All’improvviso il paradiso: in bici da Champasak al Vat Phu, lentamente a giro lungo il Mekong tra paesaggi millenari di straordinaria bellezza

Champasak vi stupirà. Questo piccolo paesino, adagiato sulle sponde del Mekong, si snoda interamente lungo la sua via principale. Vi apparrirà sonnolento e incredibilmente quieto. Solo un cerchio di fontane al centro della strada e qualche bell’edificio coloniale parlano di un passato glorioso. E’ il posto ideale se siete alla ricerca di quiete e se amate andare in bicicletta. Lungo l’unica strada asfaltata, dovrete vedervela con qualche mucca che pascola libera ed evitare i polli che attraverseranno la via senza preavviso. Potrete contare sulle dita di una mano i motorini e le auto che incroceranno il vostro andare.
Eppure non fu sempre così. Molto tempo addietro, all’incirca 1500 anni fa, Champasak fu il centro del potere nel bacino meridionale del Mekong. Più tardi, fu un importante avamposto dell’impero Khmer di Angkor e ancora uno dei tre regni che governarono sulle rovine di Lan Xang, la terra di un milione di elefanti, fondata da Fa Ngum.

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Affittate una bicicletta e iniziate la vostra esplorazione dei dintorni. Prima di lasciare Champasak e dirigervi verso il Vat Phu, la principale attrazione del luogo, osservate le due belle ville coloniali in muratura che svettano accanto a modeste case in legno della tradizione laotiana. L’edificio bianco è del 1952 ed era il palazzo di Chao Boun Oum, il fratello del re. Una via più in là, un palazzo in stile coloniale francese del 1926 fa bella mostra di sé. Era la residenza di Chao Ratsadanai, il padre del re.

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Costeggiate il Mekong e respirate bellezza. Pedalate con calma per non perdere nemmeno uno degli scorci che si presenteranno dinnanzi ai vostri occhi. Giunti all’incirca 3 chilometri a est di Champasak, noterete dei cartelli che segnalano le rovine dell’antica capitale. Potete deviare nelle campagne e andare alle ricerca di quel che rimane della città vecchia, Muang Kao. Questo insediamento di forma rettangolare lungo 2,3 per 1,8 chilometri è quel che rimane di Shrestpura la capitale del regno mon-khmer di Chenla quando circa 1.500 anni fa quella che è ora Champasak governava sul bacino inferiore del Mekong.
Dopo una decina di chilometri arriverete al Vat Phu, un meraviglioso e antico complesso sacro khmer situato a 1400 metri di altitudine sulle pendici montuose di Phu Pasak. Questo tempio è stato iscritto nel 2001 nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Sebbene di dimensioni ridotte rispetto ai maestosi templi della vicina Angkor in Cambogia, il Vat Phu vi ammalierà con i suoi padiglioni in rovina, il suo lingam di Shiva squisitamente decorato, la sua misteriosa pietra del coccodrillo e i frangipani che si arrampicano sulle pendici del monte a regalare ombra e poesia anche ai viandanti più distratti.
Questo santuario era un importante luogo di culto già verso la metà del V secolo. Come i templi di Angkor, anche il Vat Phu è stato progettato per essere una rappresentazione terrena del monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità. Il Vat Phu era inserito in un progetto urbanistico più amplio che comprendeva una rete stradale, una città, altri edifici di culto e insediamenti di vario genere. Le rovine giunte a noi sono il frutto di secoli di rimaneggiamenti, ampliamenti e ricostruzioni. Gli edifici più recenti risalgono al tardo periodo angkoriano. Nei dintorni di questo santuario si trovano le rovine di altri tre siti archeologici di dimensioni minori, sempre risalenti al periodi di Angkor. Tutti questi resti sorgono lungo l’antica strada reale lunga 200 chilometri che conduceva proprio ad Angkor Vat in Cambogia.
Comprate una bottiglia d’acqua, indossate un cappello a tesa larga e iniziate la vostra scarpinata fino alla cima del santuario. Il Vat Phu si snoda su tre livelli principali che ospitano sei terrazzamenti. Ogni livello si lega al successivo per mezzo di una ripida e dissestata scalinata in arenaria.
Il livello inferiore è caratterizzato da un lungo viale cerimoniale rialzato, puntellato da boccioli di loto in pietra e fiancheggiato da ampi baray (vasche artificiali), irrorati da acque dove fioriscono rigogliosi i fior di loto.
Il livello intermedio ospita due padiglioni quadrangolari in arenaria e laterite finemente scolpiti, il padiglione Nardi dedicato alla cavalcatura del dio Shiva da cui partiva la strada reale che conduce ad Angkor e un’imponente statua di un guardiano dvarapaia, raffigurato eretto, fiero, con in pugno una spada. La statua è molto venerata ancora oggi. Non mancherete di trovare ai piedi del guardiano qualche bastoncino di incenso che brucia profumando l’aria intorno.
Nel livello superiore scorgerete il santuario vero e proprio dove era custodito il lingam di Shiva che, per mezzo di una serie di canali e tubature, veniva irrorato dalle acque della sacra sorgente che sgorga, ancora oggi, dietro l’edificio. Immediatamente alle spalle del santuario, noterete un grosso masso sul quale è scolpita una Trimurti in stile khmer che raffigura la sacra triade hindu formata da Brahma, Shiva Vishnu.
Arrampicatevi sul piccolo sentiero sconnesso che parte da qua fino a scovare un’ampia parete rocciosa sulla quale sono scolpiti una grande impronta del Buddha e un elefante. Poco oltre, in direzione nord, in un’area disseminata di rocce e cumuli di rovine, vedrete due singolari sculture in pietra: la pietra dell’elefante e la pietra del coccodrillo. Si narra che quest’ultima venisse usata per compiere sacrifici umani, ma non vi sono evidenti prove a suffragio. Non molto distante, ammirate i resti di una cella di meditazione e una sezione di una scalinata scolpita nella pietra e incorniciata da due serpenti.

