Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Benvenuti in paradiso! Angkor è a tutti gli effetti la rappresentazione terrena del Monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il Monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità.
I templi di Angkor vi lasceranno letteralmente senza parole. Sono uno di quei luoghi senza tempo, magnifici, imponenti, eterni che il genio umano è riuscito a creare e a consegnare alla collettività. Essere qua significa ammirare e omaggiare la grandezza dell’uomo. Probabilmente la visita ad Angkor vale da sola il viaggio in Cambogia. Avevo grandi aspettative che sono state mantenute ampiamente e superate.
Le centinaia di templi che sono giunti fino ai nostri giorni non sono che una parte dell’enorme centro politico, religioso e sociale dell’antico impero khmer cambogiano che attraversò sei secoli (dall’802 al 1432 d.C.). In questa lunga fase vennero eretti i templi di Angkor e l’impero khmer si impose come una delle grandi potenze del Sud-est asiatico. Ai tempi dello splendore massimo Angkor era abitata da un milione di persone. Nello stesso periodo Londra era una cittadina di appena 50 mila abitanti. Gli edifici pubblici, le abitazioni e i palazzi erano costruiti in legno e non esistono più ormai da molto tempo. A noi sono giunti gli splendidi templi perché solo agli dei era riservato il privilegio di abitare in dimore eterne erette in pietra o mattoni.
I re di Angkor si proclamarono devaraja (dio-re), rappresentanti terreni delle divinità hindu e furono costruttori infaticabili. Ogni sovrano sfidava idealmente i suoi predecessori e cercava di erigere il tempio più spettacolare della valle.
Esploratori occidentali “scoprirono” Angkor solo nel XIX secolo. Oggi la foresta ha parzialmente ripreso possesso dell’area creando uno spettacolo di una bellezza struggente. Dal 1992 il sito è iscritto nell’elenco dei beni patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Da non perdere
Il tempo minimo per visitare Angkor è tre giorni e dopo non vorrete più andare via! Scaricate sul vostro smartphone le mappe offline del sito e costruite il vostro itinerario. Potete seguire il Piccolo o il Grande Circuito (due tour all’interno del sito che partono entrambi da Angkor Wat) o fare un giro completamente ideato da voi. In ogni caso non potete mancare di visitare:

  • Angkor Wat, l’edificio di culto più grande al mondo e millenario esempio di devozione agli dei. Venite qui alle 5 di mattina, prendete posto nell’ampio prato davanti e aspettate il sorgere del sole;
  • Angkor Thom, la Grande Città, l’ultima magnifica capitale dell’impero khmer. Concedetevi una lunga passeggiata senza fretta tra i suoi spettacolari monumenti;
  • il Bayon nel cuore di Angkor Thom. Ammirate le sue 54 torri decorate da 216 giganteschi volti di Avalokiteshvara che vi sorrideranno dall’alto;
  • i raffinati bassorilievi di Angkor Wat e del Bayon;
  • il Ta Prohm, un tempio che sembra appartenere al mondo delle favole. Contemplate la fitta vegetazione che sta riprendendo possesso del luogo e le radici degli alberi che stringono l’edificio in una stretta morsa;
  • il Pre Rup, in mattoni rossi e luogo ideale dove ammirare il tramonto sulla valle;
  • il Prasat Kravan, scoprite la storia del nano Vamana (Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo)
  • i siti angkoriani più remoti (Banteay Srei, Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Angkor in solitaria
Ebbene si, visitare Angkor in solitaria è impossibile. Il sito attira milioni di turisti ogni anno e risulta piuttosto affollato in alta stagione. Ma non scoraggiatevi, vale la pena sopportare la ressa! Ricordate le dimensioni: i templi più noti si concentrano in un’area di circa 15 per 7 km a nord di Siem Reap, ma l’intero parco archeologico di Angkor si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.
Se volete visitare i templi al meglio, cercate di mettere in pratica qualche accortezza. Molti turisti vanno a vedere l’alba ad Angkor ma subito dopo fanno ritorno in albergo per fare colazione. Approfittatene! Portatevi colazione al sacco e iniziate a visitare appena sorto il sole. Anticipate il vostro pranzo e visitate tra le ore 12 e le 14 quando la maggior parte dei turisti è a tavola. E quando proprio non ne potrete più, inforcate le biciclette e dirigetevi lontano dal centro alla scoperta dei templi più remoti. Ricordate che nessuno, ma proprio nessuno, può rubarvi la bellezza dell’alba o di un tramonto. Quindi sopportate i turisti temporanei e concentratevi sull’eternità della natura.

Alcune informazioni utili e qualche consiglio

  • I biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor! Dovrete arrivare qui già con i biglietti. Acquistateli in anticipo. La biglietteria si trova a Siem Reap in Street 60. In alternativa comprateli online;
  • Potrete scegliere tra biglietti con diverse validità: 1 giorno, 3 giorni o 7 giorni. In caso di smarrimento, i biglietti vanno acquistati nuovamente;
  • Portate i biglietti sempre con voi! Vi verrà chiesto di esibirli quando accederete al sito e all’ingresso di ogni tempio. Ai visitatori trovati sprovvisti di biglietto all’interno dei templi sarà comminata una multa di 100$;
  • Vestitevi in modo rispettoso, state visitando dei templi! Non vi sarà permesso di accedere agli edifici con gonne o pantaloncini sopra al ginocchio o con maglie senza maniche. Portate con voi una sciarpa da usare all’occorrenza;
  • Ci sono eccellenti servizi igienici dislocati su tutto il sito. L’utilizzo è gratuito per i possessori del biglietto per Angkor. Usateli! Ovunque troverete cestini per la raccolta dell’immondizia. Usateli!;
  • Se visitate i templi di Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker non abbandonate i sentieri ufficiali e non inoltratevi nella foresta. I siti sono stati completamente sminati, ma è consigliata prudenza;
  • Non acquistate souvenir dai bambini che incontrerete. Non favorite l’accattonaggio e lo sfruttamento dei bambini;
  • Non acquistate reliquie o copie di reliquie. Non favorite in alcun modo il trafugamento dai templi di reliquie antiche;
  • Non tutti i templi sono aperti prima dell’alba o fin dopo il tramonto. Se volete ammirare il sole sorgere o tramontare ad Angkor, assicuratevi in anticipo di aver selezionato l’edificio che fa al caso vostro;
  • Su molti edifici è possibile arrampicarsi fino in cima. Salite solo sugli edifici dove è consentito farlo e dagli accessi preposti;
  • Siate pellegrini! Il mezzo migliore per visitare Angkor è la bicicletta. Affittatela a Siem Reap (vi costerà 2$ al giorno) e recatevi ad Angkor in bici percorrendo Charles De Gaulle Blv. La bicicletta è di gran lunga la scelta migliore: è il mezzo più economico, quello meno inquinante (impegnatevi a salvaguardare Angkor, anche l’ambiente vi ringrazierà), il più lento (non è sufficiente visitare i templi, godetevi anche il viaggio tra un sito e l’altro e la bellezza della foresta selvaggia), il più flessibile e agile. Scegliete di pedalare! Le strade sono asfaltate, ombreggiate e completamente in piano. In alternativa potete affittare bici elettriche. Sono presenti molti punti ricarica;
    Muniti di una torcia arriverete ad Angor Wat in bici prima dell’alba senza fatica. Non date retta a chi vi dirà che la mattina è troppo buio per pedalare, tempo un paio di minuti e vi offrirà una corsa sul tuk tuk di un amico ad un prezzo stracciato. Ancora una volta, scegliete di pedalare!

