al maxi-processo di Norimberga celebrato contro i criminali nazisti.
Nel 1983 il memoriale presso l’Istituto Yad Vashem gli conferì il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni per il suo operato durante il secondo conflitto mondiale. Gli venne conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. Nel viale degli eroi a Gerusalemme sono stati piantati 26.000 alberi in ricordi dei “gentili” (i non ebrei) che durante la Shoah di spesero per salvare e difendere gli ebrei. Tra questi svetta un albero di carrubo, resistente e perenne, ai cui piedi è affissa una targa con inciso il nome di Tadeusz Pankiewicz.

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Tadeusz raccolse le sue memorie in un libro, Il farmacista del ghetto di Cracovia, edito da UTET e tradotto in italiano. Lo leggerò.