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Avete visto tutto quell che c’era da scoprire. Trovate un posto all’ombra della fitta vegetazione e ammirate la valle ai vostri piedi.

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Prima di inforcare le biciclette e far ritorno a Champasak, deviate per il vicino santuario di Hong Nang Sida che si crede fosse il centro di una seconda città costruita nei pressi del Vat Phu, dopo l’abbandono di Shrestpura. Con buona probabilità, questo secondo insediamento si chiamava Lingapura.
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Cosa fare alla sera a Champasak? 
Andate al cinema o a teatro! Vi sembrerà strano, ma questo minuscolo borgo ospita accanto all’ufficio turistico un piccolo quanto delizioso teatro delle ombre e il cinema Tuktuk. Qui il martedì e il venerdì sera potrete assistere a una rappresentazione della storia epica del Ramayana per mezzo dell’antica arte delle ombre. Nelle sere di mercoledì e sabato viene proiettato all’aperto il film muto Chang: la giungla misteriosa del 1927. Questa pellicola fu diretta dai registi di King Kong e fu candidata alla prima edizione degli Oscar. E’ in assoluto il primo documentario narrativo sulla vita nella giungla nel Sud Est asiatico. Gli autori, Merian C. Cooper Ernest B. Schoedsack, impiegarono una settimana per raggiungere la provincia thailandese di Nan, al confine con il Laos, e ben 18 mesi per girare dal vero tutte le scene più pericolose del film con una camera nascosta a focus fisso. Le alterne vicende della famiglia del carpentiere Kru sono accompagnate da una colonna sonora suonata dal vivo da 14 artisti (musicisti, commedianti e cantanti) della troupe del teatro delle ombre di Champasak. Non perdetevi lo spettacolo!
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Leggi anche: Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

