Phnom Penh in due giorni: cosa vedere

Se siete di passaggio a Phon Penh e avete in programma di fermarvi un paio di giorni appena ecco cosa dovete assolutamente vedere!
GIORNO 1:
Alzatevi presto, ne varrà la pena. La città inizia i suoi commerci prima dell’alba. Recatevi sul lungo fiume per una passeggiata di prima mattina e osservate la gente fare ginnastica a corpo libero o con gli attrezzi. Proseguite fino a raggiungere il Palazzo Reale (Sothearos Blvd) aperto al pubblico dalle 7.30 alle 11 del mattino e nuovamente dalle 14 alle 17. E’ la residenza del re e non è perciò interamente visitabile. Il Palazzo è caratterizzato dai classici tetti khmer e dai ricchi stucchi in oro. Da non perdere la sala del trono e la Pagoda d’Argento, così chiamata per via del pavimento ricoperto da 5 mila piastrelle in argento del peso di un chilo l’una.

Recatevi ora al vicino Wat Ounalom (Sothearos Blvd), un imponente tempio sede del patriarcato buddhista cambogiano. Il complesso fu costruito nel 1443 e conta 44 edifici. Fu danneggiato durante il regime della Kampuchea Democratica ma è stato riportato a nuova vita di recente. Visitate l’edificio principale e salite sulla terza piattaforma dalla quale godrete di un bel panorama sul Mekong. Concedetevi un buon pranzo da Sugar’n Spice Cafe (Quando mangiare è un atto d’amore…)

Proseguite il vostro giro fino al Monumento dell’Indipendenza (all’angolo tra Norodom Blvd e Sihanouk Blvd) eretto nel 1958 per celebrare l’indipendenza dalla Francia sancita nel 1954. Il monumento si ispira alla torre centrale di Angkor Wat. Se avete tempo rilassatevi nei parchi che sorgono nelle vicinanze.

Cosa sarebbe l’Asia senza i suoi mercati? Raggiungete il Psar Thmei (Street 130), meglio noto come Central Market, un inconfondibile ed enorme edificio in stile art decò, eredità del dominio francese. Aperto nel 1937, è stato pesantemente ristrutturato nel 2011. E’ il mercato più grande della città. La cupola centrale ricorda uno ziggurat babilonese, da qui si diramano quattro lunghi corridoi. Il mercato si divide in aree: gioiellerie, rivendite di fiori, bancarelle di abiti, il mercato del cibo e molto altro. Da non perdere!

Concludete la giornata rendendo omaggio a Penh, la donna a cui si deve la fondazione della città. Visitate il Wat Phnom (Norodom Blvd), un tempio eretto sull’unica “collina” della capitale, un’altura di 27 mt appena. I cambogiani si recano al Wat Phnom per pregare e invocare fortuna negli studi e negli affari. Chi ottiene la grazia, torna al tempio a deporre, in segno di gratitudine, una ghirlanda di fiori o un casco di banane di cui si dice gli spiriti siano molto ghiotti. Secondo la leggenda nel 1373, in questo luogo fu costruita una pagoda destinata a dare ospitalità a quattro statue del Buddha depositate dal Mekong e ritrovate da una donna di nome Penh. Nei pressi del complesso si erge una statua di Penh.
GIORNO 2
Alzatevi presto e regalatevi una lunga passeggiata mattutina tra le vie della città. Osservate i monaci fare la questua e la vita che brulica.

Dedicate il resto della giornata alla scoperta della storia recente e tragica della Cambogia.
In mattinata visitate il Museo del Genocidio Tuol Sleng (Per saperne di più). L’edificio sorge all’angolo tra Street 113 e Street 350. Sarà un’esperienza straziante, toccante, angosciante, ma non può essere evitata. Nel 1975 il liceo Tuol Svay Prey venne trasformato in un carcere di massima sicurezza, noto come S-21 e divenne tristemente il principale centro di detenzione e tortura del paese. Tra le 12 e le 20 mila persone furono imprigionate a Tuol Sleng per essere poi condotte nei campi di sterminio di Choeung Ek, giustiziate e sepolte in fosse comuni.

Non lontano da S-21 sorge il moderno National Blood Transfusion Centre (Yothapol Khemarak Phoumin Blvd – 271, Phnom Penh). Se avete bisogno di riconciliarvi con il mondo e di compiere un atto di umanità come catarsi per quanto visto e udito, recatevi qua e donate il sangue. La Cambogia possiede poche riserve di sangue a causa di un elevato tasso di talassemia e di un pregiudizio ancora diffuso verso la donazione. Il personale è cortese e preparato, la struttura all’avanguardia. Dopo la donazione avrete diritto a un abbondante pasto e riceverete in omaggio una t-shirt.

