La signora delle Giare, fascino e mistero di un luogo incantato

Phonsavan è la meta ideale dove fare base se si è intenzionati a visitare la vicina Piana delle Giare. La cittadina di per sé non ha grandi attrattive. Si estende su un’area piuttosto vasta e conta due viali principali che corrono paralleli. Nella breve via centrale, si concentrano alcune guesthouse e qualche locale. Alloggiate qua e organizzate con cura la vostra escursione.
Misteriose, antiche ed enormi, le giare sono sopravvissute al tempo, ai bombardamenti della guerra del Vietnam e all’incuria dell’uomo. Alcune, le più piccole, sono state trafugate da collezionisti senza scrupoli ormai molto tempo fa, altre in passato venivano usate dalla popolazione locale come materiale per l’edilizia. Ciononostante ne sono sopravvissute circa 2.500 di grandi dimensioni che, insieme a frammenti e coperchi, giacciono sparse in un’area collinare di centinaia di chilometri quadrati nell’altopiano Xieng Khouangintorno a Phonsavan.
I siti di maggiore interesse sono l’uno, il due e il tre. 175 ordigni inesplosi, eredità della guerra segreta, sono stati rinvenuti e distrutti in queste tre aree. Questa non è una zona dove si può improvvisare un turismo fai da te. Solo 7 siti archeologici sui 90 totali sono stati bonificati. Se decidete di visitare altre aree, accertatevi prima che il terreno sia stato sminato. In ogni caso, non uscite mai dai percorsi segnalati.
La storia delle giare si lega a doppio filo a quella di una donna, l’archeologa francese Madeleine Colani (Strasburgo 1866 – Hanoi 1943).
Le giare furono avvistate per la prima volta da una guardia di confine francese nel 1909. Gli scavi iniziarono nel 1931 sotto la supervisione della Colani che scrisse un dettagliato resoconto del suo lavoro e delle sue scoperte in The Megaliths of Upper Laos nel 1935.
Prima di allora, molte e fantasiose erano le supposizioni che circolavano sull’origine e sull’utilizzo di queste grandi giare in pietra arenaria, alcune alte fino a 3 metri. Secondo la leggenda popolare, sarebbero i resti di un’antica società di giganti. Altri supponevano che fossero contenitori dove venivano conservati cibi e bevande.
Madeleine Colani fu la prima a ipotizzare che le giare risalgano all’Età del Ferro nel sud-est asiatico (dal 500 a.C. al 200 d.C.) e che fossero urne cinerarie. Questa prima supposizione sembra confermata da studi e scavi successivi che portarono al ritrovamento di resti umani e camere funerarie sotterranee.
Al centro della piana, nel sito 1, è presente una grotta naturale che sarebbe stata usata come forno crematorio, grazie a tre fori sulla cima che aspiravano l’aria e fungevano da camino. In questo sito sono presenti 300 giare, tutte piuttosto vicine tra loro. La più grande misura 2,5 metri di altezza per un peso di 6 tonnellate e si narra fosse la coppa della vittoria del leggendario re Kuhn JuanNe noterete una  con un coperchio. Un tempo tutte le giare erano chiuse. La maggior parte dei coperchi però non è sopravvissuta al tempo e all’opera dell’uomo.
Il sito 2 si estende sui versanti opposti di due colline, separate da una gola non molto profonda dalla quale si accede all’area. Qui vedrete un albero che ha saputo crescere all’interno di una giara. Ammirate il paesaggio brullo attorno a voi e le ampie distese di riso.
Il sito 3 si trova nei pressi del villaggio Ban Lat Khai, adagiato tra bucolici scorci e immerso in un assoluto silenzio. Ovunque andrete noterete profondi crateri, segni inequivocabili dei bombardamenti americani risalenti alla guerra del Vietnam.
Quest’area del paese, sebbene sia di enorme interesse e bellezza, è poco visitata, sia a causa dei residuati bellici, sia per la scomodità di arrivare fino a qua in bus. Vi potrà facilmente capitare di essere gli unici visitatori delle giare.

