Scoprendo il Piemonte, l’Abbazia di Santa Maria di Staffarda di Revello

A 10 chilometri da Saluzzo e a circa 60 chilometri da Torino, in una zona pianeggiante immersa nella profonda campagna piemontese sorge uno dei grandi monumenti medioevali del Piemonte, l’Abbazia di Santa Maria di Staffarda.
Fu fondata tra il 1122 e il 1138 sul territorio dell’antico Marchesato di Saluzzo, in un luogo paludoso, boschivo, isolato, reso fertile dai monaci cistercensi con estese e complesse opere di bonifica. A seguito di numerose donazioni di terreni all’Abbazia, divenne impossibile per i frati coltivare direttamente tutti i possedimenti. I monaci diedero quindi in affitto molti appezzamenti di terra e, con i denari così accumulati, iniziarono a concedere prestiti come un moderno istituto di credito. L’Abbazia benedettina cistercense raggiunse in pochi decenni una notevole importanza economica quale luogo di raccolta, trasformazione e scambio dei prodotti delle campagne circostanti. L’importanza economica aveva portato all’Abbazia privilegi civili ed ecclesiastici che ne fecero il riferimento della vita politica e sociale del territorio.
Nel 1606, i monaci furono allontanati dall’abate Scaglia di Verrua che chiamò ad occuparsi dell’Abbazia sedici monaci della Congregazione di Foglienzo, di più stretta osservanza delle regole monastiche cistercensi. La decadenza dell’Abbazia divenne definitiva in seguito alla battaglia del 18 agosto 1690 tra le truppe vincenti di re Luigi XIV di Francia e i piemontesi di re Vittorio Amedeo II. I francesi, guidati dal generale Catinat, invasero l’Abbazia distruggendo l’archivio, la biblioteca, parte del chiostro e del refettorio. I francesi furono cacciati solamente dopo il 1706. Tra il 1715 e il 1734, con l’aiuto finanziario di Vittorio Amedeo II, vennero effettuati lavori di restauro che in parte alterarono le originali forme gotiche dell’architettura del luogo.
Con Bolla Pontificia di Papa Benedetto XIV, nel 1750, l’Abbazia ed i suoi patrimoni divennero proprietà dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro ed eretti  in Commenda.

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Cosa vedere
Del complesso abbaziale in stile romanico-gotico sono di notevole interesse la Chiesa con il Polittico di Pascale Oddone e il gruppo ligneo cinquecentesco della Crocifissione, il meraviglioso Chiostro con il suo giardino, il Refettorio con tracce di un dipinto raffigurante L’ultima cena, la Sala Capitolare e la Foresteria. Gli altri edifici costituiscono il cosiddetto concentrico di Staffarda, vale a dire il borgo che conserva ancora oggi le strutture architettoniche funzionali all’attività agricola come il mercato coperto sulla piazza antistante l’Abbazia e le cascine.
L’architettura degli edifici fu progettata in funzione della divisione dei monaci in chierici (capitolari) e laici (conversi). I primi dovevano osservare i voti, vivere in contemplazione e obbedire alla regola del silenzio, mentre i lanci svolgevano i lavori agricoli. Ai conversi era fatto divieto di entrare nella casa capitolare, nel chiostro e nelle altre aree riservate ai capitolari.

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Curiosità: la balena, i gatti e i pipistrelli dell’Abbazia di Staffarda
L’Abbazia ama gli animali! È infatti presidiata da una colonia di gatti che qui si aggirano indisturbati. Questo insolito staff di felini custodi vi accompagnerà nella vostra esplorazione del Chiostro e vi osserverà a debita distanza di sicurezza, come  solo i migliori gatti da guardia sanno fare.
Ma i gatti non sono i soli animali ad aver preso residenza tra le mura del complesso monastico. Ogni anno, dai primi di aprile, si radunano dentro il locali dell’Abbazia 1.200 femmine di Vespertilio maggiore e Vespertilio di Blyth, due tra le specie di Chirotteri (pipistrelli) di maggiori dimensioni della fauna europea. Intorno alla metà di giugno ogni femmina gravida partorisce un piccolo. E per qualche mese l’Abbazia diventa una vera e propria nursery. Durante la notte, le madri escono a caccia di insetti e fanno ritorno all’alba in tempo per allattare i piccoli e riposare. Durante l’estate, i cuccioli raggiungono la taglia adulta e imparano a cacciare. Verso la fine di settembre, la colonia si disperde per tornare ancora a primavera.
Passeggiando nelle gallerie porticate che costeggiano il chiostro, noterete un enorme osso ricurvo appeso a una parete verso la Chiesa. Quest’osso misura circa un metro e mezzo di lunghezza e la leggenda narra che appartenesse a una enorme balena mandata da Dio per sfamare i monaci cistercensi durante una grave carestia. Con buone probabilità si tratta di una vertebra di un gigantesco animale preistorico, ma tanto vale!