    Questo slideshow richiede JavaScript.

    Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

Un tuffo nel Mekong

Kratié è una tranquilla cittadina fluviale adagiata sulle rive del Mekong. Dopo il caos di Phnom Penh ci siamo rifugiati qui per godere della natura e ammirare meravigliosi tramonti sul fiume maestoso e imponente. Ieri pomeriggio, per pochi dollari, mio marito ed io abbiamo affittato una bici e ci siamo diretti verso Kampi, un villaggio a 16 km circa da Kratie.

Non potete sbagliarvi: c’è un’unica strada che collega i due paesi. Corre parallela al Mekong e attraversa una natura rigogliosa e piccoli villaggi rurali. Sarete l’attrazione dei bambini che vi correranno incontro per gridarvi “Hello” e i più audaci vi chiederanno anche “What’s your name?”. Riempitevi gli occhi di bellezza, natura e dei colori del tramonto sul fiume. Una gita romantica e appagante. Quanti tramonti ho visto quest’anno? Quante volte mi sono alzata presto per ritrovare la pace davanti al sorgere del sole? Sotto quanti cieli stellati ho sognato? Probabilmente il senso di estraneità e smarrimento che coglie più o meno tutti quando siamo soffocati dalla routine quotidiana nelle nostre belle città europee, intenti a correre fare lavorare, arriva da qua. Da un allontanamento dalla natura, dai suoi ritmi, dalla sua meraviglia. Contemplare l’incanto del creato aiuta a sentirsi parte del tutto e a riordinare priorità e paure.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Oggi la giornata era calda e perfetta per un’escursione in kayak sul Mekong. Non fate come me! Prima di partire acquistate una crema solare. Saranno pochi dollari decisamente ben spesi.

Se siete interessati all’avvistamento delle orcelle o delfini dell’Irrawaddy recatevi a Kampi e qui affittate un kayak. Se preferite una gita organizzata, non vi sarà difficile trovarne una. Le orcelle sono delfini di acqua dolce, di colore blu scuro o grigio, che possono raggiungere i 2,75 mt di lunghezza. Hanno una fronte sporgente e rotonda e piccole pinne dorsali. Nonostante l’introduzione di rigide misure per proteggere la specie, sono a rischio estinzione e si stima che nel tratto del Mekong tra Kratié e il confine laotiano vivano appena 85 esemplari. Durante il regime dei Khmer rossi molte orcelle furono uccise per ricavare olio da bruciare nelle lampade per sopperire alla mancanza di elettricità.
Non credo l’avvistamento dei delfini dell’Irrawaddy valga l’escursione in kayak: se sarete fortunati ne vedrete alcuni, in lontananza, per pochi secondi appena. Ma navigare il Mekong, contemplarne la potenza, fermarsi su un banco di sabbia in mezzo al fiume e tuffarvi in acqua vi ripagherà.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Foto di Emiliano Allocco

Il mare blu della Provenza: in bici tra i campi di lavanda

Poter ammirare la fioritura della lavanda in Provenza era da sempre un mio desiderio. Era molto tempo ormai che questa meta compariva nelle prime posizioni della wish list dei viaggi che ogni anno stilo quando si fa gennaio e i buoni propositi fioriscono come promesse di felicità. Approfittando di un weekend lungo e della dolcezza di un’estate appena iniziata, mio marito ed io siamo partiti alla volta di Valensole. Un lungo viaggio in auto, generosamente ripagato dalla meta.
Valensole è un piccolo borgo di 3.000 anime situato nei pressi del fiume Durance, a poca distanza dalle Gole del Verdon. Deve la sua fama internazionale all’altopiano noto come Plateau di Valensole, un’area vasta e fertile ideale per la coltivazione della lavanda e dei girasoli. I numerosissimi campi lavandin regalano distese viola a perdita d’occhio. Uno spettacolo incantevole che dà il meglio di sé tra giugno e luglio, quando la fioritura della lavanda è all’apice e la sua raccolta ormai prossima.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Quando recarsi in Provenza per ammirare la lavanda in fiore?
La fioritura della lavanda parte da metà giugno e si prolunga fino ad agosto inoltrato. Varia notevolmente a seconda del tipo di pianta (lavande lavandin), dal clima, dall’altitudine e dalla latitudine. Recarsi in Provenza e mancare la fioritura della lavanda sarebbe un vero peccato. Prima di partire, informatevi! Ecco un paio di siti che potrebbero fare al caso vostro:

http://www.provenzafrancia.it/informazioni/la-lavanda/quando-trovare-la-lavanda-in-fiore/ (sito in italiano)

http://www.moveyouralps.com/en/routes-de-la-lavande/lavender-information-advices/lavender-blossoming-season (qui trovate una mappa molto utile e informazioni varie. Il sito è disponibile in inglese e francese)

Qual è il mezzo migliore per andare alla scoperta dei campi di lavanda attorno a Valensole?
Senza ombra di dubbio la bicicletta. Nulla è meglio per me della lentezza del viaggio, del sole sulla pelle, della possibilità di lasciare la strada principale e andare alla scoperta di campi nascosti percorrendo strade secondarie, spesso sterrate. In macchina forse coprirete distanze maggiori, ma volete mettere la meraviglia dei colori e dei profumi che inaspettatamente vi sorprenderanno? La bici è per certo il mezzo più agile. Non avrete alcun problema di parcheggio.
L’Ufficio Turistico di Valensole (lo trovate in centro, nei pressi della piazza principale dietro la fontana del 1700) vi fornirà un elenco di affitta-bici in zona e una mappa delle strade della lavanda. Vi è la possibilità di prendere a prestito bici elettriche che renderanno le vostre escursioni piacevoli ed estremamente facili. Affittate le bici prima del tramonto e godetevi lo spettacolo dell’imbrunire su la mer bleue de Provence. Da Valensole percorrete la strada che va verso Oraison o verso Manosque, troverete campi di lavanda ininterrotti.

ValensolePoimoissonSat

Se avete tempo recatevi a Brunet, proseguite poi per Puimoisson e da lì fate ritorno a Valensole. Un giro di 35 km circa che vi regalerà scorci incredibili (ecco la mappa del percorso). Vi fermerete spesso ad ammirare i campi di lavanda, di grano e di girasoli.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lavande o lavandin?
Valensole potrete visitare gratuitamente il Museo della Lavanda e scoprire quali sono le varie tipologie di piante, i loro utilizzi, le caratteristiche principali di ogni specie, la storia della lavanda in Provenza e il legame con Grasse. Se interessati trovate qualche informazione in più al seguente link: Lavanda e Lavandino

Questo slideshow richiede JavaScript.

Cosa acquistare in Provenza?
Non sono un’amante dello shopping in nessuna delle sue forme, ma vi garantisco che è quasi impossibile recarsi in Provenza e tornare a casa a mani vuote. Acquistate il miele alla Lavanda, non ve ne pentirete! Girando tra i campi, vedrete spesso cartelli con su scritto Miel. Andate direttamente in cascina e fate quattro chiacchiere con gli apicoltori.

