A giro per Galle: alla scoperta del Fort e della sua eredità coloniale

La città di Galle e in particolare il suo Fort sono una meta irrinunciabile per chi viaggia nel sud dello Sri Lanka. Proclamata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1988, è un’elegante città portuale sulla punta sud-occidentale dell’isola a circa 120 chilometri da Colombo, crocevia di genti e merci, testimonianza straordinaria dell’epoca coloniale che ha vissuto lo Sri Lanka. Il cuore della città è il Fort, una cittadella fortificata eretta dagli olandesi nel XVII secolo e circondata dal mare su tre lati. Passeggiando tra le sue vie, è possibile ammirare oltre 400 edifici storici tra case coloniali olandesi con il caratteristico colonnato antistante l’abitazione, chiese, moschee, templi, antichi edifici amministrativi, vecchi magazzini delle spezie e alberghi squisitamente restaurati. Vale la pena andare a giro per le strette stradine cittadine senza una meta precisa alla scoperta dei numerosi e raffinati caffè e delle tante botteghe che vendono merci di pregio di ogni genere. Sarà facile scovare qualcosa di insolito e originale da acquistare.
Secondo alcuni storici, Galle potrebbe essere stata Tarshish, la città dalla quale re Salomone ricevette in dono avorio, pavoni e preziosi gioielli. Una flotta portoghese, diretta alle Maldive, approdò qui nel 1505 ed espugnò la città. Si narra che i portoghesi l’abbiano chiamata così dopo aver sentito cantare un gallo. Più realisticamente il toponimo potrebbe derivare da “gala” che in singalese significa roccia. Nel 1640 i portoghesi dovettero cedere Galle agli olandesi, ai quali si deve la costruzione dell’imponente forte con i suoi tre bastioni a cui vennero dati i nomi di sole, luna, stella. Nel XVII secolo divenne il porto principale dello Sri Lanka e per quasi due secoli rimase un importante snodo commerciale per le navi che facevano la spola tra Europa e Asia. Quando la città passò in mano agli inglesi nel 1796, Colombo assunse un’importanza crescente come porto commerciale e Galle fu declassata a un ruolo di secondo piano. Più recentemente, la città ha riportato ingenti danni materiali e gravi perdite umane a causa dello tsunami del 26 dicembre 2004, provocato da un violento maremoto con epicentro al largo dell’Indonesia.
Il Fort si può girare tranquillamente a piedi o si può affittare una bicicletta se la calura non dà tregua.
Cosa fare a Fort:

  • Al calar del sole, quando il caldo finalmente scema, si può ammirare il tramonto passeggiando sui bastioni del forte. Si gode di un’incantevole vista sull’oceano da Flag Rock, l’antico bastione portoghese. È possibile compiere il giro di quasi tutto il perimetro della cittadella in circa un’ora partendo dalla torre dell’orologio. Poco prima del bastione “stella”, al di fuori delle mura, noterete una modesta tomba bianca dove riposano le spoglie mortali del santo musulmano Dathini Ziryam. Non mancate di ammirare nel tratto settentrionale delle mura la torre dell’orologio e il Main Gate, aggiunto dagli inglesi nel 1873 per facilitare la gestione del crescente traffico in entrata nella città vecchia. Al termine del lato orientale sorge un alto faro bianco ai piedi del quale si trova la Lighthouse Beach, una striscia di sabbia bianca dove ci si può fermare a riposare o a fare il bagno. Prima di addentrarvi tra le vie di Fort, visitate ancora l’Old Gate sopra il quale campeggia, splendidamente scolpito, lo stemma della Gran Bretagna e la scritta VOC (Verenidge Oostindische Compagnie ossia Compagnia Olandese delle Indie Orientali) con la data 1669;

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  • All’interno del Fort si trova la maggior parte degli edifici più antichi risalenti al periodo olandese. Meritano una visita la Dutch Reformed Church, con il suo pavimento ricoperto di lapidi provenienti da cimiteri olandesi e il suo organo, e la vicina All Saints Anglican Church in pietra, di architettura tipicamente inglese. Di fronte alle chiese si erge un campanile bianco del 1901 che dà l’allarme in caso di tsunami. Proseguendo per la vicina Queen Street vi imbatterete nella Dutch Governor’s House del 1683. L’edificio che ospitava il governatore è facilmente identificabile, poiché sopra l’ingresso principale sono scolpiti un gallo e l’anno di fondazione. Seguendo per Hospital Street ci si imbatte nel Dutch Hospital, un tempo ricovero di ammalati e appestati e ora trasformato in centro commerciale con eleganti caffè e boutique;