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Dove: Piazza Roma 2, 12036 Staffarda (CN) – 0175/273215
Quando: dal martedì alla domenica dalle 09.00 alle 12.30 (ultimo ingresso ore 12.00) e dalle 13.30 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.30). Chiuso il lunedì. 
Sul web: http://www.ordinemauriziano.it/abbazia-di-santa-maria-staffarda

Queste informazioni sono valide nel momento in cui si scrive (giugno 2020). Si rimanda al sito ufficiale per dettagli e orari aggiornati.

Alla scoperta del Piemonte, la Riserva Naturale dei Ciciu del Villar

In Val Maira in località Costa Pragamonti, nei pressi dell’abitato del comune di Villar San Costanzo, tra Busca Dronero, si trova la Riserva Naturale dei Ciciu del Villar, un’area protetta del Piemonte istituita nel 1989 a tutela di un fenomeno di erosione piuttosto particolare, le colonne di erosione, anche note come piramidi di terra o, in piemontese, cicio ‘d pera. La riserva sorge ad una quota compresa tra i 670 e i 1.350 metri di altitudine e si estende su una superficie di 64 ha ai piedi del massiccio del monte San Bernardo. Le colonne di erosione sono sculture morfologiche naturali dalla tipica forma a fungo, dove il gambo è formato da terra e pietrisco ed è in genere di colore rossastro per la presenza di ossidi e idrossidi di ferro. I cappelli sono costituiti da massi erratici, a volte di notevoli dimensioni, che si sono distaccati dalle pareti rocciose. I crolli sono stati provocati, molto probabilmente, da eventi sismici che in questa zona si ripetono con una certa frequenza. La formazione dei ciciu è stata determinata da un processo di erosione fluviale, per effetto del quale le porzioni di terreno che erano protette dai massi di gneiss sono state preservate dalla demolizione operata dalle acque correnti e dalle piogge e sono emerse progressivamente come colonne incappucciate, mentre il terreno circostante veniva lavato via dagli affluenti del Rio Fanssimagnia. Questa azione erosiva è ancora in atto. In dialetto piemontese ciciu significa pupazzo o fantoccio. 

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Quanti sono i ciciu del Villar?
Nel 2000 è stato effettuato un vero e proprio censimento dei ciciu del Villar a cura di Alberto Costamagna, ricercatore del dipartimento di Geografia Fisica dell’Università di Torino. In questa occasione sono stati contati 479 ciciu concentrati per lo più in un’area di circa 0.25 km², a volte isolati, a volte raggruppati. Le dimensioni dei funghi di pietra possono variare notevolmente. I pinnacoli possono avere un’altezza che va dai 50 centimetri ai 10 metri, anche se generalmente non superano i 2 metri, mentre il loro diametro oscilla tra 1 e 7 metri. I cappelli possono raggiungere anche 8 metri di larghezza.

Storia e leggenda

La storia ci dice che i ciciu si sono formati presumibilmente al termine dell’ultima era glaciale, in seguito allo scioglimento dei ghiacciai che portò il torrente Faussimagna, affluente di sinistra del torrente Maira, ad esondare, erodendo le pendici del monte San Bernardo e trasportando a valle un’enorme massa di detriti. In seguito, molto probabilmente per effetto di frane e terremoti, i massi staccatisi dal monte San Bernardo rotolarono a valle e ricoprirono il terreno alluvionale. A poco a poco il Faussimagna ricoprì anche le pietre scure, fino a quando, per effetto dei violenti movimenti tettonici avvenuti durante il Pleistocene superiore, il terreno subì un improvviso innalzamento e il fiume si ritrovò a scorrere più in basso. Iniziò quindi ad erodere il terreno, riportando alla luce i sassi che aveva ricoperto, arrotondandoli e levigandoli a poco a poco. Allo stesso modo il terreno subì l’azione erosiva degli agenti atmosferici: ma mentre il terreno poco coerente del versante della montagna venne portato via facilmente, i sassi fornirono una sorta di protezione alle colonne di terreno sottostanti, riparandoli come se fossero ombrelli. Il risultato è quello che vediamo ancora adesso, ossia massi erratici sorretti da colonne di terreno: qualcuno li chiama funghi, altri più poeticamente li hanno soprannominati camini delle fate.
Molte leggende popolari cantano l’origine dei ciciu che sarebbero sorti per incantesimo o per miracolo. Secondo alcuni, i ciciu non sarebbero altro che masche (le streghe della tradizione piemontese) trasformate in pietra dopo che un uragano avrebbe interrotto un loro sabba. Ma la leggenda più celebre sull’origine di ciciu è legata a San Costanzo, un legionario romano di Tebea che sarebbe stato martirizzato intorno all’anno 303-305 d.C., durante la persecuzione dei cristiani attuata dall’imperatore Diocleziano, proprio sulle pendici del monte San Bernardo. San Costanzo, oggi santo patrono di Villar, fu tra i primi martiri evangelizzatori della dottrina cristiana nelle vallate cuneesi. Mentre fuggiva nei boschi, braccato dai soldati romani, giunto alla Costa Pragamonti si voltò verso i suoi inseguitori e urlò: “O empi incorreggibili, o tristi dal cuore di pietra! In nome del Dio vero vi maledico. Siate pietre anche voi!” E così cento legionari all’istante furono trasformati in ciciu di pietra. Altri legionari tuttavia raggiunsero San Costanzo e lo martirizzarono sulla collina che sovrasta Villar, dove oggi sorge il Santuario di San Costanzo al Monte. 