DSC01997Potrete poi sbizzarrirvi ad acquistare profumi, saponi, creme, oli essenziali di lavande o lavandin, lavanda essiccata da mettere nei cassetti per profumare il bucato (la lavanda è un ottimo anti-tarme naturale). E perché no, approfittando di essere in Francia, fate scorta di formaggi di capra.

Questo slideshow richiede JavaScript.

I dintorni di Valensole: escursioni in giornata
Molte sono le gite che potrete fare in giornata nei dintorni di Valensole. A seguire un elenco delle mete da non perdere:
Abbazia di Nostra Signora di Sénanque: è un’abbazia cistercense fondata nel 1148. Sorge a pochi chilometri da Gordes ed è circondata da campi di lavanda. Da visitare il bel dormitorio, la chiesa e l’annesso chiostro. Buona parte di quanto è in vendita nel piccolo negozio dell’abbazia è prodotto dai monaci;
Manosque: mentre vi recate all’Abbazia di Sénanque fate tappa a Manosque e visitate il suo meraviglioso centro storico;
– Gole del Verdon: probabilmente il canyon più celebre d’Europa con pareti a strapiombo sul fiume Verdon alte fino a 1500 metri;
– Roussillon: il villaggio dell’ocra. Portate scarpe da ginnastica lavabili e poi avventuratevi tra i sentieri dell’ocra alla scoperta della leggenda che narra perché la terra attorno a Roussillon si tinse di rosso;
– Moustiers Sainte Marie: un incantevole villaggio arroccato tra due maestose rupi rocciose e attraversato da un vivace ruscello di montagna. Tra le rupi è appesa una misteriosa stella d’oro la cui leggenda riporta ai tempi delle crociate.
Tornerete dalla Provenza rigenerati. E’ un viaggio che consiglio caldamente.

Visitare Varsavia in bici

E alla fine è successo. Sono arrivata a Varsavia, da Danzica, in un caldo pomeriggio di metà giugno. Dopo aver trovato una sistemazione ed essermi liberata del bagaglio, sono uscita in esplorazione della città. Volutamente senza mappa e senza aver stabilito un itinerario. Libera dall’ansia di vedere, fotografare, andare veloce.
Ho girato senza meta, con lentezza, per scoprire colori, odori e l’anima di Varsavia. Ero a giro sul lungofiume che costeggia la Vistola quando un temporale inatteso si è rovesciato sulla città. Ho trovato riparo in un vicino sottopasso. E lì mentre osservavo la maestosità della natura, mentre l’aria si profumava di pioggia all’improvviso sono diventata nessuno. Sentivo il rumore della pioggia e non sentivo più il peso di essere io. Per un attimo mi sono liberata di me, ho dimenticato chi sono e che ruolo temporaneamente ricopro nel mondo e mi sono fatta pioggia, mondo, tutto.
Mentre la mente vagava libera, mi sento chiamare. Sono i miei compagni d’attesa. Intavoliamo una conversazione maccheronica e, chiacchierando, inganniamo il tempo. Un momento prezioso. E quando finalmente le nuvole smettono di lacrimare, leggera mi dirigo verso casa.
Il giorno dopo comincia presto. Affitto una bicicletta e sfreccio da un quartiere all’altro di Varsavia. Per chi capitasse a giro da queste parti, consiglio di usare il servizio pubblico di noleggio biciclette (www.veturilo.waw.pl). E’ necessario registrarsi (l’operazione non vi ruberà più di un paio di minuti) e potrete usare, a prezzi modici, le bici dislocate in numerosi punti della città. Esiste ovviamente anche una app che vi renderà la vita ancora più facile.
Il mio giro prende avvio dalla Colonna di Sigismondo III Vasa nella Città Vecchia, un piccolo quartiere che ospita numerosi siti di interesse storico e una meravigliosa piazza, molto animata. Il quartiere, all’apparenza antico, è in realtà stato ricostruito di recente. Al termine del secondo conflitto mondiale, Varsavia era un cumulo di macerie: dopo l’insurrezione del 1944 i tedeschi rasero al suolo la città. Si stima che nel 1945 solo il 15% degli edifici fosse ancora in piedi. Si contarono 800.000 morti su una popolazione di 1,3 milioni. Si pensò addirittura di spostare la capitale altrove, ma alla fine si optò per la ricostruzione. Si fece ricorso a disegni, fotografie, quadri (alcuni dei quali dipinti da Canaletto e ancora oggi esposti presso il Castello Reale) e si riedificò la Città Vecchia. I lavori durarono dal 1949 al 1963 e si rivelarono così accurati che l’UNESCO decise nel 1980 di elevare il quartiere a Patrimonio dell’Umanità.
Proseguo visitando la Città Nuova e la Cittadella, una massiccia fortezza in mattoni rossi affacciata sulla Vistola ed eretta per volere dello zar dopo l’insurrezione di Varsavia del 1830. Qui svetta l’imponente Brama Stracen, una massiccia porta che divenne il luogo delle esecuzioni capitali per i prigionieri politici.
A sud della Città Vecchia vale la pena fermarsi a visitare l’Università di Varsavia, la Chiesa della Santa Croce dove, in una piccola urna, riposano i resti del cuore di Frédéric Chopin fatti appositamente rientrare da Parigi e Palazzo Radziwitt, il palazzo presidenziale dove nel 1955 venne firmato il Patto di Varsavia che, durante la Guerra Fredda, sancì l’alleanza tra i paesi del blocco sovietico in contrapposizione alla NATO.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Forse non tutti ricordano che Madame Curie, al secolo Marie Sklodowska, nacque a Varsavia in ulica Freta nel 1867. A lei, vincitrice di due premi Nobel per la fisica e per la chimica per aver scoperto il radio e il polonio, la città ha dedicato una statua e un piccolo museo.
Sempre a Varsavia, poco distante dalla chiesa della Santa Croce, si può ammirare un bel monumento ad un altro figlio illustre del paese, Niccolò Copernico.
Se vi avanza del tempo e avete ancora voglia di pedalare, potete perdervi tra i viali lussureggianti di vegetazione dei Giardini Sassoni e andare al di là della Vistola per visitare il sobborgo Praga, storicamente abitato da operai e indigenti. Il quartiere sta vivendo una lenta ascesa anche grazie ad artisti, musicisti e imprenditori che qui si sono trasferiti attratti dagli edifici prebellici e dai bassi canoni di affitto.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non mancate di visitare quel che rimane dell‘Antico Ghetto Ebraico. Varsavia prima del 1939 ospitava una fiorente comunità ebraica (380.000 persone). Recatevi all’unica Sinagoga (Nozyk) sopravvissuta e rivivete la storia del ghetto, dell’insurrezione di Varsavia e degli ebrei polacchi presso i musei di questo quartiere.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Infine fate come me e concludete il vostro giro di Varsavia salendo in l’ascensore (a questo punto vi assicuro che sarete stanchi!) al 30esimo piano del Palazzo della Cultura e della Scienza, un brutto edificio eretto agli inizi degli anni ’50 e donato dall’Unione Sovietica alla Polonia in segno di amicizia.
Da qua si scorgono innumerevoli palazzoni sovietici edificati dalle autorità a partire dal 1945 per fornire case alla popolazione dopo la guerra e qualche grattacielo di recente costruzione. Di certo non si gode di un panorama mozzafiato, ma si può “vedere” la Storia recente della città.