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  • Tra gli edifici di culto una menzione va alla Meehan Mosque, un’imponente moschea bianca che svetta a ovest del faro e combina stili architettonici differenti del barocco vittoriano e arabo e la dagoba buddhista Sudharmalaya Temple che ospita un grande Buddha sdraiato;

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  • Tra le molte costruzioni olandesi splendidamente restaurate che si incontrano a giro, ricordiamo l’Hotel Amangalla con il suo profondo porticato e il Fort Bazaar in Church Street 26, anche lui riconvertito in una struttura ricettiva. L’Amangalla in Church Street 10 fu costruito nel 1684 con la funzione di ospitare il governatore e i suoi funzionari. Successivamente venne trasformato nel New Oriental Hotel e divenne la sistemazione preferita dei passeggeri di prima classe dei transatlantici P&O nel XIX secolo. Dopo un periodo di declino nel XX secolo, è tornato ora ai suoi antichi fasti.

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La città nuova è vivace e frenetica. Prima di lasciare Galle concedetevi il tempo di una passeggiata nella trafficata Main Street. Raggiungete il Galle International Cricket Stadium che in passato era un ippodromo dove scommettevano gli inglesi mentre oggi ospita incontri di crickets di livello internazionale e il Dutch Market, un bel mercato alimentare che si tiene sotto un porticato vecchio di tre secoli.

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E tra le viuzze del Fort di Galle si conclude il nostro lungo giro in Sri Lanka. Mentre restituisco la bici per l’ultima volta e l’aria calda della sera mi accarezza la pelle bruciata dal sole, sento calare un velo di malinconia. Un respiro profondo ed ecco che la malinconia cede il posto a una profonda gratitudine. Grazie, a presto.

Foto di Emiliano Allocco (Clicca qui per vedere altre foto di Emiliano su Flickr)

Le millemila meraviglie dell’antica capitale singalese, a giro in bicicletta tra le rovine di Anuradhapura

Anuradhapura fu la capitale dello Sri Lanka per oltre mille anni (dal IV secolo a.C. al X secolo d.C.). Si trova a circa 200 chilometri da Colombo, nella provincia centro-settentrionale del paese. Le rovine di questo antico impero sono tra le più incantevoli di tutta l’Asia. Il sito è stato proclamato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità e comprende numerose meraviglie architettoniche e archeologiche che meritano di essere visitate: enormi dagoba, vasche per la raccolta delle acque, suggestivi templi e quel che resta del palazzo reale.
Anuradhapura divenne la capitale dell’isola di Ceylon nel 380 a.C. sotto re Pandukabhaya che la rinnovò completamente, dotandola di una cittadella fortificata, di un palazzo reale circondato da quartieri residenziali e da un’area extraurbana dedicata all’accoglienza dei mercanti stranieri. Quando nel III secolo a.C. il buddhismo giunse nell’isola dalla vicina IndiaAnuradhapura divenne un importantissimo luogo di culto e meta di pellegrinaggi poiché qui veniva conservata una preziosa reliquia, un dente del Buddha. Anuradhapura è cara anche all’hinduismo, poiché pare che qui sorgesse la capitale di re Asura Ravana, uno dei protagonisti del Ramayana, il testo sacro hinduista.
Nel 204 a.C. la città fu conquistata per la prima volta dai chola dell’India del Sud che riusciranno ad espugnarla più volte nel corso dei mille anni in cui Anuradhapura fu capitale. Dopo quasi 50 anni, l’eroe singalese Dutugemunu il disubbidiente riuscì a liberarla dagli invasori. La leggenda narra che il padre gli avesse fermamente proibito di lanciarsi nell’impresa, preoccupato per l’incolumità del figlio. Quando Dutugemunu riconquistò Anuradhapura, in segno di sfregio, fece recapitare al pavido padre un indumento femminile. Sotto il suo regno, venne varato un importante piano edilizio che diede il via all’edificazione di alcuni tra i monumenti più importanti del sito. All’ultimo grande re, Mahasena, si deve invece la costruzione di 16 bacini idrici e di un importante canale.
Anuradhapura sopravvisse fino agli albori dell’XI secolo, poi la capitale fu spostata a Polonnaruwa. Il sito venne saccheggiato dai chola nel 1017 d.C. e non tornò più agli antichi fasti. Un gruppo di monaci popolò la città per due secoli ancora, poi il sito fu abbandonato e cadde in rovina.