Visitare Varsavia in bici

E alla fine è successo. Sono arrivata a Varsavia, da Danzica, in un caldo pomeriggio di metà giugno. Dopo aver trovato una sistemazione ed essermi liberata del bagaglio, sono uscita in esplorazione della città. Volutamente senza mappa e senza aver stabilito un itinerario. Libera dall’ansia di vedere, fotografare, andare veloce.
Ho girato senza meta, con lentezza, per scoprire colori, odori e l’anima di Varsavia. Ero a giro sul lungofiume che costeggia la Vistola quando un temporale inatteso si è rovesciato sulla città. Ho trovato riparo in un vicino sottopasso. E lì mentre osservavo la maestosità della natura, mentre l’aria si profumava di pioggia all’improvviso sono diventata nessuno. Sentivo il rumore della pioggia e non sentivo più il peso di essere io. Per un attimo mi sono liberata di me, ho dimenticato chi sono e che ruolo temporaneamente ricopro nel mondo e mi sono fatta pioggia, mondo, tutto.
Mentre la mente vagava libera, mi sento chiamare. Sono i miei compagni d’attesa. Intavoliamo una conversazione maccheronica e, chiacchierando, inganniamo il tempo. Un momento prezioso. E quando finalmente le nuvole smettono di lacrimare, leggera mi dirigo verso casa.
Il giorno dopo comincia presto. Affitto una bicicletta e sfreccio da un quartiere all’altro di Varsavia. Per chi capitasse a giro da queste parti, consiglio di usare il servizio pubblico di noleggio biciclette (www.veturilo.waw.pl). E’ necessario registrarsi (l’operazione non vi ruberà più di un paio di minuti) e potrete usare, a prezzi modici, le bici dislocate in numerosi punti della città. Esiste ovviamente anche una app che vi renderà la vita ancora più facile.
Il mio giro prende avvio dalla Colonna di Sigismondo III Vasa nella Città Vecchia, un piccolo quartiere che ospita numerosi siti di interesse storico e una meravigliosa piazza, molto animata. Il quartiere, all’apparenza antico, è in realtà stato ricostruito di recente. Al termine del secondo conflitto mondiale, Varsavia era un cumulo di macerie: dopo l’insurrezione del 1944 i tedeschi rasero al suolo la città. Si stima che nel 1945 solo il 15% degli edifici fosse ancora in piedi. Si contarono 800.000 morti su una popolazione di 1,3 milioni. Si pensò addirittura di spostare la capitale altrove, ma alla fine si optò per la ricostruzione. Si fece ricorso a disegni, fotografie, quadri (alcuni dei quali dipinti da Canaletto e ancora oggi esposti presso il Castello Reale) e si riedificò la Città Vecchia. I lavori durarono dal 1949 al 1963 e si rivelarono così accurati che l’UNESCO decise nel 1980 di elevare il quartiere a Patrimonio dell’Umanità.
Proseguo visitando la Città Nuova e la Cittadella, una massiccia fortezza in mattoni rossi affacciata sulla Vistola ed eretta per volere dello zar dopo l’insurrezione di Varsavia del 1830. Qui svetta l’imponente Brama Stracen, una massiccia porta che divenne il luogo delle esecuzioni capitali per i prigionieri politici.
A sud della Città Vecchia vale la pena fermarsi a visitare l’Università di Varsavia, la Chiesa della Santa Croce dove, in una piccola urna, riposano i resti del cuore di Frédéric Chopin fatti appositamente rientrare da Parigi e Palazzo Radziwitt, il palazzo presidenziale dove nel 1955 venne firmato il Patto di Varsavia che, durante la Guerra Fredda, sancì l’alleanza tra i paesi del blocco sovietico in contrapposizione alla NATO.

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Forse non tutti ricordano che Madame Curie, al secolo Marie Sklodowska, nacque a Varsavia in ulica Freta nel 1867. A lei, vincitrice di due premi Nobel per la fisica e per la chimica per aver scoperto il radio e il polonio, la città ha dedicato una statua e un piccolo museo.
Sempre a Varsavia, poco distante dalla chiesa della Santa Croce, si può ammirare un bel monumento ad un altro figlio illustre del paese, Niccolò Copernico.
Se vi avanza del tempo e avete ancora voglia di pedalare, potete perdervi tra i viali lussureggianti di vegetazione dei Giardini Sassoni e andare al di là della Vistola per visitare il sobborgo Praga, storicamente abitato da operai e indigenti. Il quartiere sta vivendo una lenta ascesa anche grazie ad artisti, musicisti e imprenditori che qui si sono trasferiti attratti dagli edifici prebellici e dai bassi canoni di affitto.

