Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Benvenuti in paradiso! Angkor è a tutti gli effetti la rappresentazione terrena del Monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il Monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità.
I templi di Angkor vi lasceranno letteralmente senza parole. Sono uno di quei luoghi senza tempo, magnifici, imponenti, eterni che il genio umano è riuscito a creare e a consegnare alla collettività. Essere qua significa ammirare e omaggiare la grandezza dell’uomo. Probabilmente la visita ad Angkor vale da sola il viaggio in Cambogia. Avevo grandi aspettative che sono state mantenute ampiamente e superate.
Le centinaia di templi che sono giunti fino ai nostri giorni non sono che una parte dell’enorme centro politico, religioso e sociale dell’antico impero khmer cambogiano che attraversò sei secoli (dall’802 al 1432 d.C.). In questa lunga fase vennero eretti i templi di Angkor e l’impero khmer si impose come una delle grandi potenze del Sud-est asiatico. Ai tempi dello splendore massimo Angkor era abitata da un milione di persone. Nello stesso periodo Londra era una cittadina di appena 50 mila abitanti. Gli edifici pubblici, le abitazioni e i palazzi erano costruiti in legno e non esistono più ormai da molto tempo. A noi sono giunti gli splendidi templi perché solo agli dei era riservato il privilegio di abitare in dimore eterne erette in pietra o mattoni.
I re di Angkor si proclamarono devaraja (dio-re), rappresentanti terreni delle divinità hindu e furono costruttori infaticabili. Ogni sovrano sfidava idealmente i suoi predecessori e cercava di erigere il tempio più spettacolare della valle.
Esploratori occidentali “scoprirono” Angkor solo nel XIX secolo. Oggi la foresta ha parzialmente ripreso possesso dell’area creando uno spettacolo di una bellezza struggente. Dal 1992 il sito è iscritto nell’elenco dei beni patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Da non perdere
Il tempo minimo per visitare Angkor è tre giorni e dopo non vorrete più andare via! Scaricate sul vostro smartphone le mappe offline del sito e costruite il vostro itinerario. Potete seguire il Piccolo o il Grande Circuito (due tour all’interno del sito che partono entrambi da Angkor Wat) o fare un giro completamente ideato da voi. In ogni caso non potete mancare di visitare:

  • Angkor Wat, l’edificio di culto più grande al mondo e millenario esempio di devozione agli dei. Venite qui alle 5 di mattina, prendete posto nell’ampio prato davanti e aspettate il sorgere del sole;
  • Angkor Thom, la Grande Città, l’ultima magnifica capitale dell’impero khmer. Concedetevi una lunga passeggiata senza fretta tra i suoi spettacolari monumenti;
  • il Bayon nel cuore di Angkor Thom. Ammirate le sue 54 torri decorate da 216 giganteschi volti di Avalokiteshvara che vi sorrideranno dall’alto;
  • i raffinati bassorilievi di Angkor Wat e del Bayon;
  • il Ta Prohm, un tempio che sembra appartenere al mondo delle favole. Contemplate la fitta vegetazione che sta riprendendo possesso del luogo e le radici degli alberi che stringono l’edificio in una stretta morsa;
  • il Pre Rup, in mattoni rossi e luogo ideale dove ammirare il tramonto sulla valle;
  • il Prasat Kravan, scoprite la storia del nano Vamana (Quando si dice avere il mondo ai propri piedi: storia del nano Vamana, il dio dal passo lungo)
  • i siti angkoriani più remoti (Banteay Srei, Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Angkor in solitaria
Ebbene si, visitare Angkor in solitaria è impossibile. Il sito attira milioni di turisti ogni anno e risulta piuttosto affollato in alta stagione. Ma non scoraggiatevi, vale la pena sopportare la ressa! Ricordate le dimensioni: i templi più noti si concentrano in un’area di circa 15 per 7 km a nord di Siem Reap, ma l’intero parco archeologico di Angkor si estende su 400 km² e comprende siti come Kbal Spean, distante 40 km dalla zona centrale.
Se volete visitare i templi al meglio, cercate di mettere in pratica qualche accortezza. Molti turisti vanno a vedere l’alba ad Angkor ma subito dopo fanno ritorno in albergo per fare colazione. Approfittatene! Portatevi colazione al sacco e iniziate a visitare appena sorto il sole. Anticipate il vostro pranzo e visitate tra le ore 12 e le 14 quando la maggior parte dei turisti è a tavola. E quando proprio non ne potrete più, inforcate le biciclette e dirigetevi lontano dal centro alla scoperta dei templi più remoti. Ricordate che nessuno, ma proprio nessuno, può rubarvi la bellezza dell’alba o di un tramonto. Quindi sopportate i turisti temporanei e concentratevi sull’eternità della natura.