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Alcuni consigli pratici per visitare Anuradhapura:

  • Alcuni monumenti sono utilizzati tuttora e sono considerati tra i più sacri del paese. Il sito è tutt’oggi meta di numerosissimi pellegrini che, di bianco vestiti, accorrono qui per venerare il sacro Sri Maha Bodhi e altri monumenti. Abbiate cura di vestirvi con il giusto decoro: pantaloni o gonne sopra al ginocchio non sono ammessi, le braccia devono essere coperte. Si può accedere ai templi solo scalzi (portatevi un paio di calze nelle giornate calde per evitare di ustionarvi le piante dei piedi) ed è obbligatorio togliere eventuali copricapo;
  • Il biglietto è piuttosto costoso (25 $) ed è valido per una sola giornata. Il sito si estende su un’area di 40 kmq. Partite presto la mattina con la vostra esplorazione;
  • Il mezzo migliore “a dorso” del quale visitare Anuradhurapura è senza ombra di dubbio la bicicletta. Non inquinerete l’ambiente, concorrerete a preservare il sito, unirete della sana attività fisica a un’escursione culturale e potrete muovervi con agilità da un sito al successivo sia sulle strade asfaltate, sia sui piccoli sentieri in terra battuta preclusi ai veicoli. Il sito ospita estese aree verdi popolate da scimmie, pavoni, scoiattoli, cani, varani. Non mancate di fare un giro in bici nei vari parchi. L’affitto di una bicicletta costa all’incirca 2,50 $ al giorno.

Le numerose rovine possono essere divise in tre categorie: i dagoba o stupa, edifici a forma di campana in mattoni; i monasteri dei quali restano colonne, fondamenta e piattaforme e i pokuma, le grandi vasche che rifornivano la città di acqua potabile. Anuradhapura vantava il più complesso sistema di irrigazione del mondo antico in zone aride. Molti bacini idrici sono ancora esistenti e si crede che siano tra i laghi artificiali più antichi al mondo.
Non mancate di visitare la Abhayagiri Dagoba che all’apice del suo splendore arrivò ad ospitare fino a 5.000 monaci. Eretta nel I secolo a.C., con i suoi oltre 100 metri di altezza era uno dei monumenti più alti dell’antichità. Si crede che qui fosse conservata una statua di un toro dorato contenente reliquie del Buddha. L’enorme Jetavanarama Dagoba era il terzo edificio più alto al mondo, dopo le piramidi egizie. Si stima che per la sua costruzione siano stati impiegati 90 milioni di mattoni con i quali si potrebbe erigere un muro di 3 metri che da Londra corre fino a raggiungere Edimburgo!
La bianca Ruvanvelisaya Dagoba si staglia imponente all’orizzonte. Qua si svolgono meravigliose funzioni religiose. Si narra che quando la stupa venne consacrata, una parte delle ceneri del Buddha sia stata deposta qui durante una maestosa cerimonia che richiamò monaci da tutto il mondo. Accorsero venerabili sadhu anche dal Kashmir e dall’Afghanistan.

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Il centro fisico e spirituale di Anuradhapura è lo Sri Maha Bodhi, il sacro albero della bodhi nato da un germoglio dell’albero sotto il quale, in India, Buddha trovò l’Illuminazione. E’ considerato l’albero più antico del mondo di autenticità storicamente comprovata, testimoniata dall’initerrotta serie di guardiani che per oltre 2.000 anni lo ha accudito. Secondo la leggenda, la talea fu importata dall’india dalla principessa Sangamitta, figlia dell’imperatore indiamo Ashoka e sorella di Mahinda che importò il buddhismo in Sri Lanka.
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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano) 

Point Pedro e le isole di Jaffna, a giro nel blu

La penisola di Jaffna si sta lentamente riaprendo al mondo e ai commerci dopo tre decenni di guerra civile e incalcolabili danni provocati dallo tsunami del 2004. Il turismo fai da te in quest’area è complicato. Point Pedro e Velanai sono due destinazioni relativamente facili da raggiungere con i mezzi pubblici da Jaffna e sono mete perfette per gite in giornata.
Point Pedro è il punto più a nord dell’isola dello Sri Lanka e si raggiunge in bus, piuttosto comodamente, da Jaffna (bus 750 e 751). E’ la seconda città della penisola. La strada costiera che da Valvettiturai corre a est fino a raggiungere il Point Pedro Lighthouse è uno degli itinerari più suggestivi di tutta la regione. Alla partenza da Jaffna, assicuratevi un posto lato finestrino! Questa strada costeggia il mare e si snoda accanto ad acque color acquamarina che si infrangono sugli scogli a riva. Nelle belle giornate di sole, è possibile intravedere la barriera corallina al largo della costa.