B-day: al Bicerin e al Balôn in bici

Se si è in cerca di buone idee per trascorrere un sabato, di seguito ne troverete, almeno spero, qualcuna.
Un paio di settimane fa mio marito ed io siamo capitati a giro per Torino, con le bici appresso. Eravamo alla ricerca di ristoro e di una gratificazione per celebrare la fine della settimana lavorativa. Senza indugi ci siamo recati al Caffè al Bicerin (http://www.bicerin.it/), in piazza della Consolata 5 nel cuore del Quadrilatero Romano, il quartiere vecchio di Torino. Questa caffetteria storica, la cui costruzione risale al 1763, è passata alla storia per avere inventato il Bicerin (bicchiere, in piemontese), una bevanda a base di caffè, cioccolata calda fondente e crema di latte.

Varcare la soglia del locale significa fare un viaggio indietro nel tempo: tutti gli arredi di questa minuscola caffetteria sono originali della metà dell’Ottocento: potrete ammirare specchi antichi, boiserie a semplici partiture, pochi tavolini in marmo bianco, un vecchio bancone in legno arricchito da contenitori in vetro ripieni di colorate caramelle e una porta d’ingresso in ferro battuto, ingentilita da tende ricamate.
Il tavolo d’angolo, entrando sulla sinistra, era solito essere occupato da Cavour. Una targa a ricordo commemora l’illustre avventore.

Da qui transitarono molti personaggi noti. Ricordiamo, tra gli altri, Alexandre Dumas padre che in una lettera datata 1852 raccomandava ad un amico il bicerin tra le cose da non perdere di Torino, Silvio Pellico, Giacomo Puccini che abitava nella vicinissima via S. Agostino, Friedrich Nietzsche che avrebbe esclamato, a proposito del bicerin, “Rovente, ma delizioso”, Maria José e Umberto II che si concedettero un ultimo bicerin prima di recarsi in esilio, Guido Gozzano, Italo Calvino e Mario Soldati.
Ordiniamo due bicerin e li gustiamo caldi. Un’esperienza deliziosa, da ripetere presto.
Se decidete di passare da qua, e ve lo consiglio, vi raccomando di gustare la celebre bevanda alla maniera di una volta: il bicerin non va mescolato. I tre ingredienti vengono versati bollenti in un piccolo bicchiere senza manico e non miscelati. A causa delle diverse temperature si stratificano e così vanno assaporati.

Ristorati siamo pronti per recarci al Balôn, lo storico e pittoresco mercato delle pulci del capoluogo piemontese ospitato nel quartiere Aurora, più precisamente nel Borgo Dora a pochi passi dal vivace mercato di Porta Palazzo.
Il Balôn nacque a metà dell’Ottocento quando una delibera comunale del 1° luglio 1856 ufficializzava e formalizzava l’abitudine degli straccivendoli e dei robivecchi di riunirsi lungo le rive della Dora a far mercato. Più o meno nello stesso periodo nascevano altri celebri mercati delle pulci un po’ ovunque in Europa, Portobello Road a Londra, il Marcé aux Puces a Parigi, Porta Portese a Roma e la Fiera di Senigallia a Milano.
In quel periodo Torino viveva un momento di felice vivacità culturale ed economica e si apprestava a divenire la prima capitale del Regno d’Italia. Il mercato che si svolgeva lungo la Dora aveva principalmente la funzione di permettere ai contadini che affluivano in città dalle campagne del circondario di comperare oggetti usati a pochi soldi che, altrimenti, non avrebbero potuto acquistare nei negozi.
Su quale sia l’origine del nome Balôn non vi è ancora chiarezza. C’è chi sostiene che il nome derivi da vallone (il mercato sorgeva in un avvallamento che scende alla Dora), chi lo ricollega a pallone a causa di uno sferisterio nei pressi del mercato dove si tenevano partite di pallone elastico, chi ancora fa risalire il nome alla mongolfiera che da lontano segnalava il luogo del mercato dei cenci.
La scritta Balôn faceva e fa ancora oggi bella mostra di sé su un ampio magazzino dove sono stoccati mobili antichi e particolari d’epoca.

Vale sempre la pena di perdersi tra le vie di un qualche mercato a giro per il mondo. E il Balôn non fa eccezione. Vi sono botteghe antiquarie permanenti, piccoli bar e moderni ristoranti a sostituire le bettole frequentate un tempo dai contadini inurbati, case popolari ristrutturate e abbellite da vasi fioriti, oggetti della nonna, ninnoli e cartoline, borse, scarpe qualunque cosa possa venirvi in mente. Banchi con in vendita spezie, tè dal mondo e pane arabo ci riportano ai tempi moderni e provano quanto Torino sia  oggi una città cosmopolita. Avvicinandosi alla Dora i banchi di antichità cedono il posto a bancarelle di avventori avventizi, spesso senza licenza. Il Balôn è un piccolo mondo vivace, che evolve veloce pur rimanendo fedele alla sua idea originaria.
Spettacoli di saltimbanco e performance di artisti di strada allietano venditori e passanti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dal 1983 esiste un’associazione dei commercianti che cura, dal 1985, la gestione del Gran Balôn, un mercato specializzato dell’antiquariato che si svolge ogni seconda domenica del mese e che attira a Torino collezionisti da tutta Italia. Il prossimo si terrà domenica 14 maggio 2017 dalle ore 8 alle 18. L’associazione, dal maggio 2014, si interessa anche del Balôn del sabato, fornisce assistenza agli espositori e si occupa di permessi, autorizzazioni, assegnazione posti, consulenze e organizza manifestazioni ed eventi collaterali nell’area. Per maggiori informazioni: http://www.balon.it/
Una bella rappresentazione del Balôn si rintraccia tra le pagine de La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
I mercati mi piacciono molto. Girare tra le bancarelle, curiosare, farsi imbonire, contrattare, fingere disinteresse, giocare al ribasso sono attività imprescindibili di un mercato che si rispetti. Ho girato a lungo tra le vie del Balôn. Non ero alla ricerca di nulla, ma ho finito con l’acquistare un macina pepe proprio come Anna Carla Dosio (che ho tenuto per me! Non avevo commissari a cui regalarlo) e tre fiori scolpiti nel legno, bagnati nell’argento, opera di Piero Fornasetti o almeno così ha spergiurato il venditore con il quale ho intrattenuto una fascinosa e lunga contrattazione.
Ora fanno bella mostra di sé in salotto in un vaso ottenuto dal riciclo creativo di una bottiglia di whiskey finita. Non potrei esserne più felice.