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Flora e Fauna della Riserva Naturale
Il territorio della Riserva è stato in passato coltivato dall’uomo e poi abbandonato. Oggi la natura ha ripreso il sopravvento ed è ricca di querce, castagni, pioppi tremoli, betulle e aceri montani. Nell’area si trovano piccoli boschi di conifere, frutto di rimboschimenti artificiali, piante da frutto e altre ornamentali. La presenza di boschi fitti su tutto il territorio e di rocce emergenti al limitare della vegetazione rendono la Riserva un luogo adatto alla vita di numerose specie di uccelli come il picchio muratore, il picchio rosso minore, il picchio verde, diverse famiglie di cince, il codibugnolo, il fiorrancino e il regolo. Tra i rapaci spiccano la poiana e il falco pellegrino, nidificante da anni nelle aree limitrofe. Fra i rapaci notturni è documentata la presenza di civette, allocchi e barbagianni. I mammiferi sono rappresentati da volpi, cinghiali, caprioli, donnole, faine, tassi e scoiattoli. Si possono osservare alcune specie di serpenti tra cui il biacco, la natrice dal collare, la vipera comune e la coronella. infine la salamandra comune e il tritone vivono nelle pozze e nei ruscelli.

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Curiosità: il ponte tibetano sospeso sul torrente Maira che unisce Monastero di Dronero e Morra Villar San Costanzo
Da giugno 2019 un ponte tibetano pedonale e ciclabile lungo 70 metri, sospeso a 20 metri di altezza sul torrente Maira, unisce la frazione Monastero di Dronero direttamente a Morra Villar San Costanzo. La struttura è stata progettata dall’ingegnere Livio Galfré su incarico dell’Unione Montana e offre il pretesto per un’escursione dalla vicina Riserva dei Ciciu del Villar.

Dove: Via Ciciu 43 – 12020 Villar San Costanzo (CN)
Quando: l’area è aperta e visitabile tutto l’anno ed è dotata di servizi igienici, di aree attrezzate per il pic-nic e di giochi per i più piccoli. Per informazioni aggiornate sull’apertura del Centro Visite e sulle tariffe d’accesso è possibile consultare la pagina dell’Associazione Provillar che gestisce la Riserva o telefonare dalla primavera all’autunno, tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 19.00, al numero 327 117 6661.
Sul web: http://www.ciciudelvillar.areeprotettealpimarittime.it/