Alcune informazioni utili e qualche consiglio

  • I biglietti per Angkor non si acquistano ad Angkor! Dovrete arrivare qui già con i biglietti. Acquistateli in anticipo. La biglietteria si trova a Siem Reap in Street 60. In alternativa comprateli online;
  • Potrete scegliere tra biglietti con diverse validità: 1 giorno, 3 giorni o 7 giorni. In caso di smarrimento, i biglietti vanno acquistati nuovamente;
  • Portate i biglietti sempre con voi! Vi verrà chiesto di esibirli quando accederete al sito e all’ingresso di ogni tempio. Ai visitatori trovati sprovvisti di biglietto all’interno dei templi sarà comminata una multa di 100$;
  • Vestitevi in modo rispettoso, state visitando dei templi! Non vi sarà permesso di accedere agli edifici con gonne o pantaloncini sopra al ginocchio o con maglie senza maniche. Portate con voi una sciarpa da usare all’occorrenza;
  • Ci sono eccellenti servizi igienici dislocati su tutto il sito. L’utilizzo è gratuito per i possessori del biglietto per Angkor. Usateli! Ovunque troverete cestini per la raccolta dell’immondizia. Usateli!;
  • Se visitate i templi di Kbal Spean, Phnom Kulen, Koh Ker non abbandonate i sentieri ufficiali e non inoltratevi nella foresta. I siti sono stati completamente sminati, ma è consigliata prudenza;
  • Non acquistate souvenir dai bambini che incontrerete. Non favorite l’accattonaggio e lo sfruttamento dei bambini;
  • Non acquistate reliquie o copie di reliquie. Non favorite in alcun modo il trafugamento dai templi di reliquie antiche;
  • Non tutti i templi sono aperti prima dell’alba o fin dopo il tramonto. Se volete ammirare il sole sorgere o tramontare ad Angkor, assicuratevi in anticipo di aver selezionato l’edificio che fa al caso vostro;
  • Su molti edifici è possibile arrampicarsi fino in cima. Salite solo sugli edifici dove è consentito farlo e dagli accessi preposti;
  • Siate pellegrini! Il mezzo migliore per visitare Angkor è la bicicletta. Affittatela a Siem Reap (vi costerà 2$ al giorno) e recatevi ad Angkor in bici percorrendo Charles De Gaulle Blv. La bicicletta è di gran lunga la scelta migliore: è il mezzo più economico, quello meno inquinante (impegnatevi a salvaguardare Angkor, anche l’ambiente vi ringrazierà), il più lento (non è sufficiente visitare i templi, godetevi anche il viaggio tra un sito e l’altro e la bellezza della foresta selvaggia), il più flessibile e agile. Scegliete di pedalare! Le strade sono asfaltate, ombreggiate e completamente in piano. In alternativa potete affittare bici elettriche. Sono presenti molti punti ricarica;
    Muniti di una torcia arriverete ad Angor Wat in bici prima dell’alba senza fatica. Non date retta a chi vi dirà che la mattina è troppo buio per pedalare, tempo un paio di minuti e vi offrirà una corsa sul tuk tuk di un amico ad un prezzo stracciato. Ancora una volta, scegliete di pedalare!

    Questo slideshow richiede JavaScript.

    Foto di Emiliano Allocco (link a Flickr)

Un tuffo nel Mekong

Kratié è una tranquilla cittadina fluviale adagiata sulle rive del Mekong. Dopo il caos di Phnom Penh ci siamo rifugiati qui per godere della natura e ammirare meravigliosi tramonti sul fiume maestoso e imponente. Ieri pomeriggio, per pochi dollari, mio marito ed io abbiamo affittato una bici e ci siamo diretti verso Kampi, un villaggio a 16 km circa da Kratie.

Non potete sbagliarvi: c’è un’unica strada che collega i due paesi. Corre parallela al Mekong e attraversa una natura rigogliosa e piccoli villaggi rurali. Sarete l’attrazione dei bambini che vi correranno incontro per gridarvi “Hello” e i più audaci vi chiederanno anche “What’s your name?”. Riempitevi gli occhi di bellezza, natura e dei colori del tramonto sul fiume. Una gita romantica e appagante. Quanti tramonti ho visto quest’anno? Quante volte mi sono alzata presto per ritrovare la pace davanti al sorgere del sole? Sotto quanti cieli stellati ho sognato? Probabilmente il senso di estraneità e smarrimento che coglie più o meno tutti quando siamo soffocati dalla routine quotidiana nelle nostre belle città europee, intenti a correre fare lavorare, arriva da qua. Da un allontanamento dalla natura, dai suoi ritmi, dalla sua meraviglia. Contemplare l’incanto del creato aiuta a sentirsi parte del tutto e a riordinare priorità e paure.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Oggi la giornata era calda e perfetta per un’escursione in kayak sul Mekong. Non fate come me! Prima di partire acquistate una crema solare. Saranno pochi dollari decisamente ben spesi.