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Non mancate di visitare quel che rimane dell‘Antico Ghetto Ebraico. Varsavia prima del 1939 ospitava una fiorente comunità ebraica (380.000 persone). Recatevi all’unica Sinagoga (Nozyk) sopravvissuta e rivivete la storia del ghetto, dell’insurrezione di Varsavia e degli ebrei polacchi presso i musei di questo quartiere.

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Infine fate come me e concludete il vostro giro di Varsavia salendo in l’ascensore (a questo punto vi assicuro che sarete stanchi!) al 30esimo piano del Palazzo della Cultura e della Scienza, un brutto edificio eretto agli inizi degli anni ’50 e donato dall’Unione Sovietica alla Polonia in segno di amicizia.
Da qua si scorgono innumerevoli palazzoni sovietici edificati dalle autorità a partire dal 1945 per fornire case alla popolazione dopo la guerra e qualche grattacielo di recente costruzione. Di certo non si gode di un panorama mozzafiato, ma si può “vedere” la Storia recente della città.

Su al nord: Danzica in love

E’ giugno, sono in ferie e credo di non essere felice. E’ possibile? Proprio io, che pontifico sempre sul valore del tempo libero da impegni e doveri, quello che si può finalmente trascorrere a giro per imparare vedere fare, non so godere appieno di un’occasione così? Ho aspettato questa settimana a lungo. Sono in Polonia. E’ mattino presto, la città dorme ancora. Nella quiete assoluta che precede l’alba, guardo fuori dalla finestra, una pioggia leggera cade sul tetto e aggiunge malinconia.
Forse ho nostalgia dell’Asia. Vorrei essere lontana, ancora più distante dalla mia routine. Vorrei imparare di più. Da sempre ho fame di mondo, di altro, di spiritualità, di andare a vedere. Ho sempre avuto l’ansia del tempo che passa, la paura di non vivere a sufficienza, di non riuscire a leggere tutti i libri che vorrei, di non imparare abbastanza. E forse sono stanca.
Credo di aver portato con me le preoccupazioni quotidiane legate al ruolo che temporaneamente ricopro nel mio piccolo mondo. Non ho staccato la spina. Non sono riuscita a diventare “nessuno”, a farmi anam, per essere quindi pronta a diventare chiunque e lasciarmi impregnare di mondo. Ho forse investito il poco tempo che mi è concesso in una vacanza e non in un viaggio?
Preparo una tazza di tè. Lascio scivolare via gli ultimi pensieri. Tra le pieghe della memoria scovo una frase, letta tempo addietro, tra le pagine di Un indovino mi disse di Tiziano Terzani: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.
Mi vesto, scaccio la malinconia, infilo le scarpe ed esco. Vado a inseguire il bandolo della matassa. La pioggia ha lasciato il posto a un pallido sole, probabilmente sarà una bella giornata.
E Danzica è una meraviglia. Trascorro un giorno a giro tra la Città Principale e la Città Vecchia. Apprendo la sua travagliata storia, rivivo i fasti di una città portuale e mercantile, scopro le tracce lasciate dalla seconda guerra mondiale (che prese avvio proprio da qui quando la nave militare tedesca Schleswig-Holstein sparò alcuni colpi di cannone contro la postazione militare polacca di Westerplatte) e dal regime comunista. Leggo della Lega Anseatica e percorro il lungofiume costeggiato da una banchina decisamente animata dove si rincorrono locali e botteghe. Mi perdo tra i negozi di artigianato e di ambra, l’oro del Nord. Non resisto e faccio un paio di acquisti.
Splendide le costruzioni che si affacciano sulla Via Reale e il Mercato Lungo, fedelmente restaurate al termine del secondo conflitto mondiale. Un lavoro certosino che terminò solo negli anni ’90.

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Entro in tutte le chiese, con buona pace di mio marito. A pochi passi da dove alloggiamo sorge la Chiesa di Santa Maria, la più grande chiesa in mattoni del mondo. Mi avventuro su per i 218 gradini che conducono sulla torre del Museo Storico allestito all’interno del municipio e godo di una vista a perdifiato sulla città. Scopro che a Danzica sorgeva un mulino in mattoni rossi, il materiale tipico dell’edilizia della Polonia settentrionale, che in epoca medievale era il più grande d’Europa. Contava 18 macine e produceva quotidianamente 200 tonnellate di farina. E’ rimasto in funzione fino al 1945. Ma questo non è il solo primato della città. Lungo il fiume si scorge la Gru di Danzica (Zuraw) che venne costruita nel XV secolo ed era impiegata a caricare e scaricare le mercanzie dalle imbarcazioni. Era il più grande macchinario del genere ai tempi e sollevava pesi fino a 2 tonnellate. Veniva azionata interamente da uomini.