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Se vi avanza del tempo prima di far ritorno a Phonsavan, deviate per Muang Khoun, la vecchia capitale Xieng Khouang, devastata nel XIX secolo dagli invasori cinesi e vietnamiti e poi bombardata a tappeto durante la seconda guerra dell’Indocina. Non mancate di visitare i resti delle due stupe, il That Foun eretto nel 1576 e il That Chom Phet del XVI secolo. Del Wat Phia Wat, costruito nel 1582, non restano che la piattaforma e alcune colonne che fanno da cornice a una statua del Buddha annnerita dal tempo.

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In questa terra povera e rurale, dopo oltre 40 anni dalla fine della guerra del Vietnam si continua a morire a causa delle bombe inesplose. Il Laos vanta il triste primato di essere il paese più bombardato al mondo. Dal 1964 al 1973 sono state sganciate oltre 2 milioni di tonnellate di bombe sul suolo laotiano. Per 9 anni, ininterrottamente, si stima che vi sia stato un bombardamento ogni 8 minuti. Le cluster bombs, le famigerate bombe a grappolo, contenevano al loro interno 670 bombies, bombe grandi come un’arancia pronte a detonare una volta a terra. Tuttavia il 30% di questi ordigni mancò di esplodere, lasciando in eredità ai sopravvissuti oltre 80 milioni di ordigni inesplosi disseminati in tutto il paese. E così, ancora oggi, in tempo di pace si continua a morire a causa di una guerra lontana. Il 40% delle vittime sono bambini. La provincia di Xieng Khouang fu una delle zone più martoriate della nazione. A Phonsavan noterete ovunque vecchi ordigni di guerra esposti nelle vie e nei locali. Non mancate di visitare gli uffici di MAG (Mines Advisory Group) e QLA (Quality of Life Association), entrambi sorgono nella via principale. Il MAG si impegna a rimuovere in modo sicuro gli ordigni inesplosi, ormai dal 1994. Con una donazione di 12$ consentirete la bonifica di una superficie di 10 mq. QLA si occupa di fornire assistenza psicologica, medica e materiale alle vittime delle mine.

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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano)

Un triste primato, il paese più bombardato al mondo

Il Laos vanta un triste primato, quello di essere il paese più bombardato al mondo, con una media di dieci tonnellate di ordigni bellici sganciati per chilometro quadrato. Per rendere meglio l’idea, questo minuscolo paese conta, senza orgoglio alcuno,  500 chili di bombe pro capite.
Tra il 1964 e il 1973, gli Stati Uniti condussero qui una delle più pesanti operazioni di bombardamento della storia. La ragione, contenere l’infezione comunista e distruggere il corridoio di Ho Chi Minh, la via che dal nord del Vietnam, passando per il Laos, riforniva i ribelli attivi nel sud del Vietnam. Questa guerra segretasconosciuta ai tempi all’opinione pubblica e mai autorizzata dal Congresso americano, ufficialmente non esisteva. Il paese più bombardato al mondo non è mai stato in guerra. Non male.
Il primo bombardamento americano ebbe luogo il 9 giugno 1964. In 9 anni, vennero portati a termine 580mila bombardamenti, in media uno ogni 8 minuti. Più di 2 milioni di tonnellate di bombe vennero sganciate in Laos. Le aree più colpite furono quelle nei pressi di Luang Prabang Xiengkouang nel nord del paese e le zone centro-meridionali attraversate dal corridoio di Ho Chi Minh. Le cluster bombs (le bombe a grappolo) furono una tragedia nella tragedia. Ogni bomba conteneva 670 ordigni, ciascuno all’incirca delle dimensioni di un’arancia. In volo, la bomba-contenitore si apriva rilasciando centinaia di bombies che esplodevano al contatto con il suolo.