Filosofia di un viaggio

Non potevo concludere la narrazione del Laos senza un paio di righe di chiosa. E allora ecco un flusso di coscienza senza grandi pretese e senza troppe ambizioni, né di essere esaustivo né tantomeno depositario di una qualche verità.
– Gli aeroporti, i porti, le stazioni dei treni e dei bus hanno un fascino magnetico. Sono luoghi che fanno a meno del tempo. Queste cattedrali del peregrinare muovono quotidianamente persone e merci, senza sosta. Il giorno non tramonta mai e la notte non viene. Qui il tempo è circolare, non c’è un inizio, non c’è una fine. Ognuno si muove a un ritmo proprio, indipendente da chi lo circonda. Fermatevi ad osservare il via vai dei flussi. E’ una lectio di filosofia;
– In viaggio, il tempo non esiste. Non si pranza alle 12, non ci sono meeting settimanali di lavoro, non si va in palestra alla solita ora il giovedì. E’ bello ogni tanto ricordare che la routine è una cattiva abitudine. Al di là delle consuetudini personali e sociali, ci sono albe da ammirare, pranzi all’ora di cena, pedalate a tarda notte e una geometria di esperienze da collocare in ordine sparso e casuale in un tempo che lineare non è;
– Che l’essenzialità diventi il vostro mantra. Uno zaino in spalle è più che sufficiente. Sarete i primi ad uscire dall’aeroporto, vi muoverete leggeri da una tappa alla successiva del vostro tour, non cederete alla tentazione di acquistare chincaglierie o souvenir di dubbia utilità. Lasciate a casa almeno qualcuno dei vostri soliti oggetti personali. Io ho imparato a viaggiare senza trucchi. Una piccolezza, certo, che tuttavia è per me un esercizio di autostima, consapevolezza, riscoperta e libertà. Fate qualcosa che di solito non fate. Portate con voi pochi vestiti, ben scelti. Riscoprirete di quante cose non abbiamo bisogno e quanti fardelli mettiamo ad appesantire il nostro vivere;
– Impegnatevi affinché le vostre vacanze diventino viaggi. Usate il vostro tempo libero dai doveri sociali, famigliari, lavorativi per imparare, crescere, scoprire. Se non sapete resistere allo shopping, che almeno sia il più etico e locale possibile. Diventiamo pellegrini, umili, curiosi, rispettosi dei luoghi, delle persone, delle tradizioni. Che il nostro passaggio in terre lontane sia invisibile. I segni dobbiamo portarli noi nell’animo, non di certo i luoghi che ci hanno ospitati. Buon pellegrinaggio;
– Osservatevi attorno, sempre. Curiosate. Al di là delle apparenze più varie, risiedono i bisogni umani più elementari e comuni. Gli stessi che albergano in noi. L’umanità che unisce le persone è più profonda del folklore locale. Oltre ai condizionamenti, alle abitudini e alle tradizioni, sempre scopriamo persone animate dai nostri impulsi e dal nostro stesso sentire;
– La curiosità è il mantra di ogni viaggiatore, ma non è in contrapposizione con la prudenza. Ciò che è fuori, è anche dentro di noi. Ognuno di noi ospita nel proprio animo vette e abissi e, quotidianamente, compie scelte che lo innalzano o lo fanno sprofondare nel buio più profondo. Il male esiste, fa parte del mondo e di noi. Un’attenta e prudente curiosità, pronta a sorprendersi e ad aprirsi al prossimo, è un requisito fondamentale di chi si mette in cammino;
– Viaggiare non presuppone necessariamente uno spostamento. Il viaggio è un’attitudine, una scoperta continua, una curiosità mai appagata, un’apertura sincera a ciò che è nuovo e diverso. Si impara molto, se si è disposti a farlo, quando si è in luoghi che non ci appartengono. Ma altrettanto si può fare restando fermi. Un libro, un film, uno spettacolo a teatro, la musica, l’arte, le relazioni umane sono finestre sul mondo. Il viaggio non finisce mai. Non tutti i viaggiatori hanno uno zaino sulle spalle. Non tutti i possessori di valigie sono viaggiatori. Ci sono molte strade, tanti percorsi singolari che conducono allo stesso luogo;
– Viviamo tempi bizzarri, incerti, infelici. I social sono parte della quotidianità, ormai a qualunque latitudine. Postate su Instagram e retwittate pure, ma siate rispettosi. Evitate selfie sorridenti di voi davanti a un calice di champagne, ma condividete pure foto delle bellezze che vedete. Portate con voi chi, per motivi vari, non può affrontare un viaggio, siate un mezzo di condivisione e scoperta del mondo. Non ostentate voi stessi. Fatevi strumento, non fine;
– La natura è la cura a tanti mali. La sottovalutiamo, la disprezziamo e ce ne dimentichiamo troppo spesso. Stili di vita più naturali ristabiliscono il nostro equilibrio internoQuante albe avete contemplato nel vostro ultimo anno? Davanti a quanti tramonti vi siete fermati a riflettere di recente? Il viaggio è una riscoperta dell’importanza e della centralità della natura che è madre;
– L’ultimo pensiero va al Laos. E’ un paese bellissimo, incontaminato, verde, lento. Vi piacerà se siete alla ricerca di qualcosa di diverso, di altro, di un’alternativa alla modernità più esasperata. Questo paese minuscolo, selvaggio, ancora ferito da una guerra formalmente terminata oltre 40 anni fa, privo di una rete ferroviaria e industriale, vi ruberà il cuore. Qui, più che mai, è un dovere essere pellegrini. Se amate andare a Dubai per fare acquisti, potreste rimanere delusi. Per il resto, non manca nulla.