Se siete interessati all’avvistamento delle orcelle o delfini dell’Irrawaddy recatevi a Kampi e qui affittate un kayak. Se preferite una gita organizzata, non vi sarà difficile trovarne una. Le orcelle sono delfini di acqua dolce, di colore blu scuro o grigio, che possono raggiungere i 2,75 mt di lunghezza. Hanno una fronte sporgente e rotonda e piccole pinne dorsali. Nonostante l’introduzione di rigide misure per proteggere la specie, sono a rischio estinzione e si stima che nel tratto del Mekong tra Kratié e il confine laotiano vivano appena 85 esemplari. Durante il regime dei Khmer rossi molte orcelle furono uccise per ricavare olio da bruciare nelle lampade per sopperire alla mancanza di elettricità.
Non credo l’avvistamento dei delfini dell’Irrawaddy valga l’escursione in kayak: se sarete fortunati ne vedrete alcuni, in lontananza, per pochi secondi appena. Ma navigare il Mekong, contemplarne la potenza, fermarsi su un banco di sabbia in mezzo al fiume e tuffarvi in acqua vi ripagherà.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Foto di Emiliano Allocco

Il mare blu della Provenza: in bici tra i campi di lavanda

Poter ammirare la fioritura della lavanda in Provenza era da sempre un mio desiderio. Era molto tempo ormai che questa meta compariva nelle prime posizioni della wish list dei viaggi che ogni anno stilo quando si fa gennaio e i buoni propositi fioriscono come promesse di felicità. Approfittando di un weekend lungo e della dolcezza di un’estate appena iniziata, mio marito ed io siamo partiti alla volta di Valensole. Un lungo viaggio in auto, generosamente ripagato dalla meta.
Valensole è un piccolo borgo di 3.000 anime situato nei pressi del fiume Durance, a poca distanza dalle Gole del Verdon. Deve la sua fama internazionale all’altopiano noto come Plateau di Valensole, un’area vasta e fertile ideale per la coltivazione della lavanda e dei girasoli. I numerosissimi campi lavandin regalano distese viola a perdita d’occhio. Uno spettacolo incantevole che dà il meglio di sé tra giugno e luglio, quando la fioritura della lavanda è all’apice e la sua raccolta ormai prossima.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Quando recarsi in Provenza per ammirare la lavanda in fiore?
La fioritura della lavanda parte da metà giugno e si prolunga fino ad agosto inoltrato. Varia notevolmente a seconda del tipo di pianta (lavande lavandin), dal clima, dall’altitudine e dalla latitudine. Recarsi in Provenza e mancare la fioritura della lavanda sarebbe un vero peccato. Prima di partire, informatevi! Ecco un paio di siti che potrebbero fare al caso vostro:

http://www.provenzafrancia.it/informazioni/la-lavanda/quando-trovare-la-lavanda-in-fiore/ (sito in italiano)

http://www.moveyouralps.com/en/routes-de-la-lavande/lavender-information-advices/lavender-blossoming-season (qui trovate una mappa molto utile e informazioni varie. Il sito è disponibile in inglese e francese)

Qual è il mezzo migliore per andare alla scoperta dei campi di lavanda attorno a Valensole?
Senza ombra di dubbio la bicicletta. Nulla è meglio per me della lentezza del viaggio, del sole sulla pelle, della possibilità di lasciare la strada principale e andare alla scoperta di campi nascosti percorrendo strade secondarie, spesso sterrate. In macchina forse coprirete distanze maggiori, ma volete mettere la meraviglia dei colori e dei profumi che inaspettatamente vi sorprenderanno? La bici è per certo il mezzo più agile. Non avrete alcun problema di parcheggio.
L’Ufficio Turistico di Valensole (lo trovate in centro, nei pressi della piazza principale dietro la fontana del 1700) vi fornirà un elenco di affitta-bici in zona e una mappa delle strade della lavanda. Vi è la possibilità di prendere a prestito bici elettriche che renderanno le vostre escursioni piacevoli ed estremamente facili. Affittate le bici prima del tramonto e godetevi lo spettacolo dell’imbrunire su la mer bleue de Provence. Da Valensole percorrete la strada che va verso Oraison o verso Manosque, troverete campi di lavanda ininterrotti.

ValensolePoimoissonSat

Se avete tempo recatevi a Brunet, proseguite poi per Puimoisson e da lì fate ritorno a Valensole. Un giro di 35 km circa che vi regalerà scorci incredibili (ecco la mappa del percorso). Vi fermerete spesso ad ammirare i campi di lavanda, di grano e di girasoli.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lavande o lavandin?
Valensole potrete visitare gratuitamente il Museo della Lavanda e scoprire quali sono le varie tipologie di piante, i loro utilizzi, le caratteristiche principali di ogni specie, la storia della lavanda in Provenza e il legame con Grasse. Se interessati trovate qualche informazione in più al seguente link: Lavanda e Lavandino

Questo slideshow richiede JavaScript.