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Dopo un buon pranzo, raggiungo a piedi l’area dei Cantieri Navali. Qui prese corpo il malcontento contro il regime comunista che sfociò in una serie di scioperi, brutalmente soffocati dall’esercito sovietico nel 1970. Ai caduti è dedicato un monumento, tre croci d’acciaio alte 42 metri che recano bassorilievi sulla base raffiguranti scene degli scioperi. Il monumento fu inaugurato nel 1980 quando il regime era ancora al potere. Qui sorge anche il Centro Europeo di Solidarnosc dove  è possibile ripercorrere la storia del sindacato autonomo dei lavoratori, del suo leader Lech Walesa e del crollo del regime.

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Oggi ho trovato la mia “miniera”. Sono pronta per fare di questi giorni un viaggio. Domani sarà la volta di scoprire Varsavia.

(Ph Emiliano Allocco)

 

 

A giro per Hoi An

A noi che arriviamo da Saigon, Hoi An appare come una cittadina tranquilla, poco trafficata e per nulla inquinata, appena lambita dalla modernità senza esserne stata stravolta.
Hoi An, affacciata sul fiume Thu Bon,  è una città storica, suggestiva e ricca di fascino. In passato fu un’importante città portuale frequentata da mercanti cinesi, giapponesi, olandesi, portoghesi, spagnoli, indiani, filippini, indonesiani, inglesi, francesi e thailandesi. I suoi magazzini traboccavano di preziose mercanzie: pregiati tè, sete, tessuti, fini porcellane, carta, zucchero, grani di pepe, betel, erbe officinali, zanne di elefanti, lacche, cera d’api e madreperle. Furono soprattutto i mercanti cinesi e giapponesi a lasciare il segno a Hoi An, costruendo magnifiche residenze sul lungofiume usate anche come magazzini, Sale Riunioni delle diverse Congregazioni e incantevoli ponti. Hoi An cadde in disgrazia alla fine del XIX secolo quando il fiume Thu Bon si insabbiò. Oggi è rifiorita grazie soprattutto al turismo. Dal 1999 la sua Città Vecchia è entrata a far parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e questo ha permesso di conservarla intatta.
Abbiamo esplorato il meraviglioso mercato cittadino lungo il fiume e la Città Vecchia. Delizioso il Ponte Coperto Giapponese, suggestive le vecchie case dentro le quali coesistono armoniosamente tre stili architettonici -cinese, vietnamita e giapponese-, imponenti le Sale Riunioni delle Congregazioni di mercanti cinesi che si riunivano in base alla provincia di provenienza. Hoi An è famosa anche per la sua gastronomia: tra i suoi piatti più conosciuti si annoverano i cao lau -noodles in stile giapponese conditi con erbe, verdure, germogli e carne-, il banh vac -raviolo al vapore ai gamberetti-, gli hoanh thanh (wonton fritti) e i banh xeo (crepes salate croccanti). Ovunque ci si imbatte in negozi che vendono stoffe pregiate e sartorie eccellenti che confezionano abiti su misura in giornata: si stima che in città lavorino tra i 300 e i 500 sarti.
Incantevole passeggiare in città dopo il tramonto a lume di lanterna (Hoi An è anche conosciuta come la città delle lanterne), quando i negozi sono chiusi, sbarrati da assi in legno come tradizione vuole.
(Ph Emiliano Allocco)

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In attesa
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Il mercato cittadino lungo il fiume Thu Bon
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Una imponente statua di drago nel giardino sul retro della Sala Riunioni della Congregazione Cinese di Canton
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Il mercato cittadino lungo il fiume Thu Bon

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Le lanterne di Hoi An
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Il ponte giapponese

 

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Offerte in un tempio