Tra il 10 e il 30% degli ordigni, però, non detonava una volta a terra. La conseguenza drammatica di questo difetto di funzionamento si misura in circa 80 milioni di bombe attive, disseminate sul suolo laotiano e pronte ad esplodere all’improvviso quando un contadino ara la terra, una donna cucina la cena per la famiglia (il calore è uno dei fattori di attivazione) o un bambino gioca all’aperto. In gergo, questo è classificato come un effetto collaterale di un conflitto. Ancora oggi, in tempo di pace, in Laos si continua a morire di guerra.
Un’importante opera di bonifica viene incessantemente portata avanti  nel paese. Ogni giorno, 3mila uomini e donne lavorano attivamente allo sminamento del Laos. Gli incidenti si sono ridotti da 302 nel 2008 a 42 nel 2015. Cionostante si stima che nel 2020 le vittime degli ordigni inesplosi saranno 15mila.
Il COPE (Cooperative Orthotic and Prosthetic Enterprise) opera dal 1997 affinché le persone con disabilità fisiche e amputazioni possano avere accesso a cure di qualità personalizzate, a servizi di riabilitazione, a un’adeguata assistenza psicologica e all’uso di protesi.

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Il COPE nacque per volontà del Ministero della Sanità laotiano e un gruppo di organizzazioni non governative (POWER, World Vision, Cambodian School of Prosthetics and Orthotics). Ad oggi, opera attraverso 5 centri di riabilitazione e alcune cliniche mobili, per raggiungere i villaggi più sperduti, fornendo assistenza a mille persone all’anno. Dal 2008, il COPE ha aperto un centro visitatori che ha registrato lo scorso anno 17mila passaggi. Se vi trovate a Vientiane, è una tappa imperdibile del vostro tour. Ci arriverete facilmente con una bella pedalata per la città o con una corsa in tuk tuk. Recatevi qua e scoprite qualcosa in più sulla guerra, la disabilità e le attività di COPE. L’ingresso è gratuito, ovviamente qualunque donazione è molto bene accetta. In alternativa potete acquistare qualche oggetto di artigianato locale allo store (Fun and good Karma included come recita un cartello all’ingresso).

Visitate il sito di COPE: COPE Laos
Foto di Emiliano Allocco (Link a Flickr)