Cosa acquistare in Provenza?
Non sono un’amante dello shopping in nessuna delle sue forme, ma vi garantisco che è quasi impossibile recarsi in Provenza e tornare a casa a mani vuote. Acquistate il miele alla Lavanda, non ve ne pentirete! Girando tra i campi, vedrete spesso cartelli con su scritto Miel. Andate direttamente in cascina e fate quattro chiacchiere con gli apicoltori.

DSC01997Potrete poi sbizzarrirvi ad acquistare profumi, saponi, creme, oli essenziali di lavande o lavandin, lavanda essiccata da mettere nei cassetti per profumare il bucato (la lavanda è un ottimo anti-tarme naturale). E perché no, approfittando di essere in Francia, fate scorta di formaggi di capra.

Questo slideshow richiede JavaScript.

I dintorni di Valensole: escursioni in giornata
Molte sono le gite che potrete fare in giornata nei dintorni di Valensole. A seguire un elenco delle mete da non perdere:
Abbazia di Nostra Signora di Sénanque: è un’abbazia cistercense fondata nel 1148. Sorge a pochi chilometri da Gordes ed è circondata da campi di lavanda. Da visitare il bel dormitorio, la chiesa e l’annesso chiostro. Buona parte di quanto è in vendita nel piccolo negozio dell’abbazia è prodotto dai monaci;
Manosque: mentre vi recate all’Abbazia di Sénanque fate tappa a Manosque e visitate il suo meraviglioso centro storico;
– Gole del Verdon: probabilmente il canyon più celebre d’Europa con pareti a strapiombo sul fiume Verdon alte fino a 1500 metri;
– Roussillon: il villaggio dell’ocra. Portate scarpe da ginnastica lavabili e poi avventuratevi tra i sentieri dell’ocra alla scoperta della leggenda che narra perché la terra attorno a Roussillon si tinse di rosso;
– Moustiers Sainte Marie: un incantevole villaggio arroccato tra due maestose rupi rocciose e attraversato da un vivace ruscello di montagna. Tra le rupi è appesa una misteriosa stella d’oro la cui leggenda riporta ai tempi delle crociate.
Tornerete dalla Provenza rigenerati. E’ un viaggio che consiglio caldamente.