In bici a Torino tra arte, storia, magia bianca, esoterismo e curiosità

Per noi provinciali, Torino è il luogo della mondanità. E’ un rito, ma anche una scusa per scappare dalla periferia e sentirsi, almeno per un po’, parte del bel mondo che conta. La domenica, da bambini, si andava con i genitori a spasso per le vie del centro: si indossava il vestito buono, si prendeva il treno e iniziava la festa. Torino è legata per me al ricordo degli anni migliori, quelli spensierati e leggeri dell’università. Qui ho incominciato il primo lavoro dell’età adulta, dopo una miriade di stage e lavoretti più o meno seri svolti tra un esame e l’altro. A Torino fuggivo con gli amici a vent’anni di sabato sera, una volta smessi i panni da cameriera. Torino è quindi per me un luogo di elezione, il posto del cuore e della memoria.
Quale scusa migliore di un venerdì di ferie per esplorare il capoluogo piemontese in un modo insolito? La sveglia suona prima che faccia giorno. Alle 6,30 mio marito ed io, con a seguito le nostre bici, siamo sul treno che da Bra ci condurrà a Torino. Abbiamo deciso di esplorare la città a dorso di bicicletta, seguendo un itinerario curioso.
Torino è misteriosa ed elegante. Vanta numerosi primati, nazionali ed internazionali. Qui si fece, e continua a farsi, la Storia. Fu la prima capitale d’Italia, dal 1861 al 1865. Ospita il più grande Museo Egizio del mondo, dopo quello de Il Cairo. Si dice addirittura che Torino sia stata fondata dagli antichi Egizi, anche se le prove a supporto di questa tesi paiono latitare. Conta 18 chilometri di portici, 12.5 dei quali connessi tra loro che permettevano ai Savoia di passeggiare indisturbati con qualunque condizione atmosferica. La Sacra Sindone ha casa a Torino. Il primo film in Italia fu proiettato in via Po nel marzo del 1896. Il primo cinema multisala, l’Eliseo, è torinese. Esiste un asteroide (il 9523), scoperto nel 1981, che dal 2010 si chiama Torino. E’ la capitale italiana dell’editoria: qui sono nate case editrici come Einaudi, UTET e Bollati Boringhieri. Dal 2006, anno delle Olimpiadi invernali, è in funzione una linea metropolitana automatica, la prima in Italia. E’ la capitale nazionale del liberty. Esiste un auto che porta il suo nome, la Ford Torino. Nel 1910, nel capoluogo sabaudo, si tenne la prima partita di rugby in Italia. Nel maggio del 1917 qua venne stampato il primo francobollo di posta aerea del mondo. Le residenze sabaude  intorno alla città sono situate a Venaria Reale, Superga, Stupinigi, Rivoli e Moncalieri: se si unissero tra loro su una cartina, si verrebbe a formare una stella a cinque punte con al centro proprio il capoluogo piemontese. Torino vanta una tradizione culinaria invidiabile: sono specialità torinesi i grissini, i Gianduiotti, i Cri-Cri, il Vermutt, il tramezzino, il gelato ricoperto su stecco, lo zabaione, lo spumante italiano e il Bicerin. Ha dato i natali a personaggi del calibro di Pietro Micca, Camillo Benso conte di Cavour, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II (primo re d’Italia), Guido Gozzano, Gustavo Rol, Norberto Bobbio, Primo Levi, Rita Levi Montalcini.
Come si fa a non amarla? Torino è avvolta dal mistero. Si dice che sia, con Londra e San Francisco, al vertice di un triangolo di magia nera e, con Praga e Lione, al vertice di un triangolo di magia bianca. Secondo la leggenda, l’antica capitale sabauda è percorsa da due correnti energetiche opposte: è bagnata da due fiumi, la Dora (polarità femminile e polo di energie telluriche positive) e il Po (polarità maschile e polo di energie telluriche negative). E’ virtualmente divisa a metà da una linea che parte dall’ingresso di Palazzo Reale e giunge alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: il lato verso il Po è quello della magia bianca, l’altra metà è zona di magia nera. Nel corso dei secoli sono fiorite leggende e sono state tramandate storie che hanno alimentato la fama di una Torino magica, per metà esoterica, per metà bianca.
Il nostro giro esplorativo prende il via da Porta Susa. Prima tappa piazza Savoia con il suo obelisco terminato nel 1853 in omaggio all’abolizione del foro ecclesiastico, avvenuta con la promulgazione della legge Siccardi del 9 aprile 1850. Sull’obelisco spicca il motto La legge è uguale per tutti. Pare che ai piedi dell’obelisco vennero seppelliti, per ordine del Municipio cittadino, i numeri 141 e 142 della Gazzetta del Popolo, alcune monete preziose, un chilo di riso, una bottiglia di Barbera e alcuni grissini.