L’amore ai tempi dei khmer rossi, storia di Bophana e Deth

Bophana nacque nella Cambogia degli anni ’50 nella regione nord occidentale del paese, un’area fertile e verdeggiante dove crescevano rigogliose le palme da zucchero, il riso abbondava e il fiume Tonlé Sap era ricco di pesci. Il padre era un insegnante nell’East Baray. Bophana ricevette una buona educazione, imparò il francese e crebbe nella fede buddhista. All’età di 16 anni si innamorò di un lontano cugino, Ly Sitha. L’amore era ricambiato e le famiglie autorizzarono l’unione. Ly Sitha terminò gli studi superiori presso un monastero buddhista. Una volta tornato a casa, si unì a Bophana nei preparativi delle loro nozze. Non fecero in tempo a sposarsi che la Cambogia precipitò in un incubo. Il re Sihanouk fu deposto da un colpo di Stato e fuggì all’estero. Furioso, in un messaggio radio dalla Cina, diede il proprio sostegno alla fazione dei khmer rossi. Gli Stati Uniti d’America appoggiarono il nuovo governo di Lon Nol, i comunisti del Vietnam fecero l’opposto fornendo supporto ai khmer rossi.  La guerra, dal Vietnam e dal Laos, arrivò anche in Cambogia. L’esercito cambogiano, il cui acronimo era FANK, venne sconfitto in Baray. Per il resto della guerra questa regione sarà nelle mani dei comunisti. La famiglia di Bophana dovette separarsi. Ly Sitha diventò un monaco novizio per sfuggire all’arruolamento e disse addio alla sua amata. Bophana, nel caos del momento, venne stuprata da un soldato della FANK. Un paio di mesi più tardi scoprirà di essere incinta. La guerra fece di lei una madre sola e una profuga. Si trasferì con le sorelle a Phnom Penh dove sopravvisse vendendo i pochi averi della famiglia al mercato centrale. Nel frattempo si diede da fare per cercare un lavoro fisso, senza però alcuna fortuna. Gaetana Enders, la moglie italiana dell’ambasciatore americano Thomas Enders, fondò una charity per aiutare le vedove di guerra. Bophana senza esitazioni bussò alla porta dell’organizzazione con il figlio appresso. Poco tempo dopo venne assunta, imparò velocemente l’inglese e lavorò come interprete. Un giorno al Wat Lanka riconobbe tra i monaci in preghiera Ly Sitha. Non c’erano speranze per il loro amore e furono costretti a separarsi una seconda volta.
Il 17 aprile 1975 i khmer rossi espugnarono Phnom Penh e ne ordinarono l’immediata evacuazione, tutti dovevano fare ritorno ai propri villaggi d’origine. E Bophana si incamminò verso il Baray, dove venne costretta a duri lavori forzati. Nella Cambogia dei khmer rossi erano vietate comunicazioni con l’esterno, le frontiere vennero chiuse, il denaro e i commerci aboliti, le pagode dismesse, letterati medici insegnanti e monaci erano guardati con sospetto perché rappresentanti del vecchio potere. Nella Kampuchea Democratica la fedeltà ad Angkar, l’organizzazione, era tutto. Il mito dell’autosufficienza del paese veniva propagandato senza sosta e il lavoro aveva un’importanza centrale.
Ly Sitha riapparve nella vita di Bophana un giorno senza preavviso. Non indossava più la kesha dei monaci, ma vestiva l’uniforme nera dei khmer rossi. Adesso si faceva chiamare Deth e lavorava per il Ministro dell’Economia a Phnom Penh. Aveva usato la propria posizione per ritrovare l’amata. L’aveva cercata per tutta la Cambogia. Disse a tutti che Bophana era sua moglie e riuscì ad ottenere per lei mansioni meno faticose e dosi di cibo più abbondanti. Deth dovette fare ritorno a Phnom Penh. I due amanti si scambiarono una fitta, struggente e meravigliosa corrispondenza d’amore. Entrambi erano consapevoli del rischio che correvano: le lettere private erano vietate. Appena possibile Deth faceva ritorno in Baray. A causa di un raccolto misero, le condizioni di vita per i lavoratori si inasprirono ulteriormente. Bophana si accorse di essere incinta, ma per il troppo lavoro e il poco cibo perse il bambino a gravidanza avanzata.
Accidentalmente la corrispondenza tra Deth e Bophana venne scoperta. Deth fu giustiziato. Tra i capi di imputazione a suo carico figuravano l’aver ricevuto illegalmente lettere d’amore, l’aver nascosto la propria istruzione (le missive erano scritte in francese, inglese o khmer) e soprattutto l’aver amato una donna più di Angkar e della rivoluzione.
Bophana venne arrestata, condotta a Phnom Penh e imprigionata nel carcere di massima sicurezza S-21 (per saperne di più) dove giunse il 10 ottobre del 1976. Per cinque mesi fu brutalmente torturata e costretta a “confessare” di essere una spia della C.I.A. Alla fine fu uccisa e gettata in una fossa comune. Aveva 25 anni ed era colpevole di essere una donna forte, indipendente e di aver osato amare.
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La storia di Bophana fu scoperta da un’altra donna coraggiosa, la giornalista statunitense Elizabeth Becker, che la ripercorre in un breve libro monotematico e in When the war was over, un romanzo interamente dedicato alla Cambogia dei khmer rossi.
Da questo romanzo è stato tratto un film, girato in lingua khmer, che viene proiettato due volte al giorno al Museo del genocidio, ex S-21. Il regista, Rithy Panth, ha fondato  anche il Bophana Audiovisual Resource Center che recupera e conserva materiale audiovisivo sulla storia recente della Cambogia.
Duch, il comandante di S-21, è uno dei pochi appartenenti ai khmer rossi ad essere stato portato di fronte a un tribunale nel 2008. E’ stato condannato all’ergastolo.