Sulle tracce di Pietro Fenoglio: cosa fare in un pomeriggio a Torino

Metti un pomeriggio a Torino, aggiungi una bicicletta, insegui le tracce di Pietro Fenoglio e la buona riuscita della giornata è assicurata! Il ventaglio di alternative che offre il capoluogo torinese è ampio. Se si hanno a disposizione alcune ore da spendere a Torino, qualcosa di interessante da fare lo si trova sempre.
La mia domenica è trascorsa alla scoperta del Liberty torinese e di alcune delle più belle opere di Pietro Fenoglio (1865-1925), architetto e ingegnere torinese considerato uno dei massimi interpreti del Liberty in Italia. Il capoluogo sabaudo fu travolto da una piacevole ondata Liberty nel ventennio a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, il cosiddetto periodo della Bella Époque. La città era in fermento e aperta alle nuove tendenze europee grazie al clima culturale delle esposizioni internazionali.
La bicicletta resta uno dei mezzi di trasporto che preferisco, ecologico, veloce, salutare, sostenibile. Il giro proposto di seguito è fattibile anche a piedi e copre una distanza di circa 12 chilometri.
Sono giunta a Torino in treno con bici a seguito. Per chi preferisse, è possibile affittare una bicicletta direttamente a Torino (www.tobike.it).
Prima tappa della giornata San Salvario, quartiere storico e multietnico della Circoscrizione 8 di Torino.  Qui in via Giovanni Argentero, 4 si può ammirare il meraviglioso portone d’ingresso in ferro battuto di un caratteristico edificio che ricorda le case spagnole per l’uso delle maioliche colorate. L’edificio fu progettato da Pietro Fenoglio e il portone è soprannominato Portone del Melograno. Al suo interno sono scolpiti due alberi di melograno arricchiti da foglie verdi e frutti rossi, inseriti in una cornice a coda di pavone.

Riprese le biciclette, mio marito ed io dirigiamo verso le colline torinesi. Qui in corso Giovanni Lanza, 57 sorge Villa Scott, balzata agli onori della cronaca per essere stata la location scelta da Dario Argento per girate importanti scene di Profondo Rosso. E’ la villa del bambino urlante del film. L’edificio risale al 1902 e fu commissionato a Pietro Fenoglio da Alfonso Scott, ai tempi amministratore delegato della Rapid, un’azienda automobilista non più in attività. Dopo la scomparsa di Scott, la casa ospitò un collegio femminile e prese il nome di Villa Fatima. Ai tempi delle riprese di Profondo Rosso, l’edificio era ancora adibito a collegio. Per poter girare, la produzione si offrì di pagare un soggiorno a Rimini alle suore e alle ragazze per tutta la durata delle riprese.
Villa Scott è un mix di liberty e neobarocco. Ha una pianta articolata, è un’esplosione di logge, bovindi, vetrate colorate e preziosi dettagli floreali. Oggi è proprietà privata e non più visitabile all’interno.
Sicuramente siete più preparati di me in campo architettonico, ma nel caso fosse sfuggito anche a voi un bovindo è una finestratura i cui infissi e vetrate non sono allineate al muro dell’edificio ospitante, ma risultano seguire un percorso ad arco orizzontale aggettante dalla muratura. Il termine deriva dall’italianizzazione della locuzione inglese bow window (finestra ad arco). Per fortuna, ho un fratello designer appassionato di architettura!

In bici velocemente attraversiamo Torino, riempendoci gli occhi bellezza. Torino vista dalla collina è di una bellezza disarmante.

DSC00323

Raggiungiamo il quartiere Cit Turin, all’incrocio tra corso Francia e via Principi d’Acaja, appena dietro piazza Statuto. Qui sorgono molti edifici in stile Liberty.
Percorriamo corso Francia dove al civico 8/B sorge la Palazzina Raby, edificio progettato da Pietro Fenoglio nel 1901 che oggi ospita la sede dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Torino. La costruzione, rispetto al progetto originale, presenta numerose varianti riconducibili all’esecuzione del progetto affidata all’ingegner Gottardo Gussoni (1869 – 1951). Fenoglio e Gussoni si ispirano a due correnti differenti del liberty europeo, rispettivamente quello belga di Hortas e quello francese di Guimard.

Un paio di edifici più in là sorge Casa Fenoglio – La Fleur, progettata tra il 1902 e il 1903 da Pietro Fenoglio. La struttura doveva ospitare lo studio privato dell’architetto e fu concepita come un vero e proprio manifesto del Liberty italiano. Tuttavia Fenoglio abitò qui per pochi anni. Successivamente la casa venne messa in vendita e fu acquistata dall’imprenditore francese La Fleur (da qui il nome Casa Fenoglio – La Fleur).
La villa divenne nota a livello internazionale perché Fenoglio molto si spese affinché l’edificio rispettasse fedelmente i dettami del Liberty belga e francese e ogni dettaglio è un chiaro rimando all’art nouveau. L’attenzione ai particolari è altissima: da notare i balconi lavorati in ferro battuto, l’incantevole vetrata policroma, il bovindo, i fregi floreali ad adornamento della facciata.

Al civico 32 di corso Francia svetta Casa Macciotta, anch’essa progettata da Pietro Fenoglio e costruita nel 1904, ottimo esempio di come sia possibile trovare originali soluzioni liberty a costi contenuti per case di grandi volumetrie. L’edificio ha un affaccio angolare. L’angolo è smussato (come lo è in Villa La Fleur), evidenziato da un terrazzo a gazebo e da un abbaino a coronamento con fregi in cemento e ferro battuto. Da notare le tapparelle nell’affaccio in via Bagetti e la copertura del meccanismo di avvolgimento.

Dall’altro lato della strada (corso Francia, 23) si erge, trionfale, il Palazzo della Vittoria più noto come Casa dei Draghi, singolare edificio voluto dal Cavaliere del Lavoro Giovanbattista Carrera per celebrare la vittoria dell’Italia al termine del primo conflitto mondiale. Il progetto fu affidato all’ingegner Gottardo Gussoni e ultimato nel 1922. Suggestivo mix di stili, neogotico alla francese e liberty all’italiana, il palazzo si sviluppa su cinque piani. Il suggestivo portone d’ingresso, l’atrio interno, la torretta merlata e le balaustre dei balconi si rifanno al gotico. Le linee sinuose del palazzo e le vetrate sono un chiaro rimando al liberty.
Ai lati del portone principale fanno bella mostra di sé due draghi alati, allegoria della potenza dell’Italia al termine della grande guerra. Il tema del drago ritorna in tutto l’edificio. Lo stemma della famiglia Carrera sormonta il portone. Un edificio suggestivo che merita una visita.

Cuore del quartiere Cit Turin sono i Giardini Luigi Martini, più noti con il nome di piazza Benefica. In questo spiazzo, fino agli anni ’50, operava un’associazione caritatevole, la Benefica appunto. La piazza, dal lunedì al sabato, è teatro di un noto mercato delle firme. Qui si possono trovare abiti e accessori griffati, nuovi, pezzi di campionario e articoli vintage. Sulla piazza si affaccia la bellissima chiesa di Gesù Nazareno che si fa d’oro quando colpita dai raggi del sole. Appena dietro piazza Benefica, in via Susa 12/14, si trova lo studio del pittore italiano Ugo Nespolo (www.nespolo.com)

Ecco le tappe di questo giro:

giro ad anello vero

A onor del vero, prima di dirigerci verso Villa Scott, mio marito ed io abbiamo fatto tappa al Parco del Valentino, al Giardino Botanico e al Borgo Mediovale. Ma questo è tutto un altro post! Ne parleremo più avanti. Per ora lascio alcuni scatti, da approfondire in seguito.