Visitare Varsavia in bici

E alla fine è successo. Sono arrivata a Varsavia, da Danzica, in un caldo pomeriggio di metà giugno. Dopo aver trovato una sistemazione ed essermi liberata del bagaglio, sono uscita in esplorazione della città. Volutamente senza mappa e senza aver stabilito un itinerario. Libera dall’ansia di vedere, fotografare, andare veloce.
Ho girato senza meta, con lentezza, per scoprire colori, odori e l’anima di Varsavia. Ero a giro sul lungofiume che costeggia la Vistola quando un temporale inatteso si è rovesciato sulla città. Ho trovato riparo in un vicino sottopasso. E lì mentre osservavo la maestosità della natura, mentre l’aria si profumava di pioggia all’improvviso sono diventata nessuno. Sentivo il rumore della pioggia e non sentivo più il peso di essere io. Per un attimo mi sono liberata di me, ho dimenticato chi sono e che ruolo temporaneamente ricopro nel mondo e mi sono fatta pioggia, mondo, tutto.
Mentre la mente vagava libera, mi sento chiamare. Sono i miei compagni d’attesa. Intavoliamo una conversazione maccheronica e, chiacchierando, inganniamo il tempo. Un momento prezioso. E quando finalmente le nuvole smettono di lacrimare, leggera mi dirigo verso casa.
Il giorno dopo comincia presto. Affitto una bicicletta e sfreccio da un quartiere all’altro di Varsavia. Per chi capitasse a giro da queste parti, consiglio di usare il servizio pubblico di noleggio biciclette (www.veturilo.waw.pl). E’ necessario registrarsi (l’operazione non vi ruberà più di un paio di minuti) e potrete usare, a prezzi modici, le bici dislocate in numerosi punti della città. Esiste ovviamente anche una app che vi renderà la vita ancora più facile.
Il mio giro prende avvio dalla Colonna di Sigismondo III Vasa nella Città Vecchia, un piccolo quartiere che ospita numerosi siti di interesse storico e una meravigliosa piazza, molto animata. Il quartiere, all’apparenza antico, è in realtà stato ricostruito di recente. Al termine del secondo conflitto mondiale, Varsavia era un cumulo di macerie: dopo l’insurrezione del 1944 i tedeschi rasero al suolo la città. Si stima che nel 1945 solo il 15% degli edifici fosse ancora in piedi. Si contarono 800.000 morti su una popolazione di 1,3 milioni. Si pensò addirittura di spostare la capitale altrove, ma alla fine si optò per la ricostruzione. Si fece ricorso a disegni, fotografie, quadri (alcuni dei quali dipinti da Canaletto e ancora oggi esposti presso il Castello Reale) e si riedificò la Città Vecchia. I lavori durarono dal 1949 al 1963 e si rivelarono così accurati che l’UNESCO decise nel 1980 di elevare il quartiere a Patrimonio dell’Umanità.
Proseguo visitando la Città Nuova e la Cittadella, una massiccia fortezza in mattoni rossi affacciata sulla Vistola ed eretta per volere dello zar dopo l’insurrezione di Varsavia del 1830. Qui svetta l’imponente Brama Stracen, una massiccia porta che divenne il luogo delle esecuzioni capitali per i prigionieri politici.
A sud della Città Vecchia vale la pena fermarsi a visitare l’Università di Varsavia, la Chiesa della Santa Croce dove, in una piccola urna, riposano i resti del cuore di Frédéric Chopin fatti appositamente rientrare da Parigi e Palazzo Radziwitt, il palazzo presidenziale dove nel 1955 venne firmato il Patto di Varsavia che, durante la Guerra Fredda, sancì l’alleanza tra i paesi del blocco sovietico in contrapposizione alla NATO.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Forse non tutti ricordano che Madame Curie, al secolo Marie Sklodowska, nacque a Varsavia in ulica Freta nel 1867. A lei, vincitrice di due premi Nobel per la fisica e per la chimica per aver scoperto il radio e il polonio, la città ha dedicato una statua e un piccolo museo.
Sempre a Varsavia, poco distante dalla chiesa della Santa Croce, si può ammirare un bel monumento ad un altro figlio illustre del paese, Niccolò Copernico.
Se vi avanza del tempo e avete ancora voglia di pedalare, potete perdervi tra i viali lussureggianti di vegetazione dei Giardini Sassoni e andare al di là della Vistola per visitare il sobborgo Praga, storicamente abitato da operai e indigenti. Il quartiere sta vivendo una lenta ascesa anche grazie ad artisti, musicisti e imprenditori che qui si sono trasferiti attratti dagli edifici prebellici e dai bassi canoni di affitto.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Non mancate di visitare quel che rimane dell‘Antico Ghetto Ebraico. Varsavia prima del 1939 ospitava una fiorente comunità ebraica (380.000 persone). Recatevi all’unica Sinagoga (Nozyk) sopravvissuta e rivivete la storia del ghetto, dell’insurrezione di Varsavia e degli ebrei polacchi presso i musei di questo quartiere.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Infine fate come me e concludete il vostro giro di Varsavia salendo in l’ascensore (a questo punto vi assicuro che sarete stanchi!) al 30esimo piano del Palazzo della Cultura e della Scienza, un brutto edificio eretto agli inizi degli anni ’50 e donato dall’Unione Sovietica alla Polonia in segno di amicizia.
Da qua si scorgono innumerevoli palazzoni sovietici edificati dalle autorità a partire dal 1945 per fornire case alla popolazione dopo la guerra e qualche grattacielo di recente costruzione. Di certo non si gode di un panorama mozzafiato, ma si può “vedere” la Storia recente della città.

B-day: al Bicerin e al Balôn in bici

Se si è in cerca di buone idee per trascorrere un sabato, di seguito ne troverete, almeno spero, qualcuna.
Un paio di settimane fa mio marito ed io siamo capitati a giro per Torino, con le bici appresso. Eravamo alla ricerca di ristoro e di una gratificazione per celebrare la fine della settimana lavorativa. Senza indugi ci siamo recati al Caffè al Bicerin (http://www.bicerin.it/), in piazza della Consolata 5 nel cuore del Quadrilatero Romano, il quartiere vecchio di Torino. Questa caffetteria storica, la cui costruzione risale al 1763, è passata alla storia per avere inventato il Bicerin (bicchiere, in piemontese), una bevanda a base di caffè, cioccolata calda fondente e crema di latte.

Varcare la soglia del locale significa fare un viaggio indietro nel tempo: tutti gli arredi di questa minuscola caffetteria sono originali della metà dell’Ottocento: potrete ammirare specchi antichi, boiserie a semplici partiture, pochi tavolini in marmo bianco, un vecchio bancone in legno arricchito da contenitori in vetro ripieni di colorate caramelle e una porta d’ingresso in ferro battuto, ingentilita da tende ricamate.
Il tavolo d’angolo, entrando sulla sinistra, era solito essere occupato da Cavour. Una targa a ricordo commemora l’illustre avventore.