Pranzate al Psar Tuol Tom Pong, conosciuto come il Mercato Russo. Il soprannome risale agli anni ’80 quando qui si recavano comunità russe per fare acquisti. Ricordatevi di contrattare e prestate attenzione ai falsi.

Nel pomeriggio, con una corsa in tuk tuk, lasciate Phnom Penh e raggiungete il Campo di sterminio di Choeung Ek, un luogo tetro e oscuro dove tra il 1975 e il 1979 oltre 17 mila persone (uomini, donne, bambini) furono barbaramente assassinati dal regime dei Khmer Rossi. Per maggiori informazioni: I campi di sterminio di Choeung Ek
Fate rientro in città e cenate da Romdeng al numero 74 di Street 174 per riconciliarvi con il mondo (Quando mangiare è un atto d’amore…).
Aw kohn Phnom Penh, grazie Phnom Penh. E’ ora di partire per la prossima tappa di questo viaggio.

I campi di sterminio di Choeung Ek

A una decina di chilometri da Phnom Penh, sorge il Campo di sterminio di Choeung Ek, un luogo tetro e oscuro dove tra il 1975 e il 1979 oltre 17 mila persone (uomini, donne, bambini) furono barbaramente assassinati dal regime dei Khmer Rossi. Choeung Ek era in precedenza un cimitero cinese, piuttosto isolato dai centri abitati. Fu solo uno dei 300 campi di sterminio attivi in Cambogia in quel periodo. In appena 3 anni 8 mesi e 20 giorni, i Khmer rossi si resero responsabili della morte di 3 milioni di persone, il 25% della popolazione totale.
I prigionieri giungevano a Choeung Ek dal carcere di massima sicurezza di Tuol Sleng, noto come S-21, dove dopo lunghe e terribili torture venivano costretti a una confessione forzata di crimini inesistenti compiuti contro Angkar, l’organizzazione in nome della quale i Khmer rossi governavano. Qua venivano costretti a scavare ampie fosse per poi essere giustiziati a bastonate per mezzo di asce, zappe, canne di bambù, martelli. I proiettili erano costosi e dovevano essere risparmiati. Sui corpi esanimi si spargeva del DDT per uccidere chi, eventualmente, era ancora vivo. Il DDT serviva anche per coprire il forte odore di decomposizione dei cadaveri. Durante le esecuzioni, compiute di notte, veniva suonata musica per celare le grida dei prigionieri.
Choeung Ek si contano 129 fosse comuni su un terreno di 2,4 ettari. I resti di 8.985 persone furono riesumati nel 1980; 43 fosse non sono ancora state aperte. Tra i morti si contano anche 9 stranieri: 1 australiano, 2 francesi e 6 americani.
Aggiunge orrore a questa tragedia straziante la scoperta che neanche i neonati erano risparmiati. Venivano lanciati violentemente contro un grande albero presente nel campo, uccisi davanti agli occhi delle madri impotenti. Perché? Uno dei motti terribili dei Khmer rossi era: “Meglio uccidere un innocente per errore che risparmiare un nemico per errore”. Quando un membro di una famiglia era condannato a morte, di solito si sterminava l’intero nucleo familiare per “estirpare le erbacce” ed evitare che i superstiti potessero vendicarsi in futuro.

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I teschi riesumati conservati nello stupa commemorativo

Nel 1988 al centro del campo fu eretto uno stupa commemorativo della tragedia in memoria delle vittime. Qui in teche in vetro sono conservati oltre 8.000 teschi, ordinati su più piani e divisi per età e sesso. Una visione raccapricciante, uno strazio disumano.
“Sad?” mi chiede il nostro conducente di tuk tuk mentre mio marito ed io facciamo ritorno a Phnom Penh. Annuisco. In un inglese stentato mi racconta che entrambi i suoi genitori, di professione insegnanti, e i suoi fratelli sono morti in questo campo. Lui era appena un neonato quando la Kampuchea Democratica governava il paese. Venne nascosto e miracolosamente salvato dai parenti. Fu costretto a un esilio lungo 10 anni in un campo profughi in Thailandia. Mi parla dell’incontro con un sacerdote e della sua conversione alla fede cristiana, come viatico per sopportare il dolore e superare la rabbia. Mi dice di avere 2 figli maschi di 9 e 10 anni che ha iscritto, con sacrificio, a una scuola internazionale perché imparino l’inglese e possano un giorno viaggiare. Mi confessa che il suo sogno era quello di studiare come i suoi genitori. Spera lo realizzino i suoi figli. Probabilmente questo è il solo riscatto possibile e l’unica rivincita contro un regime che perseguitò con crudeltà vigliacca gli intellettuali e gli insegnanti. Forse un barlume di speranza si intravede.