 

In bici a Torino tra arte, storia, magia bianca, esoterismo e curiosità

Per noi provinciali, Torino è il luogo della mondanità. E’ un rito, ma anche una scusa per scappare dalla periferia e sentirsi, almeno per un po’, parte del bel mondo che conta. La domenica, da bambini, si andava con i genitori a spasso per le vie del centro: si indossava il vestito buono, si prendeva il treno e iniziava la festa. Torino è legata per me al ricordo degli anni migliori, quelli spensierati e leggeri dell’università. Qui ho incominciato il primo lavoro dell’età adulta, dopo una miriade di stage e lavoretti più o meno seri svolti tra un esame e l’altro. A Torino fuggivo con gli amici a vent’anni di sabato sera, una volta smessi i panni da cameriera. Torino è quindi per me un luogo di elezione, il posto del cuore e della memoria.
Quale scusa migliore di un venerdì di ferie per esplorare il capoluogo piemontese in un modo insolito? La sveglia suona prima che faccia giorno. Alle 6,30 mio marito ed io, con a seguito le nostre bici, siamo sul treno che da Bra ci condurrà a Torino. Abbiamo deciso di esplorare la città a dorso di bicicletta, seguendo un itinerario curioso.
Torino è misteriosa ed elegante. Vanta numerosi primati, nazionali ed internazionali. Qui si fece, e continua a farsi, la Storia. Fu la prima capitale d’Italia, dal 1861 al 1865. Ospita il più grande Museo Egizio del mondo, dopo quello de Il Cairo. Si dice addirittura che Torino sia stata fondata dagli antichi Egizi, anche se le prove a supporto di questa tesi paiono latitare. Conta 18 chilometri di portici, 12.5 dei quali connessi tra loro che permettevano ai Savoia di passeggiare indisturbati con qualunque condizione atmosferica. La Sacra Sindone ha casa a Torino. Il primo film in Italia fu proiettato in via Po nel marzo del 1896. Il primo cinema multisala, l’Eliseo, è torinese. Esiste un asteroide (il 9523), scoperto nel 1981, che dal 2010 si chiama Torino. E’ la capitale italiana dell’editoria: qui sono nate case editrici come Einaudi, UTET e Bollati Boringhieri. Dal 2006, anno delle Olimpiadi invernali, è in funzione una linea metropolitana automatica, la prima in Italia. E’ la capitale nazionale del liberty. Esiste un auto che porta il suo nome, la Ford Torino. Nel 1910, nel capoluogo sabaudo, si tenne la prima partita di rugby in Italia. Nel maggio del 1917 qua venne stampato il primo francobollo di posta aerea del mondo. Le residenze sabaude  intorno alla città sono situate a Venaria Reale, Superga, Stupinigi, Rivoli e Moncalieri: se si unissero tra loro su una cartina, si verrebbe a formare una stella a cinque punte con al centro proprio il capoluogo piemontese. Torino vanta una tradizione culinaria invidiabile: sono specialità torinesi i grissini, i Gianduiotti, i Cri-Cri, il Vermutt, il tramezzino, il gelato ricoperto su stecco, lo zabaione, lo spumante italiano e il Bicerin. Ha dato i natali a personaggi del calibro di Pietro Micca, Camillo Benso conte di Cavour, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II (primo re d’Italia), Guido Gozzano, Gustavo Rol, Norberto Bobbio, Primo Levi, Rita Levi Montalcini.
Come si fa a non amarla? Torino è avvolta dal mistero. Si dice che sia, con Londra e San Francisco, al vertice di un triangolo di magia nera e, con Praga e Lione, al vertice di un triangolo di magia bianca. Secondo la leggenda, l’antica capitale sabauda è percorsa da due correnti energetiche opposte: è bagnata da due fiumi, la Dora (polarità femminile e polo di energie telluriche positive) e il Po (polarità maschile e polo di energie telluriche negative). E’ virtualmente divisa a metà da una linea che parte dall’ingresso di Palazzo Reale e giunge alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: il lato verso il Po è quello della magia bianca, l’altra metà è zona di magia nera. Nel corso dei secoli sono fiorite leggende e sono state tramandate storie che hanno alimentato la fama di una Torino magica, per metà esoterica, per metà bianca.
Il nostro giro esplorativo prende il via da Porta Susa. Prima tappa piazza Savoia con il suo obelisco terminato nel 1853 in omaggio all’abolizione del foro ecclesiastico, avvenuta con la promulgazione della legge Siccardi del 9 aprile 1850. Sull’obelisco spicca il motto La legge è uguale per tutti. Pare che ai piedi dell’obelisco vennero seppelliti, per ordine del Municipio cittadino, i numeri 141 e 142 della Gazzetta del Popolo, alcune monete preziose, un chilo di riso, una bottiglia di Barbera e alcuni grissini.
La tappa successiva del nostro tour è il Santuario della Consolata, eretto sui resti di un tempio pagano. Meraviglioso l’altare maggiore opera di Filippo Juvarra. Davanti al santuario, si trova il Caffè al Bicerin, locale storico aperto al pubblico dal 1763 dove venne inventata l’omonima bevanda tanto cara a Cavour. Il locale conserva gli arredi originali in legno e marmo e un’atmosfera fuori dal tempo.
Proseguiamo perdendoci tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo, il mercato all’aperto più Grande d’Europa. Un altro record di Torino. Un crocevia di anime alla ricerca dell’affare della giornata. Un luogo fascinoso e multietnico dove si mescolano colori, lingue, odori e sapori. Qui abbiamo trovato venditori arabi, contadini cinesi e madamine torinesi con la borsa della spesa da riempire. Vale sempre la pena perdersi tra i banchi di un qualche mercato, ovunque nel mondo!
Riprendiamo le biciclette e ci rechiamo in Duomo. L’edificio, dedicato a San Giovanni Battista, riporta all’esterno sul lato destro una meridiana astrologica, particolare quanto mai bizzarro considerata l’ostilità della Chiesa verso queste pratiche pagane. C’è chi spergiura che anche questo sia un chiaro segno esoterico.
I dodici segni zodiacali, disposti in verticale apparentemente in ordine casuale, vengono colpiti a seconda del periodo dell’anno dall’ombra di un’asta posta nelle vicinanze. La meridiana riporta due linee: una freccia verticale unisce il segno del Capricorno in alto al segno del Cancro in basso (il solstizio d’inverno e quello d’estate); una seconda linea in diagonale unisce i segni della Bilancia e dell’Ariete (l’equinozio d’autunno e quello di primavera). Le due linee, intersecandosi, formano la Croce Zodiacale che rappresenterebbe l’unità del Tutto, la perfezione e l’equilibrio cosmico. Chissà forse è questa la ragione per la quale la meridiana non è stata rimossa dai censori cristiani ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri!