Da qui transitarono molti personaggi noti. Ricordiamo, tra gli altri, Alexandre Dumas padre che in una lettera datata 1852 raccomandava ad un amico il bicerin tra le cose da non perdere di Torino, Silvio Pellico, Giacomo Puccini che abitava nella vicinissima via S. Agostino, Friedrich Nietzsche che avrebbe esclamato, a proposito del bicerin, “Rovente, ma delizioso”, Maria José e Umberto II che si concedettero un ultimo bicerin prima di recarsi in esilio, Guido Gozzano, Italo Calvino e Mario Soldati.
Ordiniamo due bicerin e li gustiamo caldi. Un’esperienza deliziosa, da ripetere presto.
Se decidete di passare da qua, e ve lo consiglio, vi raccomando di gustare la celebre bevanda alla maniera di una volta: il bicerin non va mescolato. I tre ingredienti vengono versati bollenti in un piccolo bicchiere senza manico e non miscelati. A causa delle diverse temperature si stratificano e così vanno assaporati.

Ristorati siamo pronti per recarci al Balôn, lo storico e pittoresco mercato delle pulci del capoluogo piemontese ospitato nel quartiere Aurora, più precisamente nel Borgo Dora a pochi passi dal vivace mercato di Porta Palazzo.
Il Balôn nacque a metà dell’Ottocento quando una delibera comunale del 1° luglio 1856 ufficializzava e formalizzava l’abitudine degli straccivendoli e dei robivecchi di riunirsi lungo le rive della Dora a far mercato. Più o meno nello stesso periodo nascevano altri celebri mercati delle pulci un po’ ovunque in Europa, Portobello Road a Londra, il Marcé aux Puces a Parigi, Porta Portese a Roma e la Fiera di Senigallia a Milano.
In quel periodo Torino viveva un momento di felice vivacità culturale ed economica e si apprestava a divenire la prima capitale del Regno d’Italia. Il mercato che si svolgeva lungo la Dora aveva principalmente la funzione di permettere ai contadini che affluivano in città dalle campagne del circondario di comperare oggetti usati a pochi soldi che, altrimenti, non avrebbero potuto acquistare nei negozi.
Su quale sia l’origine del nome Balôn non vi è ancora chiarezza. C’è chi sostiene che il nome derivi da vallone (il mercato sorgeva in un avvallamento che scende alla Dora), chi lo ricollega a pallone a causa di uno sferisterio nei pressi del mercato dove si tenevano partite di pallone elastico, chi ancora fa risalire il nome alla mongolfiera che da lontano segnalava il luogo del mercato dei cenci.
La scritta Balôn faceva e fa ancora oggi bella mostra di sé su un ampio magazzino dove sono stoccati mobili antichi e particolari d’epoca.

Vale sempre la pena di perdersi tra le vie di un qualche mercato a giro per il mondo. E il Balôn non fa eccezione. Vi sono botteghe antiquarie permanenti, piccoli bar e moderni ristoranti a sostituire le bettole frequentate un tempo dai contadini inurbati, case popolari ristrutturate e abbellite da vasi fioriti, oggetti della nonna, ninnoli e cartoline, borse, scarpe qualunque cosa possa venirvi in mente. Banchi con in vendita spezie, tè dal mondo e pane arabo ci riportano ai tempi moderni e provano quanto Torino sia  oggi una città cosmopolita. Avvicinandosi alla Dora i banchi di antichità cedono il posto a bancarelle di avventori avventizi, spesso senza licenza. Il Balôn è un piccolo mondo vivace, che evolve veloce pur rimanendo fedele alla sua idea originaria.
Spettacoli di saltimbanco e performance di artisti di strada allietano venditori e passanti.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Dal 1983 esiste un’associazione dei commercianti che cura, dal 1985, la gestione del Gran Balôn, un mercato specializzato dell’antiquariato che si svolge ogni seconda domenica del mese e che attira a Torino collezionisti da tutta Italia. Il prossimo si terrà domenica 14 maggio 2017 dalle ore 8 alle 18. L’associazione, dal maggio 2014, si interessa anche del Balôn del sabato, fornisce assistenza agli espositori e si occupa di permessi, autorizzazioni, assegnazione posti, consulenze e organizza manifestazioni ed eventi collaterali nell’area. Per maggiori informazioni: http://www.balon.it/
Una bella rappresentazione del Balôn si rintraccia tra le pagine de La donna della domenica di Carlo Fruttero e Franco Lucentini.
I mercati mi piacciono molto. Girare tra le bancarelle, curiosare, farsi imbonire, contrattare, fingere disinteresse, giocare al ribasso sono attività imprescindibili di un mercato che si rispetti. Ho girato a lungo tra le vie del Balôn. Non ero alla ricerca di nulla, ma ho finito con l’acquistare un macina pepe proprio come Anna Carla Dosio (che ho tenuto per me! Non avevo commissari a cui regalarlo) e tre fiori scolpiti nel legno, bagnati nell’argento, opera di Piero Fornasetti o almeno così ha spergiurato il venditore con il quale ho intrattenuto una fascinosa e lunga contrattazione.
Ora fanno bella mostra di sé in salotto in un vaso ottenuto dal riciclo creativo di una bottiglia di whiskey finita. Non potrei esserne più felice.