A sud dove il mare è più blu: qualche giorno di riposo a Sihanoukville

Dopo un lungo viaggio regalatevi qualche giorno di riposo. Nulla è meglio del mare per ristabilire equilibri persi, ricaricare le batterie e ritrovare un po’ di pace interiore. Almeno per me funziona così. Dopo la fatica della scoperta della Cambogia, mi sono recata a Sihanoukville nel sud del paese, capoluogo della provincia di Preah Sihanouk. E’ tempo di relax.
Sihanoukville fu fondata negli anni ’50 strappando un lembo di terra alla giungla per volere dell’ultimo re della Cambogia, Sihanouk, che intendeva farne il più importante porto a pescaggio profondo del paese e un porto marittimo cruciale per evitare che i traffici internazionali continuassero a passare attraverso il delta del Mekong nel vicino Vietnam. In tutta onestà è una città brutta, turistica, caotica, troppo mondana, in continua espansione. Nuove costruzioni sorgono velocemente per poter dare ospitalità a un numero sempre crescente di turisti. Ma non disperate. Se volete evitare il caos, non recatevi nella zona centrale di Serendipity Beach. Con una corsa in tuk tuk, dirigetevi a sud e raggiungete Otres beach a circa 5 km dal centro città. Qui la spiaggia è bianca, il mare cristallino e l’ombra dolce delle piante di casuarina vi darà ristoro dal caldo. La spiaggia è lunga 4 km, stranamente poco affollata e decisamente piacevole. Se camminate ancora verso sud troverete per certo un angolo isolato dove fermarvi.

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Prendete il sole, riposate, leggete, fate lunghi bagni. Se volete essere più attivi, vi è la possibilità di fare snorkeling o una gita in barca alle isole vicine. A 15 km a est di Sihanoukville sorge il Parco Nazionale di Ream che vi offrirà la possibilità di fare trekking nella foresta o di raggiungere in barca spiagge incontaminate navigando tra le mangrovie. Scegliete agenzie turistiche che promuovono gite ecologiche. Noterete purtroppo come il Parco Nazionale, sebbene sia un’area protetta, sia seriamente minacciato dal turismo.
Al largo delle coste di Sihanoukville si combatté per gli Stati Uniti d’America l’ultima battaglia ufficiale della guerra del Vietnam. Il 12 maggio del 1975, due settimane dopo la caduta di Saigon, la nave container statunitense Mayagüez stava raggiungendo la Thailandia da Hong Kong quando cadde in mano ai khmer rossi. Il presidente americano Gerald Ford bollò l’accaduto come un vero e proprio atto di pirateria. I 39 membri dell’equipaggio vennero segretamente fatti sbarcare a Sihanoukville. Tre giorni più tardi l’esercito statunitense si lanciò nell’attacco della Mayagüez ma la nave era deserta. L’equipaggio era stato imbarcato su un peschereccio thailandese e mandato alla deriva. Della liberazione si seppe quando l’attacco era ormai stato sferrato.

Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

 