Pochi passi e siamo in piazza Castello, il cuore bianco della città. Secondo la leggenda il punto più magico è lo spazio compreso tra le due statue equestri poste sulla cancellata che delimita la piazzetta reale. Le statue raffigurano Castore e Polluce, i due Dioscuri figli di Zeus. Da qua partirebbero le 12 linee immaginarie che suddividono la città in 12 settori, ognuno corrispondente ad un segno dello zodiaco. Sotto il suolo di Torino si celerebbero 3 grotte alchemiche, in grado di far diventare reali i pensieri dell’inconscio. A queste grotte pare si acceda da sei ingressi, uno dei quali si dice che si trovi nelle vicinanze della fontana all’interno dei giardini reali.
Ovviamente non abbiamo cercato l’ingresso alla grotta, per pigrizia sia ben chiaro! Ma una sosta all’ingresso della cancellata era d’obbligo.
Da qua ci siamo spostati sotto i portici, vicino all’ingresso della Prefettura, dove si trova un bassorilievo dedicato a Cristoforo Colombo. L’esploratore più celebre è raffigurato intento a contemplare un mappamondo, alle sue spalle si intravede una caravella a commemorare la sua impresa. Si dice che strofinare il mignolo della mano di Colombo porti fortuna. E lo sanno bene i torinesi! A forza di strofinare il mignolo, questo si consumò al punto di cadere. Una sostituzione si rese quindi necessaria. Il mignolo non è più quello originale, ma il gesto portafortuna continua a essere reiterato.
Di ritorno in piazza Castello, abbiamo visitato la chiesa di San Lorenzo, eretta per volere di Emanuele Filiberto I di Savoia per celebrare la vittoria di San Quintino, avvenuta il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo. La chiesa venne inaugurata e consacrata solo un secolo più tardi, il 12 maggio 1680, con una funzione officiata dallo stesso architetto Guarino Guarini. Dall’esterno è difficile indovinare che l’edificio sia un luogo di culto: la facciata è minimale. Molto probabilmente questa scelta fu dettata dall’esigenza di non rovinare la geometria di Palazzo Reale e della piazza.
Guarini pare appartenesse alla Massoneria e molti sono i riferimenti massonici all’interno della chiesa. La struttura dell’edificio e i suoi dipinti si rifanno ai numeri 4 e 8, rispettivamente i quattro elementi e il giorno perfetto, quello infinito del ritorno di Cristo. Da notare la cupola, per molti un chiaro simbolo esoterico. Si contano otto finestre ellittiche, intercalate da archi incrociati a formare un fiore ad otto petali e una stella ad otto punte che racchiude un ottagono. La particolarità è che gli otto spicchi, se osservati da una certa angolazione, sembrano delineare il volto del diavolo. E’ un caso? Forse si. La chiesa si sviluppa in orizzontale su quattro livelli: quello più basso e buio simboleggia la vita terrena e si contrappone alla cupola, rappresentazione della luce divina. Quattro sono anche le cappelle laterali: buie con un oculo, buio anch’esso, al centro delle volte. Questi oculi, due alla volta, vengono illuminati per alcuni minuti durante gli equinozi di primavera e autunno, grazie a un gioco di riflessioni e mostrano i dipinti al loro interno. Una meraviglia, frutto di elaborati e puntuali calcoli astrologici. Uscendo scorgiamo una lapide che commemora la prima ostensione della Sindone a Torino avvenuta il 1 ottobre 1578 alla presenza di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano. Tra la folla che partecipò all’evento c’era anche Torquato Tasso.
Percorriamo via Palazzo di Città dove al numero 19 ci imbattiamo nel Palazzo con il Piecing, un edificio ottocentesco dove all’altezza del quarto piano è stato installato nel 1996 un anello, un vero e proprio piercing dal quale sgorga sangue blu e rosso. E’ un’opera di Corrado Levi in collaborazione con il direttivo Cliostraat, il cui nome originale è Baci Urbani.
Nella vicina piazza San Carlo, ci imbattiamo in un paio di curiosità: ai numeri 183 e 217, alzando lo sguardo, è possibile scorgere tre palle di cannone. Torino è disseminata di palle di cannone sparate durante gli assedi alla città del 1706 e 1799. Questi proiettili sono stati mantenuti nelle facciate degli edifici durante i restauri successivi in ricordo di quanto accaduto. Sotto i portici della piazza si trova il Caffè Torino. Nella pavimentazione di fronte al locale, vi è un toro bronzeo rampante, simbolo della città. La tradizione vuole che calpestarne i testicoli con il piede destro porti fortuna. Ovviamente il gesto va compiuto nel massimo riserbo, con grande nonchalance.
Dietro a piazza San Carlo, in via XX settembre, sorge palazzo Trucchi di Levaldigi meglio noto con il nome di Palazzo o Porta del Diavolo, attualmente sede della Banca Nazionale del Lavoro. In passato l’edificio godeva di una fama sinistra e pare fosse luogo di riti dissoluti ed esoterici.
Il portone dell’edificio venne commissionato da Battista Trucchi di Levaldigi, conte e generale delle Finanze di Carlo Emanuele II, a una manifattura parigina nel 1675. Di legno massiccio scolpito, il portone è decorato con intagli di fiori, frutta e amorini (tra la frutta corre anche un piccolo topolino!). Il battacchio centrale raffigura un diavolo dalla cui bocca fuoriescono due serpenti. Fino a qua la storia. La leggenda invece narra una genesi diversa: il portone sarebbe  comparso magicamente una notte in risposta ad un rito satanico di un apprendista stregone. Il Diavolo, scocciato dalle invocazioni, decise di punire lo stregone imprigionandolo dietro a questo portone. L’edificio fu teatro di due episodi di cronaca nera. Nell’Ottocento, ai tempi dell’occupazione francese, il maggiore Melchiorre du Perril entrò nell’edificio e non ne uscì più. Portava con se documenti riservatissimi. Anni dopo durante dei lavori di ristrutturazione, uno scheletro murato e sepolto in piedi venne ritrovato da alcuni muratori.
Nel 1790 l’edificio era di proprietà di Marianna Carolina di Savoia. Durante una sfarzosa festa di carnevale che si protrasse per tre giorni e per tre notti, una ballerina (Emma Cochet o Vera Hertz, a seconda delle fonti) fu pugnalata a morte. Né l’arma del delitto, né il colpevole vennero mai trovati. La notte dell’omicidio una tempesta si abbatté sulla città. Un vento gelido soffiò all’interno del palazzo, spegnendo tutte le luci e diffondendo il panico tra gli invitati. Da allora il fantasma della ballerina si aggira per l’edificio. Un’altra curiosità sinistra è la seguente. Nel 1600 qui aveva sede la Fabbrica dei Tarocchi. La carta che corrisponde al Diavolo è la numero 15, il vecchio civico del palazzo. Ancora oggi, il tram 15 fa sosta qui davanti. Sarà solo una coincidenza?