Sulle tracce di Pietro Fenoglio: cosa fare in un pomeriggio a Torino

Metti un pomeriggio a Torino, aggiungi una bicicletta, insegui le tracce di Pietro Fenoglio e la buona riuscita della giornata è assicurata! Il ventaglio di alternative che offre il capoluogo torinese è ampio. Se si hanno a disposizione alcune ore da spendere a Torino, qualcosa di interessante da fare lo si trova sempre.
La mia domenica è trascorsa alla scoperta del Liberty torinese e di alcune delle più belle opere di Pietro Fenoglio (1865-1925), architetto e ingegnere torinese considerato uno dei massimi interpreti del Liberty in Italia. Il capoluogo sabaudo fu travolto da una piacevole ondata Liberty nel ventennio a cavallo tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, il cosiddetto periodo della Bella Époque. La città era in fermento e aperta alle nuove tendenze europee grazie al clima culturale delle esposizioni internazionali.
La bicicletta resta uno dei mezzi di trasporto che preferisco, ecologico, veloce, salutare, sostenibile. Il giro proposto di seguito è fattibile anche a piedi e copre una distanza di circa 12 chilometri.
Sono giunta a Torino in treno con bici a seguito. Per chi preferisse, è possibile affittare una bicicletta direttamente a Torino (www.tobike.it).
Prima tappa della giornata San Salvario, quartiere storico e multietnico della Circoscrizione 8 di Torino.  Qui in via Giovanni Argentero, 4 si può ammirare il meraviglioso portone d’ingresso in ferro battuto di un caratteristico edificio che ricorda le case spagnole per l’uso delle maioliche colorate. L’edificio fu progettato da Pietro Fenoglio e il portone è soprannominato Portone del Melograno. Al suo interno sono scolpiti due alberi di melograno arricchiti da foglie verdi e frutti rossi, inseriti in una cornice a coda di pavone.

Riprese le biciclette, mio marito ed io dirigiamo verso le colline torinesi. Qui in corso Giovanni Lanza, 57 sorge Villa Scott, balzata agli onori della cronaca per essere stata la location scelta da Dario Argento per girate importanti scene di Profondo Rosso. E’ la villa del bambino urlante del film. L’edificio risale al 1902 e fu commissionato a Pietro Fenoglio da Alfonso Scott, ai tempi amministratore delegato della Rapid, un’azienda automobilista non più in attività. Dopo la scomparsa di Scott, la casa ospitò un collegio femminile e prese il nome di Villa Fatima. Ai tempi delle riprese di Profondo Rosso, l’edificio era ancora adibito a collegio. Per poter girare, la produzione si offrì di pagare un soggiorno a Rimini alle suore e alle ragazze per tutta la durata delle riprese.
Villa Scott è un mix di liberty e neobarocco. Ha una pianta articolata, è un’esplosione di logge, bovindi, vetrate colorate e preziosi dettagli floreali. Oggi è proprietà privata e non più visitabile all’interno.
Sicuramente siete più preparati di me in campo architettonico, ma nel caso fosse sfuggito anche a voi un bovindo è una finestratura i cui infissi e vetrate non sono allineate al muro dell’edificio ospitante, ma risultano seguire un percorso ad arco orizzontale aggettante dalla muratura. Il termine deriva dall’italianizzazione della locuzione inglese bow window (finestra ad arco). Per fortuna, ho un fratello designer appassionato di architettura!

In bici velocemente attraversiamo Torino, riempendoci gli occhi bellezza. Torino vista dalla collina è di una bellezza disarmante.

DSC00323

Raggiungiamo il quartiere Cit Turin, all’incrocio tra corso Francia e via Principi d’Acaja, appena dietro piazza Statuto. Qui sorgono molti edifici in stile Liberty.
Percorriamo corso Francia dove al civico 8/B sorge la Palazzina Raby, edificio progettato da Pietro Fenoglio nel 1901 che oggi ospita la sede dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri della provincia di Torino. La costruzione, rispetto al progetto originale, presenta numerose varianti riconducibili all’esecuzione del progetto affidata all’ingegner Gottardo Gussoni (1869 – 1951). Fenoglio e Gussoni si ispirano a due correnti differenti del liberty europeo, rispettivamente quello belga di Hortas e quello francese di Guimard.