La tappa successiva del nostro tour è il Santuario della Consolata, eretto sui resti di un tempio pagano. Meraviglioso l’altare maggiore opera di Filippo Juvarra. Davanti al santuario, si trova il Caffè al Bicerin, locale storico aperto al pubblico dal 1763 dove venne inventata l’omonima bevanda tanto cara a Cavour. Il locale conserva gli arredi originali in legno e marmo e un’atmosfera fuori dal tempo.
Proseguiamo perdendoci tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo, il mercato all’aperto più Grande d’Europa. Un altro record di Torino. Un crocevia di anime alla ricerca dell’affare della giornata. Un luogo fascinoso e multietnico dove si mescolano colori, lingue, odori e sapori. Qui abbiamo trovato venditori arabi, contadini cinesi e madamine torinesi con la borsa della spesa da riempire. Vale sempre la pena perdersi tra i banchi di un qualche mercato, ovunque nel mondo!
Riprendiamo le biciclette e ci rechiamo in Duomo. L’edificio, dedicato a San Giovanni Battista, riporta all’esterno sul lato destro una meridiana astrologica, particolare quanto mai bizzarro considerata l’ostilità della Chiesa verso queste pratiche pagane. C’è chi spergiura che anche questo sia un chiaro segno esoterico.
I dodici segni zodiacali, disposti in verticale apparentemente in ordine casuale, vengono colpiti a seconda del periodo dell’anno dall’ombra di un’asta posta nelle vicinanze. La meridiana riporta due linee: una freccia verticale unisce il segno del Capricorno in alto al segno del Cancro in basso (il solstizio d’inverno e quello d’estate); una seconda linea in diagonale unisce i segni della Bilancia e dell’Ariete (l’equinozio d’autunno e quello di primavera). Le due linee, intersecandosi, formano la Croce Zodiacale che rappresenterebbe l’unità del Tutto, la perfezione e l’equilibrio cosmico. Chissà forse è questa la ragione per la quale la meridiana non è stata rimossa dai censori cristiani ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri!
Pochi passi e siamo in piazza Castello, il cuore bianco della città. Secondo la leggenda il punto più magico è lo spazio compreso tra le due statue equestri poste sulla cancellata che delimita la piazzetta reale. Le statue raffigurano Castore e Polluce, i due Dioscuri figli di Zeus. Da qua partirebbero le 12 linee immaginarie che suddividono la città in 12 settori, ognuno corrispondente ad un segno dello zodiaco. Sotto il suolo di Torino si celerebbero 3 grotte alchemiche, in grado di far diventare reali i pensieri dell’inconscio. A queste grotte pare si acceda da sei ingressi, uno dei quali si dice che si trovi nelle vicinanze della fontana all’interno dei giardini reali.
Ovviamente non abbiamo cercato l’ingresso alla grotta, per pigrizia sia ben chiaro! Ma una sosta all’ingresso della cancellata era d’obbligo.
Da qua ci siamo spostati sotto i portici, vicino all’ingresso della Prefettura, dove si trova un bassorilievo dedicato a Cristoforo Colombo. L’esploratore più celebre è raffigurato intento a contemplare un mappamondo, alle sue spalle si intravede una caravella a commemorare la sua impresa. Si dice che strofinare il mignolo della mano di Colombo porti fortuna. E lo sanno bene i torinesi! A forza di strofinare il mignolo, questo si consumò al punto di cadere. Una sostituzione si rese quindi necessaria. Il mignolo non è più quello originale, ma il gesto portafortuna continua a essere reiterato.
Di ritorno in piazza Castello, abbiamo visitato la chiesa di San Lorenzo, eretta per volere di Emanuele Filiberto I di Savoia per celebrare la vittoria di San Quintino, avvenuta il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo. La chiesa venne inaugurata e consacrata solo un secolo più tardi, il 12 maggio 1680, con una funzione officiata dallo stesso architetto Guarino Guarini. Dall’esterno è difficile indovinare che l’edificio sia un luogo di culto: la facciata è minimale. Molto probabilmente questa scelta fu dettata dall’esigenza di non rovinare la geometria di Palazzo Reale e della piazza.