Museo del genocidio di Tuol Sleng

Se siete di passaggio a Phnom Penh, una visita al Museo del genocidio di Tuol Sleng è d’obbligo (l’edificio sorge all’angolo tra Street 113 e Street 350). Sarà un’esperienza straziante, toccante, angosciante, ma non può essere evitata.
La Storia fa il suo ingresso a Phnom Penh il 17 aprile 1975, il giorno in cui nella capitale marciò per la prima volta l’esercito dei Khmer rossi. Poche ore dopo, i soldati evacuarono gli abitanti di Phnom Penh: l’ordine impartito con la forza fu quello di abbandonare la città e ripopolare le campagne. Sei mesi più tardi, il liceo Tuol Svay Prey venne trasformato in un carcere di massima sicurezza, noto come S-21. Divenne tristemente il principale centro di detenzione e tortura del paese. Il governo di Pol Pot cessò con l’invasione vietnamita e l’occupazione di Phnom Penh del gennaio 1979. Il Partito Democratico di Kampuchea continuò a controllare per anni diverse zone del paese. Due giorni dopo la caduta del regime, S-21 venne scoperto. In meno di quattro anni, in nome di Angkar, tra le 12 e le 20 mila persone vennero imprigionate a Tuol Sleng per essere poi condotte nei campi di sterminio di Choeung Ek, giustiziate e sepolte in fosse comuni. Nell’intero paese, a causa di carestie lavori forzati esecuzioni sommarie, persero la vita 3 milioni di anime, 1 cambogiano su 4.
Oggi S-21 è sede del museo Tuol Sleng il cui fine è quello di preservare la memoria dei crimini perpetrati dai khmer rossi e testimoniarne la disumanità.
Come i nazisti, i khmer tenevano maniacalmente traccia dei propri crimini: tutti i prigionieri (uomini, donne, bambini) venivano schedati, fotografati talvolta prima e dopo le torture, ad ognuno era assegnato un numero. Qui furono internati anche diversi stranieri (americani, australiani, neozelandesi). All’apice della follia, in un clima di sospetto e paranoia dilaganti, il partito iniziò a divorare se stesso: torturatori e carnefici che prestavano servizio a S-21 furono eliminati. Nel 1977, mentre infuriavano le purghe dei quadri del partito, S-21 registrava in media 100 vittime al giorno.
Quando l’esercito vietnamita entrò a Tuol Sleng, furono trovati in vita solo 12 prigionieri scampati alla morte grazie al loro talento (erano meccanici, pittori, fotografi). Angkar, l’organizzazione in nome della quale governavano i khmer rossi, guardava con sospetto a ogni forma di arte e represse con violenza ogni manifestazione collettiva di cultura. L’unica forma d’arte tollerata era quella che glorificava il partito.
Visitare S-21 sarà un’esperienza angosciante, a tratti insopportabile. Vi consiglio di affittare l’audio-guida (è disponibile anche in italiano) per ripercorrere la Storia del luogo e del partito e le storie dei prigionieri. Toccanti e terrificanti le testimonianze dei sopravvissuti.
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Quando uscirete da S-21 e vi ritufferete nel traffico cittadino, il caos e il via vai frenetico di Phnom Penh vi sembreranno quasi un toccasana. Né io né mio marito abbiamo scattato foto all’interno di Tuol Sleng per rispetto del luogo e della tragedia.
Non lontano da S-21 sorge il moderno National Blood Transfusion Centre (Yothapol Khemarak Phoumin Blvd – 271, Phnom Penh). Se avete bisogno di riconciliarvi con il mondo e di compiere un atto di umanità come catarsi per quanto visto e udito, recatevi qua e donate il sangue. La Cambogia possiede poche riserve di sangue a causa di un elevato tasso di talassemia e di un pregiudizio ancora diffuso verso la donazione. Il personale è cortese e preparato, la struttura all’avanguardia. Dopo la donazione avrete diritto a un abbondante pasto e riceverete in omaggio una t-shirt.