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Il bus attraversa molti villaggi di pescatori. Sarà facile notare i pesci appesi al sole ad essiccare.
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La città deve il suo nome alla storpiatura del portoghese Ponta das Pedras che letteralmente significa “punta di pietra”. Il suo nome Tamil è Paruthithurai che vuol dire “porto del cotone”. Intorno a Point Pedro infatti è fiorente la coltivazione del cotone, mentre in tutta la regione è molto diffusa la palma da zucchero, fondamentale per l’economia dell’area: il legno del tronco è usato come materiale per l’edilizia, le foglie vengono impiegate per la costruzione di tetti delle capanne nei villaggi, dalla fibra si ricavano corde e lacci, la linfa rappresenta una nutriente bevanda fresca o può essere fermentata e diventare un alcolico, le radici vengono ridotte in farina. Il cotone parte dal porto cittadino e raggiunge il sud dell’India dove viene smerciato. Il 26 dicembre 2004 Point Pedro fu letteralmente devastata dal maremoto che colpì l’Oceano Indiano.
Dalla stazione dei bus raggiungete a piedi il faro che si trova a circa 1,5 chilometri in direzione est. Da qui, passeggiate sulle bianche spiagge fino a raggiungere Manai Beach. Abbiate cura di potare con voi acqua e crema solare. Non troverete né negozi né ristoranti. Godetevi il canto dell’oceano, il sole e la tranquillità della spiaggia. Potrà capitarvi di non incontrare nessuno per chilometri!

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Il giorno dopo affittate una bicicletta e partite presto la mattina alla volta di Velanai. Quest’isola, a volte chiamata con il suo nome olandese Leiden o con il nome del villaggio che sorge sulla costa nord-orientale Kayts, è separata da Jaffna da una lunga e suggestiva strada rialzata che corre sull’oceano. E’ scarsamente popolata (prima di partire, mettete nello zaino cibo e bevande sufficienti per affrontare l’escursione) e vi permetterà di immergervi in una natura brulla e silenziosa.
Kayts è un malinconico villaggio che non offre molte attrattive. In passato, da qui, venivano imbarcati gli elefanti su grandi navi in legno alla volta dell’India. Il commercio di questi pachidermi era un’importane fonte di sostentamento per la penisola. Continuate a pedalare fino a raggiungere Chaatty Beach, una piccola spiaggia di sabbia bianca, poco frequentata. Godete di una tranquilla giornata al mare, quasi in solitaria.

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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano)

 

Su al nord, in viaggio verso Jaffna

C’è un treno notturno che parte da Colombo alle 21 di ogni sera e attraversa l’isola di Ceylon da sud a nord. Si viaggia con i finestrini abbassati e l’aria calda dei tropici accarezza i sogni dei pendolari. Il treno arriva di solito a Jaffna, nel profondo nord del paese, tra le 3 e le 5 del mattino. Non vi sarà possibile ottenere un orario di arrivo più preciso dal personale in servizio. Ogni corsa in treno è un viaggio a sé, con ritardi, imprevisti e incidenti di percorso. Questa spiegazione è probabilmente una bella metafora di vita e un prezioso invito alla calma, tuttavia da buona occidentale abituata a correre e a pianificare le giornate nei minimi dettagli non l’ho trovata soddisfacente, almeno non lì sul momento.
Il nostro viaggio verso Jaffna inizia sotto i migliori auspici. Alle 21 di mercoledì 18 dicembre, in perfetto orario, ci lasciamo Colombo alle spalle. I biglietti di prima e seconda classe sono esauriti, così come i letti in cuccetta. Ci accomodiamo in terza classe, solo posti a sedere. Jaffna ci appare come un miraggio, alle 7 di mattina. Dieci ore di viaggio per coprire una distanza di appena 400 chilometri. Eppure questo spostamento lento mi è servito per fare pace con la fretta e con l’ansia di fare, per lasciare andare.
Jaffna è adagiata nella baia di Palk allo sbocco della laguna di Jaffna ed è capoluogo dell’omonimo distretto. E’ un importante porto commerciale e peschereccio.
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Da qui è passata la Storia. La città era conosciuta già nel II secolo a.C. ed era abitata da Tamil, tutt’oggi presenti. Ha vissuto le dominazioni coloniali, prima portoghesi, poi olandesi e infine inglesi. Più recentemente, è stata teatro degli scontri che videro  le Tigri Tamil (LTTE – Liberation Tigers of Tamil Eelam) lottare contro lo SLA (Sri Lanka Army) per l’indipendenza e la costituzione di uno stato indipendente chiamato Eelam (“Terra Preziosa”). La guerra, che ha dilaniato questa regione per tre decenni, si è conclusa appena 10 anni fa, nel 2009.  Jaffna ha subito anche ingenti danni provocati dal maremoto dell’Oceano Indiano nel dicembre 2004. Le coste orientali dell’isola di Ceylon furono le aree che subirono i danni più gravi.
Jaffna oggi è un importante centro di arte, creatività e cultura hindu. La città si sta molto lentamente aprendo al turismo e la vita sta tornando a scorrere con relativa normalità.
Affitate una bicicletta e iniziate a esplorare i dintorni. Il traffico è pressoché inesistente. Mezza giornata vi sarà sufficiente a visitare tutte le attrattive cittadine. Cosa vedere a Jaffna:

  • Le rovine del Forte di Jaffna sorgono vicine alla laguna. L’edificio fu eretto dai portoghesi, espugnato poi dagli olandesi che lo trasformarono in una delle fortificazioni più imponenti di tutta l’Asia, per passare infine sotto il controllo degli inglesi. Durante la guerra per l’indipendenza Tamil, fu teatro di aspre battaglie e assedi. Si può salire sui bastioni e godere di una bella vista sulla città;

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  • La Jaffna Public Library fu uno dei primi edifici pubblici ad essere ricostruito al termine della guerra civile. Gli architetti che si sono occupati del progetto sono rimasti fedeli  al progetto originale dell’edificio, in stile moghul, del 1959. L’edificio precedente era andato distrutto a causa di un incendio, molto probabilmente doloso. Questo episodio risale al 1981 e fu uno degli eventi che portaro all’aquirsi delle tensioni e accellerò l’inizio degli scontri. I tamil interpretarono l’episodio come una vera e propria aggressione culturale. La biblioteca è visitabile tra le 16.30 e le 18;
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  • La bianca Torre dell’Orologio fu eretta nel 1875 per rendere omaggio al principe di Galles in visita alla città. Da notare la bella cupola moresca che richiama le architetture tipiche del nord Africa;
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  • Le chiese di St James (un bell’edificio classico eretto all’inizio del XIX secolo e ora in uso dagli anglicani) e Our Lady of Refuge (un bell’edificio bianco immerso nel verde) meritano una visita;

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  • Il Nallur Kandaswamy Kovil è un enorme tempio hinduista, cinto da mura dipinte a strisce verticali rosse e bianche e dominato da una torreggiante gopuram ricoperta d’oro. E’ uno dei più significativi luoghi di culto induisti dell’isola. Qui si venera Murugan alla cui effige, durante le chiassose puja (preghiere), vengono donate numerose offerte quali fiori, noci di cocco, incenso, cesti di frutta;

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  • Riposatevi all’Old Park, un verdeggiante parco ombreggiato da alberi secolari, eredità del dominio inglese. Qui troverete anche i resti dell’edifico che ospitava l’anagrafe e che andò distrutto durante la guerra;
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  • Lungo Point Pedro Road, a nord est del centro cittadino, sorgono i resti dell’Arco di Cankill Thoppu e il Mantiri Manai. Queste rovine sono tutto ciò che rimane dell’antico regno di Jaffna (ca XIII secolo). L’Arco con molta probabilità era uno degli ingressi che conducevano al palazzo reale. Restano invece dei dubbi sulla destinazione d’uso del Mantiri Manai. Probabilmente l’edificio veniva utilizzato per ospitare i ministri in visita. Il sito, ormai abbandonato e decadente, conserva un grande fascino. Merita una pedalata  fino a qui!

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    Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano)

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Quando il Mekong diventa Si Phan Don, perdersi per ritrovarsi in 4000 isole

Nell’estremo sud, al confine con la Cambogia, il Laos diventa la terra dei mangiatori di loto e fiorisce inaspettatamente in un meraviglioso arcipelago di migliaia di isole, adagiate sulle acque del Mekong. Siamo a Si Phan Don che, letteralmente, significa 4000 isole. Questa terra incantata vi ammalierà con la sua bellezza struggente, selvaggia, primitiva. Tutti i paesaggi che vi fermerete, stupiti, ad osserverete vi appariranno come uno scorcio da cartolina. Qui, più ancora che nel resto del paese, il tempo non esiste e la fretta è bandita.
In questo punto il Mekong raggiunge una larghezza di 14 chilometri, la massima ampiezza del suo lungo percorso che dall’altopiano tibetano si snoda per oltre 4.300 chilometri fino a confluire nel Mare Cinese del Sud. Durante la stagione secca, il fiume si ritira lasciando emergere centinaia o migliaia, se si annoverano nel conteggio anche le più piccole lingue di terra, di isole e isolette. Nella stagione delle piogge, circa la metà delle terre emerse viene sommersa dalle acque.
Le tre isole più visitate dai viaggiatori sono Don DetDon Khong e Don Khon. Sono le più grandi e sono permanenti. Ospitano villaggi di pescatori, risaie, piantagioni di canna da zucchero, strade e immancabili strutture ricettive. Ovunque sceglierete di fermarvi, troverete un’amaca ad aspettarvi, appesa su una terrazza che si affaccia sul fiume. Comodamente sdraiati, lasciandovi cullare, assisterete al sorgere e al tramontare del sole sul Mekong. E’ uno spettacolo da non perdere. La bellezza e l’immortalità della natura, l’alternarsi perenne del giorno e delle tenebre contemplato nel silenzio più totale, sapranno rigenererarvi e lenire qualche ferita dell’anima.