Guarini pare appartenesse alla Massoneria e molti sono i riferimenti massonici all’interno della chiesa. La struttura dell’edificio e i suoi dipinti si rifanno ai numeri 4 e 8, rispettivamente i quattro elementi e il giorno perfetto, quello infinito del ritorno di Cristo. Da notare la cupola, per molti un chiaro simbolo esoterico. Si contano otto finestre ellittiche, intercalate da archi incrociati a formare un fiore ad otto petali e una stella ad otto punte che racchiude un ottagono. La particolarità è che gli otto spicchi, se osservati da una certa angolazione, sembrano delineare il volto del diavolo. E’ un caso? Forse si. La chiesa si sviluppa in orizzontale su quattro livelli: quello più basso e buio simboleggia la vita terrena e si contrappone alla cupola, rappresentazione della luce divina. Quattro sono anche le cappelle laterali: buie con un oculo, buio anch’esso, al centro delle volte. Questi oculi, due alla volta, vengono illuminati per alcuni minuti durante gli equinozi di primavera e autunno, grazie a un gioco di riflessioni e mostrano i dipinti al loro interno. Una meraviglia, frutto di elaborati e puntuali calcoli astrologici. Uscendo scorgiamo una lapide che commemora la prima ostensione della Sindone a Torino avvenuta il 1 ottobre 1578 alla presenza di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano. Tra la folla che partecipò all’evento c’era anche Torquato Tasso.
Percorriamo via Palazzo di Città dove al numero 19 ci imbattiamo nel Palazzo con il Piecing, un edificio ottocentesco dove all’altezza del quarto piano è stato installato nel 1996 un anello, un vero e proprio piercing dal quale sgorga sangue blu e rosso. E’ un’opera di Corrado Levi in collaborazione con il direttivo Cliostraat, il cui nome originale è Baci Urbani.
Nella vicina piazza San Carlo, ci imbattiamo in un paio di curiosità: ai numeri 183 e 217, alzando lo sguardo, è possibile scorgere tre palle di cannone. Torino è disseminata di palle di cannone sparate durante gli assedi alla città del 1706 e 1799. Questi proiettili sono stati mantenuti nelle facciate degli edifici durante i restauri successivi in ricordo di quanto accaduto. Sotto i portici della piazza si trova il Caffè Torino. Nella pavimentazione di fronte al locale, vi è un toro bronzeo rampante, simbolo della città. La tradizione vuole che calpestarne i testicoli con il piede destro porti fortuna. Ovviamente il gesto va compiuto nel massimo riserbo, con grande nonchalance.
Dietro a piazza San Carlo, in via XX settembre, sorge palazzo Trucchi di Levaldigi meglio noto con il nome di Palazzo o Porta del Diavolo, attualmente sede della Banca Nazionale del Lavoro. In passato l’edificio godeva di una fama sinistra e pare fosse luogo di riti dissoluti ed esoterici.
Il portone dell’edificio venne commissionato da Battista Trucchi di Levaldigi, conte e generale delle Finanze di Carlo Emanuele II, a una manifattura parigina nel 1675. Di legno massiccio scolpito, il portone è decorato con intagli di fiori, frutta e amorini (tra la frutta corre anche un piccolo topolino!). Il battacchio centrale raffigura un diavolo dalla cui bocca fuoriescono due serpenti. Fino a qua la storia. La leggenda invece narra una genesi diversa: il portone sarebbe  comparso magicamente una notte in risposta ad un rito satanico di un apprendista stregone. Il Diavolo, scocciato dalle invocazioni, decise di punire lo stregone imprigionandolo dietro a questo portone. L’edificio fu teatro di due episodi di cronaca nera. Nell’Ottocento, ai tempi dell’occupazione francese, il maggiore Melchiorre du Perril entrò nell’edificio e non ne uscì più. Portava con se documenti riservatissimi. Anni dopo durante dei lavori di ristrutturazione, uno scheletro murato e sepolto in piedi venne ritrovato da alcuni muratori.
Nel 1790 l’edificio era di proprietà di Marianna Carolina di Savoia. Durante una sfarzosa festa di carnevale che si protrasse per tre giorni e per tre notti, una ballerina (Emma Cochet o Vera Hertz, a seconda delle fonti) fu pugnalata a morte. Né l’arma del delitto, né il colpevole vennero mai trovati. La notte dell’omicidio una tempesta si abbatté sulla città. Un vento gelido soffiò all’interno del palazzo, spegnendo tutte le luci e diffondendo il panico tra gli invitati. Da allora il fantasma della ballerina si aggira per l’edificio. Un’altra curiosità sinistra è la seguente. Nel 1600 qui aveva sede la Fabbrica dei Tarocchi. La carta che corrisponde al Diavolo è la numero 15, il vecchio civico del palazzo. Ancora oggi, il tram 15 fa sosta qui davanti. Sarà solo una coincidenza?