Ormai è ora di pranzo e con le bici ci avventuriamo alla ricerca di una piola, così si chiamano le osterie nel capoluogo piemontese. Non ho potuto fare a meno di fotografare il cartello che attestava la chiusura di un locale: “An despias, suma sarà”, “Ci dispiace, siamo chiusi”. 

Con la pancia piena, ci dirigiamo verso la Mole Antonelliana  progettata da Alessandro Antonelli e inconfondibile protagonista dello skyline cittadino. Fino a poco tempo fa, vantava il primato di essere l’edificio più alto di Torino con i suoi 167.5 metri. E’ la sede del Museo Nazionale del Cinema e sarebbe una gigantesca antenna di energia positiva sulla città. Ad alimentare questa credenza, il fatto che sia crollata per ben due volte senza mietere vittime. La tradizione vuole che salire sulla Mole prima di essersi laureati porti sfortuna. Ormai ho concluso gli studi da qualche anno. Compro il biglietto e con l’ascensore salgo sulla cima della Mole, per gustarmi la vista di Torino dall’alto.
Poco lontano, in via Giulia di Barolo 2, sorge l’edificio più stretto della città che su un lato arriva a misurare appena 54 centimetri. Si tratta di Casa Scaccabarozzi o più comunemente nota con l’appellativo di  Fetta di Polenta. La paternità dell’edificio è di Alessandro Antonelli che la costruì per scommessa. L’edificio è sopravvissuto a eventi eccezionali quali l’esplosione della Regia Polveriera di Borgo Dora nel 1852, al terremoto del 1887 e ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Una scommessa che può quindi definirsi vinta. La casa ha 2 dei 9 piani sotterranei. Nonostante questo Antonelli fece molta fatica a trovare inquilini disposti ad abitarvi. Dovette trasferirvisi lui in compagnia della moglie, Francesca Scaccabarozzi. Qua avrebbe soggiornato anche Niccolò Tommaseo. Oggi  all’interno della Fetta di Polenta è ospitata una galleria d’arte.
La tappa successiva della nostra esplorazione è la chiesa della Gran Madre di Dio, collegata a piazza Vittorio (la più grande piazza europea interamente porticata) da un ponte fatto costruire da Napoleone Bonaparte come omaggio alla città. L’architettura dell’edificio ricorda il Pantheon. Si narra che la chiesa sorga sui resti di un tempio pagano votato al culto della dea Iside, chiamata anche grande madre. La storia afferma invece che fu eretta nel 1814 per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio forzato in Sardegna a causa dell’occupazione napoleonica. Ai lati della chiesa si collocano due statue che raffigurano la Religione e la Fede. La Fede è rappresentata da una donna con un calice alzato nella mano sinistra. La leggenda narra che il suo sguardo sia rivolto verso il luogo dove sarebbe celato il Santo Graal. Secondo altre fonti, il sacro calice sarebbe sepolto ai suoi piedi. La Religione regge una croce e cela tra le pieghe delle sue vesti una tiara papale, simbolo della sovranità della chiesa. Torino non si fa mancare nulla e di qui passò anche Nostradamus che avrebbe predetto che il crollo del potere secolare della chiesa sarebbe stato originato da una città bagnata da due fiumi (Torino?). C’è chi vede nella Religione un presagio di questa profezia.
Pedaliamo immersi nel verde del Parco del Valentino e a sud del Borgo Medioevale ammiriamo la Fontana dei Dodici Mesi, eretta nel 1898 in occasione della Grande Esposizione Internazionale e oggi in restauro. Si dice che sorga nel punto esatto dove si schiantò il carro di Fetonte, figlio del Dio del Sole al quale aveva sottratto il carro facendo imbizzarrire i cavalli. Progettata da Carlo Ceppi, la fontana presenta un’ampia vasca sormontata da quattro statue che rappresentano i fiumi che bagnano la città: Stura, Po, Dora, Sangone. Lungo i lati le statue dei dodici mesi.
Nella vicina via Chiabrera al numero 25 svetta il Condominio 25 Verde, un edificio noto come la foresta abitabile. Lo stabile è stato progettato da Luciano Pia e Ubaldo Bossolano e si pone come fine quello di minimizzare i disagi della vita urbana ricreando un bosco in vaso. La facciata è arricchita da alberi metallici e da 150  alberi veri sparsi lungo l’esterno della struttura che assorbono all’incirca 200 mila litri di anidride carbonica all’ora.
Il nostro giro volge al termine. Sulla strada del ritorno ci fermiamo in via Gioberti 23 dove si trova un palazzo che ha la particolarità di aver dipinto sulla sua facciata, per tre volte, il quadrato del Sator. Una breve sosta in piazza Solferino per contemplare la Fontana Angelica è d’obbligo. L’opera fu commissionata dal Ministro Bajnotti per commemorare i genitori e fu progettata da Giovanni Riva. La fontana è dedicata alle quattro stagioni e pare sia un chiaro esempio di esoterismo di impronta massonica.
Piazza Statuto è l’ultima tappa del nostro lungo peregrinare. E’ il cuore nero della città e si contrappone alla vicina  piazza Castello. La fama sinistra della piazza si deve al fatto che qua sorgeva la Val Occisorum, luogo dove si consumavano le esecuzioni dei condannati a morte. La piazza ospita inoltre altri due simboli attribuibili all’esoterismo: il Monumento del Fréjus, eretto in memoria dei minatori caduti durante i lavori del traforo, e l’obelisco geodetico.
L’Angelo che si trova sulla cima del Monumento del Fréjus sarebbe in verità Lucifero che, rivolto verso est, si accingerebbe a guidare le forze oscure in una sfida all’oriente e alla luce. L’obelisco, noto anche con il nome di Guglia Beccaria, è sormontato da un astrolabio che indicherebbe il cuore delle potenze maligne della città.
E’ ora di riprendere il treno e far ritorno. Molto abbiamo visto, ma molto resta da vedere. E’ sempre bene seminare un pretesto per poter tornare. Non vedo l’ora di proseguire la nostra esplorazione di una Torino inedita, avvolta nel mistero.

dsc00104
Caffè al Bicerin
dsc00110
Santuario della Consolata
dsc00111
Santuario della Consolata

 

dsc00112
Il mercato di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa
dsc00116
Il mercato di Porta Palazzo

 

dsc00122
Madamine e monsù al mercato di Porta Palazzo, alla ricerca dell’affare della giornata
dsc00135
La meridiana dei segni zodiacali sulla parete esterna del Duomo
dsc00137
Fert, il motto di casa Savoia
dsc00139
Un luogo magico, tra Castore e Polluce per ricaricarsi di energie positive
dsc00142
Il bassorilievo di Cristoforo Colombo, pare che accarezzare il mignolo porti fortuna
dsc00145
Lapide nella chiesa di San Lorenzo
dsc00148
La cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
dsc00149
Particolare della cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
dsc00150
Cappella del S. S. Crocifisso
dsc00154
Il palazzo con il piercing, opera frutto della collaborazione di Corrado Levi e del collettivo Cliostraat (1996)
dsc00157
Una piola, momentaneamente chiusa: “An despias, suma sarà!”
dsc00168
Piazza San Carlo, una palla di cannone nell’edificio
dsc00172
Piazza San Carlo, palle di cannone nell’edificio
dsc00175
Il Toro davanti al Caffè Torino, calpestarne i testicoli con il piede destro pare porti fortuna
dsc00178
Il Portone del Diavolo nel palazzo Trucchi di Levaldigi
dsc00181
La Porta del Diavolo
dsc00182
Il tram numero 15 in servizio davanti alla Banca Nazionale del Lavoro

 

dsc00186
Dalla Mole Antonelliana
dsc00188
Dalla Mole Antonelliana

 

dsc00198
La Mole Antonelliana
dsc00199
La Fetta di Polenta
dsc00203
La “Fetta di Polenta” di Antonelli
dsc00205
La chiesa della Gran Madre di Dio
dsc00217
La statua della Religione
dsc00220
La statua della Fede
dsc00231
Il condominio foresta
dsc00235
Via Gioberti, il quadrato del Sator
dsc00240
Il quadrato del Sator
dsc00241
La fontana delle Quattro Stagioni in piazza Solferino
dsc00243
Particolare della fontana Angelica in piazza Solferino
dsc00246
Obelisco in piazza Statuto
dsc00249
Piazza Statuto, Monumento del Fréjus
dsc00251
Piazza Statuto, Lucifero?