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Cosa fare alle 4000 isole?
Se siete amanti dello sport e delle attività all’aperto, potrete fare qualche escursione in kayak, andare a pescare, solcare il Mekong per cercare di avvistare i sempre meno numerosi delfini che popolano queste acque o ancora dedicarvi al tubing, un’insolita navigazione a bordo di camere d’aria. Il modo migliore per esplorare i dintorni è affittare una bicicletta. Non rischierete di perdervi. Esiste un’unica strada su ogni isola che corre lungo la costa e attraversa poi le campagne per ritornare, dopo un giro ad anello, da dove siete partiti. Le strade non sono asfaltate e sono popolate da animali che vagano liberi.
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Le isole di Don Det Don Khon sono unite da un ponte in muratura, eredità del colonialismo francese. L’isola di Khon ospita due belle cascate. Non mancate di visitarle.
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Le cascate di Tat Somphamit si trovano su Don Khon a circa 2 chilometri a valle del ponte francese. Sono immerse in un ampio parco e comprendono una serie di rapide impetuose. Sono note anche con il nome di Li Phi che significa “trappola degli spiriti” e allude al fatto che la gente del posto sia fermamente convinta che queste acque riescano ad intrappolare gli spiriti maligni di persone e animali deceduti. Tra le varie rapide, l’acqua ribolle sempre vorticosamente anche nella stagione di secca. Conquistate uno dei tanti punti panoramici, sedetevi qui e lasciate andare gli spiriti malvagi che infettano la vostra anima. Imprigionate tra queste rocce i brutti pensieri e proseguite poi verso l’estremità posteriore del parco. Appena sotto le cascate, scoverete una piccola spiaggia sabbiosa, la spiaggia di Li Phi completamente sommersa nel periodo delle piogge. I laotiani non osano bagnarsi in questo tratto di fiume, timorosi di imbattersi in qualche spirito malvagio. Se siete impavidi, tuffatevi prestando però molta attenzione alle forti correnti.

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Dalla parte opposta dell’isola, molto isolate, sorgono le cascate di Khon Pa Soi. Per raggiungerle, è necessario oltrepassare a piedi un grande e spaventoso ponte in legno sospeso per l’isola di Don Po Soi. Una volta dall’altra parte, proseguite lungo un minuscolo sentiero sconnesso e dopo 200 metri sarete giunti alla meta. Queste cascate sono imponenti, ma molto poco frequentate. Vantano belle spiagge sabbiose, cristalline dove potrete distendervi e fare una placida nuotata in solitaria.

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Riprendete le biciclette e continuate a scoprire i dintorni, peregrinando senza destinazione e fermandovi qua e là dove scoverete una piccola spiaggia isolata o uno scorcio di natura che vi affascinerà. Nelle ore più calde del giorno, noterete molte bufale transumare verso il Mekong e immergersi lentamente nel fiume. Resteranno a mollo fino a quando il sole non tramonterà. Trovare il proprio posto del cuore su queste isole è facile, tanto quanto è difficile riprendere il traghetto per la terra ferma e lasciare Si Phan Don.

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Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Benvenuti in paradiso! Angkor è a tutti gli effetti la rappresentazione terrena del Monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il Monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità.
I templi di Angkor vi lasceranno letteralmente senza parole. Sono uno di quei luoghi senza tempo, magnifici, imponenti, eterni che il genio umano è riuscito a creare e a consegnare alla collettività. Essere qua significa ammirare e omaggiare la grandezza dell’uomo. Probabilmente la visita ad Angkor vale da sola il viaggio in Cambogia. Avevo grandi aspettative che sono state mantenute ampiamente e superate.
Le centinaia di templi che sono giunti fino ai nostri giorni non sono che una parte dell’enorme centro politico, religioso e sociale dell’antico impero khmer cambogiano che attraversò sei secoli (dall’802 al 1432 d.C.). In questa lunga fase vennero eretti i templi di Angkor e l’impero khmer si impose come una delle grandi potenze del Sud-est asiatico. Ai tempi dello splendore massimo Angkor era abitata da un milione di persone. Nello stesso periodo Londra era una cittadina di appena 50 mila abitanti. Gli edifici pubblici, le abitazioni e i palazzi erano costruiti in legno e non esistono più ormai da molto tempo. A noi sono giunti gli splendidi templi perché solo agli dei era riservato il privilegio di abitare in dimore eterne erette in pietra o mattoni.
I re di Angkor si proclamarono devaraja (dio-re), rappresentanti terreni delle divinità hindu e furono costruttori infaticabili. Ogni sovrano sfidava idealmente i suoi predecessori e cercava di erigere il tempio più spettacolare della valle.
Esploratori occidentali “scoprirono” Angkor solo nel XIX secolo. Oggi la foresta ha parzialmente ripreso possesso dell’area creando uno spettacolo di una bellezza struggente. Dal 1992 il sito è iscritto nell’elenco dei beni patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Da non perdere
Il tempo minimo per visitare Angkor è tre giorni e dopo non vorrete più andare via! Scaricate sul vostro smartphone le mappe offline del sito e costruite il vostro itinerario. Potete seguire il Piccolo o il Grande Circuito (due tour all’interno del sito che partono entrambi da Angkor Wat) o fare un giro completamente ideato da voi. In ogni caso non potete mancare di visitare:

  • Angkor Wat, l’edificio di culto più grande al mondo e millenario esempio di devozione agli dei. Venite qui alle 5 di mattina, prendete posto nell’ampio prato davanti e aspettate il sorgere del sole;
  • Angkor Thom, la Grande Città, l’ultima magnifica capitale dell’impero khmer. Concedetevi una lunga passeggiata senza fretta tra i suoi spettacolari monumenti;
  • il Bayon nel cuore di Angkor Thom. Ammirate le sue 54 torri decorate da 216 giganteschi volti di Avalokiteshvara che vi sorrideranno dall’alto;
  • i raffinati bassorilievi di Angkor Wat e del Bayon;
  • il Ta Prohm, un tempio che sembra appartenere al mondo delle favole. Contemplate la fitta vegetazione che sta riprendendo possesso del luogo e le radici degli alberi che stringono l’edificio in una stretta morsa;
  • il Pre Rup, in mattoni rossi e luogo ideale dove ammirare il tramonto sulla valle;
  • il Prasat Kravan, scoprite la storia del nano Vamana (Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo)
  • i siti angkoriani più remoti (Banteay Srei, Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker).

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Angkor in solitaria
Ebbene si, visitare Angkor in solitaria è impossibile. Il sito attira milioni di turisti ogni anno e risulta piuttosto affollato in alta stagione. Ma non scoraggiatevi, vale la pena sopportare la ressa! Ricordate le dimensioni: i templi più noti si concentrano in un’area di circa 15 per 7 km a nord di Siem Reap, ma l’intero parco archeologico di Angkor si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.
Se volete visitare i templi al meglio, cercate di mettere in pratica qualche accortezza. Molti turisti vanno a vedere l’alba ad Angkor ma subito dopo fanno ritorno in albergo per fare colazione. Approfittatene! Portatevi colazione al sacco e iniziate a visitare appena sorto il sole. Anticipate il vostro pranzo e visitate tra le ore 12 e le 14 quando la maggior parte dei turisti è a tavola. E quando proprio non ne potrete più, inforcate le biciclette e dirigetevi lontano dal centro alla scoperta dei templi più remoti. Ricordate che nessuno, ma proprio nessuno, può rubarvi la bellezza dell’alba o di un tramonto. Quindi sopportate i turisti temporanei e concentratevi sull’eternità della natura.