Ormai è ora di pranzo e con le bici ci avventuriamo alla ricerca di una piola, così si chiamano le osterie nel capoluogo piemontese. Non ho potuto fare a meno di fotografare il cartello che attestava la chiusura di un locale: “An despias, suma sarà”, “Ci dispiace, siamo chiusi”. 

Con la pancia piena, ci dirigiamo verso la Mole Antonelliana  progettata da Alessandro Antonelli e inconfondibile protagonista dello skyline cittadino. Fino a poco tempo fa, vantava il primato di essere l’edificio più alto di Torino con i suoi 167.5 metri. E’ la sede del Museo Nazionale del Cinema e sarebbe una gigantesca antenna di energia positiva sulla città. Ad alimentare questa credenza, il fatto che sia crollata per ben due volte senza mietere vittime. La tradizione vuole che salire sulla Mole prima di essersi laureati porti sfortuna. Ormai ho concluso gli studi da qualche anno. Compro il biglietto e con l’ascensore salgo sulla cima della Mole, per gustarmi la vista di Torino dall’alto.
Poco lontano, in via Giulia di Barolo 2, sorge l’edificio più stretto della città che su un lato arriva a misurare appena 54 centimetri. Si tratta di Casa Scaccabarozzi o più comunemente nota con l’appellativo di  Fetta di Polenta. La paternità dell’edificio è di Alessandro Antonelli che la costruì per scommessa. L’edificio è sopravvissuto a eventi eccezionali quali l’esplosione della Regia Polveriera di Borgo Dora nel 1852, al terremoto del 1887 e ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Una scommessa che può quindi definirsi vinta. La casa ha 2 dei 9 piani sotterranei. Nonostante questo Antonelli fece molta fatica a trovare inquilini disposti ad abitarvi. Dovette trasferirvisi lui in compagnia della moglie, Francesca Scaccabarozzi. Qua avrebbe soggiornato anche Niccolò Tommaseo. Oggi  all’interno della Fetta di Polenta è ospitata una galleria d’arte.
La tappa successiva della nostra esplorazione è la chiesa della Gran Madre di Dio, collegata a piazza Vittorio (la più grande piazza europea interamente porticata) da un ponte fatto costruire da Napoleone Bonaparte come omaggio alla città. L’architettura dell’edificio ricorda il Pantheon. Si narra che la chiesa sorga sui resti di un tempio pagano votato al culto della dea Iside, chiamata anche grande madre. La storia afferma invece che fu eretta nel 1814 per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio forzato in Sardegna a causa dell’occupazione napoleonica. Ai lati della chiesa si collocano due statue che raffigurano la Religione e la Fede. La Fede è rappresentata da una donna con un calice alzato nella mano sinistra. La leggenda narra che il suo sguardo sia rivolto verso il luogo dove sarebbe celato il Santo Graal. Secondo altre fonti, il sacro calice sarebbe sepolto ai suoi piedi. La Religione regge una croce e cela tra le pieghe delle sue vesti una tiara papale, simbolo della sovranità della chiesa. Torino non si fa mancare nulla e di qui passò anche Nostradamus che avrebbe predetto che il crollo del potere secolare della chiesa sarebbe stato originato da una città bagnata da due fiumi (Torino?). C’è chi vede nella Religione un presagio di questa profezia.
Pedaliamo immersi nel verde del Parco del Valentino e a sud del Borgo Medioevale ammiriamo la Fontana dei Dodici Mesi, eretta nel 1898 in occasione della Grande Esposizione Internazionale e oggi in restauro. Si dice che sorga nel punto esatto dove si schiantò il carro di Fetonte, figlio del Dio del Sole al quale aveva sottratto il carro facendo imbizzarrire i cavalli. Progettata da Carlo Ceppi, la fontana presenta un’ampia vasca sormontata da quattro statue che rappresentano i fiumi che bagnano la città: Stura, Po, Dora, Sangone. Lungo i lati le statue dei dodici mesi.
Nella vicina via Chiabrera al numero 25 svetta il Condominio 25 Verde, un edificio noto come la foresta abitabile. Lo stabile è stato progettato da Luciano Pia e Ubaldo Bossolano e si pone come fine quello di minimizzare i disagi della vita urbana ricreando un bosco in vaso. La facciata è arricchita da alberi metallici e da 150  alberi veri sparsi lungo l’esterno della struttura che assorbono all’incirca 200 mila litri di anidride carbonica all’ora.
Il nostro giro volge al termine. Sulla strada del ritorno ci fermiamo in via Gioberti 23 dove si trova un palazzo che ha la particolarità di aver dipinto sulla sua facciata, per tre volte, il quadrato del Sator. Una breve sosta in piazza Solferino per contemplare la Fontana Angelica è d’obbligo. L’opera fu commissionata dal Ministro Bajnotti per commemorare i genitori e fu progettata da Giovanni Riva. La fontana è dedicata alle quattro stagioni e pare sia un chiaro esempio di esoterismo di impronta massonica.
Piazza Statuto è l’ultima tappa del nostro lungo peregrinare. E’ il cuore nero della città e si contrappone alla vicina  piazza Castello. La fama sinistra della piazza si deve al fatto che qua sorgeva la Val Occisorum, luogo dove si consumavano le esecuzioni dei condannati a morte. La piazza ospita inoltre altri due simboli attribuibili all’esoterismo: il Monumento del Fréjus, eretto in memoria dei minatori caduti durante i lavori del traforo, e l’obelisco geodetico.
L’Angelo che si trova sulla cima del Monumento del Fréjus sarebbe in verità Lucifero che, rivolto verso est, si accingerebbe a guidare le forze oscure in una sfida all’oriente e alla luce. L’obelisco, noto anche con il nome di Guglia Beccaria, è sormontato da un astrolabio che indicherebbe il cuore delle potenze maligne della città.
E’ ora di riprendere il treno e far ritorno. Molto abbiamo visto, ma molto resta da vedere. E’ sempre bene seminare un pretesto per poter tornare. Non vedo l’ora di proseguire la nostra esplorazione di una Torino inedita, avvolta nel mistero.

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Caffè al Bicerin
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Santuario della Consolata
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Santuario della Consolata

 

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Il mercato di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa
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Il mercato di Porta Palazzo

 

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Madamine e monsù al mercato di Porta Palazzo, alla ricerca dell’affare della giornata
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La meridiana dei segni zodiacali sulla parete esterna del Duomo
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Fert, il motto di casa Savoia
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Un luogo magico, tra Castore e Polluce per ricaricarsi di energie positive
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Il bassorilievo di Cristoforo Colombo, pare che accarezzare il mignolo porti fortuna
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Lapide nella chiesa di San Lorenzo
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La cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
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Particolare della cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
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Cappella del S. S. Crocifisso
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Il palazzo con il piercing, opera frutto della collaborazione di Corrado Levi e del collettivo Cliostraat (1996)
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Una piola, momentaneamente chiusa: “An despias, suma sarà!”
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Piazza San Carlo, una palla di cannone nell’edificio
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Piazza San Carlo, palle di cannone nell’edificio
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Il Toro davanti al Caffè Torino, calpestarne i testicoli con il piede destro pare porti fortuna
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Il Portone del Diavolo nel palazzo Trucchi di Levaldigi
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La Porta del Diavolo
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Il tram numero 15 in servizio davanti alla Banca Nazionale del Lavoro

 

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Dalla Mole Antonelliana
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Dalla Mole Antonelliana

 

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La Mole Antonelliana
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La Fetta di Polenta
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La “Fetta di Polenta” di Antonelli
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La chiesa della Gran Madre di Dio
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La statua della Religione
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La statua della Fede
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Il condominio foresta
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Via Gioberti, il quadrato del Sator
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Il quadrato del Sator
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La fontana delle Quattro Stagioni in piazza Solferino
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Particolare della fontana Angelica in piazza Solferino
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Obelisco in piazza Statuto
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Piazza Statuto, Monumento del Fréjus
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Piazza Statuto, Lucifero?