Nella giungla, sulle tracce della guerra

Nel pomeriggio, al ritorno da Tay Ninh, abbiamo fatto tappa a Cu Chi, il luogo simbolo della tenacia e della resilienza dei vietnamiti. Qui negli anni ’60 la rete di tunnel di Cu Chi divenne leggendaria perché permise ai vietcong di controllare un’ampia area rurale a poche decine di chilometri da Saigon. Nel periodo di massimo splendore, i tunnel si estendevano per 250 km partendo dalla capitale sudvietnamita e arrivando a lambire i confini con la Cambogia. Per lunghi tratti la rete di cunicoli si articolava su tre livelli: i tunnel più superficiali erano a 3 metri dal suolo, quelli intermedi a 6 metri di profondità e i gli ultimi a 10 metri sotto la superfice. Questo per resistere ai bombardamenti aerei americani. Le gallerie resero possibile la comunicazione e il coordinamento tra aree diverse in mano ai vietcong, ma soprattutto permisero ai vietcong di sferrare attacchi a sorpresa scomparendo poi improvvisamente in botole sotterranee. Grazie a queste gallerie, i vietcong riuscirono ad attaccare anche la vicina base americana di Dong Du.
Le gallerie di Cu Chi vennero costruite a partire dagli anno ’40 e furono ultimate nell’arco di 25 anni. Da principio vennero scavate durante la guerra contro i francesi. Negli anni’60 vennero ampliate e tornarono in uso contro gli americani. Rappresentarono la risposta di contadini poveri a un nemico addestrato e bene equipaggiato in possesso di armamenti sofisticati e costosi. Il terreno, durissimo durante i periodi di secca e soffice durante la stagione delle piogge, rendeva difficoltosi gli scavi. In media tre persone riuscivano a scavare 2 metri al giorno. Oggi è possibile visitare queste gallerie. Personalmente ho provato a percorrerne una, ma sono subito uscita: i cunicoli sono molto stretti, umidi, bui. E’ necessario strisciare per avanzare. Mio marito ha invece percorso 40 metri di un cunicolo a 6 metri di profondità e ne è uscito molto provato e scosso.
I vietcong impararono a mimetizzare gli accessi ai cunicoli con rami e foglie, cosparsero la giungla di trappole, molte delle quali costruite riciclando parti di bombe sganciate dagli americani, misero pepe e peperoncino sulle prese d’aria a terra per ingannare i cani-segugio degli americani, presero a vestirsi con le uniformi dei soldati americani uccisi per non essere riconoscibili. Nei cunicoli si viveva per giorni, settimane, mesi nascosti senza uscire in superfice durante i bombardamenti. Qui vennero allestite cucine (con sfiati per il fumo a parecchi metri di distanza) e ambienti per riposare. Quando l’esercito americano venne a sapere della presenza di queste gallerie, cercò di distruggerle in tutti i modi: con attacchi via terra, con bombardamenti aerei, irrorando la zona di gas, pesticidi, defoglianti e bruciando parti intere di giungla.
Ancora oggi sono visibili i crateri provocati dalle bombe: enormi buchi di 3 metri di profondità per 15 di lunghezza dove la vegetazione si sta facendo nuovamente largo. Ogni bombardiere poteva arrivare a sganciare 100 bombe, ognuna delle quali di 250 kg di peso.
Cu Chi venne dichiarato territorio a bombardamento libero. Una delle aree più devastate del Vietnam. Gli effetti dei gas e dei pesticidi sono ancora riscontrabili oggi sulla vegetazione e sulle persone.
Tutto questo per ricordarci quanto la guerra, tutte le guerre, siano tremende, disumane e ingiuste.
Al termine del percorso è stato allestito un poligono di tiro dove  è possibile sparare con fucili e pistole d’epoca. Perché?, mi domando io. Un modo sadico di burlarsi dei turisti  e guadagnare qualche dollaro in più? Molti dei nostri compagni di viaggio hanno pagato un extra sul biglietto di ingresso per poter provare l’ebrezza di sparare, per giocare alla guerra. Me ne domando il senso. Dopo tutto quello visto e sentito raccontare, l’unica necessità che sento profonda è quella di provare ad essere una donna di pace, non una bersagliera per sport.