Alcune informazioni utili e qualche consiglio

  • I biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor! Dovrete arrivare qui già con i biglietti. Acquistateli in anticipo. La biglietteria si trova a Siem Reap in Street 60. In alternativa comprateli online;
  • Potrete scegliere tra biglietti con diverse validità: 1 giorno, 3 giorni o 7 giorni. In caso di smarrimento, i biglietti vanno acquistati nuovamente;
  • Portate i biglietti sempre con voi! Vi verrà chiesto di esibirli quando accederete al sito e all’ingresso di ogni tempio. Ai visitatori trovati sprovvisti di biglietto all’interno dei templi sarà comminata una multa di 100$;
  • Vestitevi in modo rispettoso, state visitando dei templi! Non vi sarà permesso di accedere agli edifici con gonne o pantaloncini sopra al ginocchio o con maglie senza maniche. Portate con voi una sciarpa da usare all’occorrenza;
  • Ci sono eccellenti servizi igienici dislocati su tutto il sito. L’utilizzo è gratuito per i possessori del biglietto per Angkor. Usateli! Ovunque troverete cestini per la raccolta dell’immondizia. Usateli!;
  • Se visitate i templi di Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker non abbandonate i sentieri ufficiali e non inoltratevi nella foresta. I siti sono stati completamente sminati, ma è consigliata prudenza;
  • Non acquistate souvenir dai bambini che incontrerete. Non favorite l’accattonaggio e lo sfruttamento dei bambini;
  • Non acquistate reliquie o copie di reliquie. Non favorite in alcun modo il trafugamento dai templi di reliquie antiche;
  • Non tutti i templi sono aperti prima dell’alba o fin dopo il tramonto. Se volete ammirare il sole sorgere o tramontare ad Angkor, assicuratevi in anticipo di aver selezionato l’edificio che fa al caso vostro;
  • Su molti edifici è possibile arrampicarsi fino in cima. Salite solo sugli edifici dove è consentito farlo e dagli accessi preposti;
  • Siate pellegrini! Il mezzo migliore per visitare Angkor è la bicicletta. Affittatela a Siem Reap (vi costerà 2$ al giorno) e recatevi ad Angkor in bici percorrendo Charles De Gaulle Blv. La bicicletta è di gran lunga la scelta migliore: è il mezzo più economico, quello meno inquinante (impegnatevi a salvaguardare Angkor, anche l’ambiente vi ringrazierà), il più lento (non è sufficiente visitare i templi, godetevi anche il viaggio tra un sito e l’altro e la bellezza della foresta selvaggia), il più flessibile e agile. Scegliete di pedalare! Le strade sono asfaltate, ombreggiate e completamente in piano. In alternativa potete affittare bici elettriche. Sono presenti molti punti ricarica;
    Muniti di una torcia arriverete ad Angor Wat in bici prima dell’alba senza fatica. Non date retta a chi vi dirà che la mattina è troppo buio per pedalare, tempo un paio di minuti e vi offrirà una corsa sul tuk tuk di un amico ad un prezzo stracciato. Ancora una volta, scegliete di pedalare!

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    Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

Un tuffo nel Mekong

Kratié è una tranquilla cittadina fluviale adagiata sulle rive del Mekong. Dopo il caos di Phnom Penh ci siamo rifugiati qui per godere della natura e ammirare meravigliosi tramonti sul fiume maestoso e imponente. Ieri pomeriggio, per pochi dollari, mio marito ed io abbiamo affittato una bici e ci siamo diretti verso Kampi, un villaggio a 16 km circa da Kratie.

Non potete sbagliarvi: c’è un’unica strada che collega i due paesi. Corre parallela al Mekong e attraversa una natura rigogliosa e piccoli villaggi rurali. Sarete l’attrazione dei bambini che vi correranno incontro per gridarvi “Hello” e i più audaci vi chiederanno anche “What’s your name?”. Riempitevi gli occhi di bellezza, natura e dei colori del tramonto sul fiume. Una gita romantica e appagante. Quanti tramonti ho visto quest’anno? Quante volte mi sono alzata presto per ritrovare la pace davanti al sorgere del sole? Sotto quanti cieli stellati ho sognato? Probabilmente il senso di estraneità e smarrimento che coglie più o meno tutti quando siamo soffocati dalla routine quotidiana nelle nostre belle città europee, intenti a correre fare lavorare, arriva da qua. Da un allontanamento dalla natura, dai suoi ritmi, dalla sua meraviglia. Contemplare l’incanto del creato aiuta a sentirsi parte del tutto e a riordinare priorità e paure.

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Oggi la giornata era calda e perfetta per un’escursione in kayak sul Mekong. Non fate come me! Prima di partire acquistate una crema solare. Saranno pochi dollari decisamente ben spesi.

Se siete interessati all’avvistamento delle orcelle o delfini dell’Irrawaddy recatevi a Kampi e qui affittate un kayak. Se preferite una gita organizzata, non vi sarà difficile trovarne una. Le orcelle sono delfini di acqua dolce, di colore blu scuro o grigio, che possono raggiungere i 2,75 mt di lunghezza. Hanno una fronte sporgente e rotonda e piccole pinne dorsali. Nonostante l’introduzione di rigide misure per proteggere la specie, sono a rischio estinzione e si stima che nel tratto del Mekong tra Kratié e il confine laotiano vivano appena 85 esemplari. Durante il regime dei Khmer rossi molte orcelle furono uccise per ricavare olio da bruciare nelle lampade per sopperire alla mancanza di elettricità.
Non credo l’avvistamento dei delfini dell’Irrawaddy valga l’escursione in kayak: se sarete fortunati ne vedrete alcuni, in lontananza, per pochi secondi appena. Ma navigare il Mekong, contemplarne la potenza, fermarsi su un banco di sabbia in mezzo al fiume e tuffarvi in acqua vi ripagherà.

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Foto di Emiliano Allocco