 

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Gli ingressi ai cunicoli

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Museo dei Residuati Bellici a Saigon

Saigon, calda, caotica, trafficatissima, dinamica. Ci accoglie al mattino presto e ci travolge con la sua energia. Raggiungiamo la zona di Pham Ngu Lao e cerchiamo sistemazione in un albergo. Dopo un veloce pranzo a un chiosco lungo la strada, ci rechiamo al Museo dei Residuati Bellici. Insieme al biglietto di ingresso ci viene consegnato un adesivo raffigurante una colomba, simbolo universale di pace.
Questo museo era conosciuto un tempo come Museo dei Crimini di Guerra Cinesi e Americani. Come pochi altri, racconta le atrocità, la violenza e l’ingiustizia della guerra. In modo diretto, quasi brutale, fa capire – se ancora ce ne fosse bisogno – come il prezzo più alto venga sempre inesorabilmente pagato dai civili. Molte delle fotografie in mostra permanente provengono da archivi americani.
Nel cortile sono esposti aerei da guerra, bombe, artiglieria pesante, carri armati e armi della fanteria americana. L’ala sinistra del cortile è dedicata al ricordo delle prigioni francesi e sudvietnamite sulle isole di Phu Quoc e Con Son: sono in mostra fotografie, testimonianze di sopravvissuti, strumenti di tortura, riproduzioni di celle di prigionia, una ghigliottina e le famigerate “gabbie di tigre”.
Mi siedo un attimo a riprendere fiato, bevo e tutto quello a cui riesco a pensare è racchiudibile nel pensiero Homo homini lupus, così antico e così ancora tremendamente attuale.
Proseguiamo la nostra visita all’interno dell’edificio. Cominciamo dal terzo piano a scendere. Qui in un’ala è allestita la Requiem Exhibition dedicata al ricordo dei reporter e fotografi di entrambi i fronti che persero la vita durante il conflitto nello sforzo di documentarlo. La mostra è curata dal fotografo di guerra Tim Page e sono visibili scatti di Robert Capa e Larry Burrows. Sono in mostra anche armi che ai tempi erano coperte da segreto militare come la flechette, una granata al cui interno erano collocate migliaia di frecce.
Il secondo piano testimonia i danni provocati sull’ambiente e sulle persone dal famigerato agente arancione, dal napalm e dalla diossina, danni riscontrabili ancora nelle seconde e terze generazioni. Ovunque si leggono i numeri della guerra: 3 milioni di persone uccise, 2 milioni di feriti, 300 mila dispersi, tonnellate di bombe sganciate, tonnellate di litri di diossina e napalm versati.
Il piano terra è invece un inno di speranza: qua sono riportati poster e fotografie provenienti da diverse parti del mondo che appoggiavano il movimento contro la guerra. Tra le molte frasi riportate ne leggo una che cattura la mia attenzione: The war is made by the politicians for the “national interest”. War deprives the lives, personal and public property, destroys the cultural and natural facilities. Many civilians have to sacrifice their lives for this “national interest”.
Usciamo. Mentre camminiamo in direzione del Palazzo della Riunificazione sono di pessimo umore. Mi torna in mente Buskashì, il libro di Gino Strada che racconta l’inizio del conflitto in Afghanistan, letto qualche mese fa e la sue lettera conclusiva indirizzata alla figlia Cecilia dove scrive: “Sarò sempre contro la guerra perché non sarei mai capace di vivere pensando a te in mezzo all’orrore”. Gia…
Raggiungiamo il Palazzo della Riunificazione, testimone della caduta di Saigon nel 1975. Qui il 30 aprile 1975, i carro armati comunisti divelsero i cancelli in ferro battuto, occuparono il palazzo e dispiegarono la bandiera vietcong dal suo balcone. Ho l’anima stropicciata. A piedi, a passo lento, ci avviamo verso l’hotel mentre il traffico impazzito della sera ci sfreccia accanto.

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Nel cortile del Museo dei Residuati Bellici, in esposizione artiglieria di guerra
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Il Museo dei Residuati Bellici – Saigon

 

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Il Palazzo della Riunificazione – Saigon
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Seduta davanti al Palazzo della Riunificazione in cerca di notizie