Un paio di edifici più in là sorge Casa Fenoglio – La Fleur, progettata tra il 1902 e il 1903 da Pietro Fenoglio. La struttura doveva ospitare lo studio privato dell’architetto e fu concepita come un vero e proprio manifesto del Liberty italiano. Tuttavia Fenoglio abitò qui per pochi anni. Successivamente la casa venne messa in vendita e fu acquistata dall’imprenditore francese La Fleur (da qui il nome Casa Fenoglio – La Fleur).
La villa divenne nota a livello internazionale perché Fenoglio molto si spese affinché l’edificio rispettasse fedelmente i dettami del Liberty belga e francese e ogni dettaglio è un chiaro rimando all’art nouveau. L’attenzione ai particolari è altissima: da notare i balconi lavorati in ferro battuto, l’incantevole vetrata policroma, il bovindo, i fregi floreali ad adornamento della facciata.

Al civico 32 di corso Francia svetta Casa Macciotta, anch’essa progettata da Pietro Fenoglio e costruita nel 1904, ottimo esempio di come sia possibile trovare originali soluzioni liberty a costi contenuti per case di grandi volumetrie. L’edificio ha un affaccio angolare. L’angolo è smussato (come lo è in Villa La Fleur), evidenziato da un terrazzo a gazebo e da un abbaino a coronamento con fregi in cemento e ferro battuto. Da notare le tapparelle nell’affaccio in via Bagetti e la copertura del meccanismo di avvolgimento.

Dall’altro lato della strada (corso Francia, 23) si erge, trionfale, il Palazzo della Vittoria più noto come Casa dei Draghi, singolare edificio voluto dal Cavaliere del Lavoro Giovanbattista Carrera per celebrare la vittoria dell’Italia al termine del primo conflitto mondiale. Il progetto fu affidato all’ingegner Gottardo Gussoni e ultimato nel 1922. Suggestivo mix di stili, neogotico alla francese e liberty all’italiana, il palazzo si sviluppa su cinque piani. Il suggestivo portone d’ingresso, l’atrio interno, la torretta merlata e le balaustre dei balconi si rifanno al gotico. Le linee sinuose del palazzo e le vetrate sono un chiaro rimando al liberty.
Ai lati del portone principale fanno bella mostra di sé due draghi alati, allegoria della potenza dell’Italia al termine della grande guerra. Il tema del drago ritorna in tutto l’edificio. Lo stemma della famiglia Carrera sormonta il portone. Un edificio suggestivo che merita una visita.

Cuore del quartiere Cit Turin sono i Giardini Luigi Martini, più noti con il nome di piazza Benefica. In questo spiazzo, fino agli anni ’50, operava un’associazione caritatevole, la Benefica appunto. La piazza, dal lunedì al sabato, è teatro di un noto mercato delle firme. Qui si possono trovare abiti e accessori griffati, nuovi, pezzi di campionario e articoli vintage. Sulla piazza si affaccia la bellissima chiesa di Gesù Nazareno che si fa d’oro quando colpita dai raggi del sole. Appena dietro piazza Benefica, in via Susa 12/14, si trova lo studio del pittore italiano Ugo Nespolo (www.nespolo.com)

Ecco le tappe di questo giro:

giro ad anello vero

A onor del vero, prima di dirigerci verso Villa Scott, mio marito ed io abbiamo fatto tappa al Parco del Valentino, al Giardino Botanico e al Borgo Mediovale. Ma questo è tutto un altro post! Ne parleremo più avanti. Per ora lascio alcuni scatti, da approfondire in seguito.

 

A piedi nudi in riva al mare, in bicicletta nelle campagne intorno a Hoi An

Se dovessi descrivere la giornata odierna usando un solo aggettivo sceglierei umida.
Incuranti delle previsioni del tempo e dei consigli della receptionist dell’albergo, abbiamo preso in affitto due biciclette e ci siamo lanciati nell’esplorazione dei dintorni di Hoi An.
Un cielo grigio, carico di pioggia, ci sovrasta. Pazienza! Chissà se mai torneremo, non possiamo lasciarci intimidire. Pedalare sotto la pioggia è romantico, soprattutto al cinema, comodamente seduti in sala. Nel mondo al di qua dello schermo, la poesia viene meno. Per fortuna ci vengono in soccorso le mantelline in vendita dagli ambulanti lungo la via. Per pochi spiccioli ne acquistiamo due con cappuccio, ampie maniche con elastico ai polsi, lunghe fino al ginocchio: rosa la mia, verde acido fosforescente quella di mio marito. E’ andata decisamente peggio a lui.
A 5 km da Hoi An, in direzione est, dopo un susseguirsi di risaie verdeggianti, si arriva al mare, oggi in burrasca, agitato, bianco di schiuma. Sfoga la sua potenza ed è di una bellezza struggente. In spiaggia, in una giornata come questa, ci siamo solo io e il marziano in mantellina verde. Tutta questa meraviglia è per noi.
Ci togliamo le scarpe e passeggiamo a piedi nudi nell’acqua. La pioggia ci concede una tregua. Mi distraggo un attimo e un’onda mi sorprende, travolgendomi fino alla vita. Nulla da fare, oggi va così.
Dopo un veloce pranzo a base di cao lau, ci lanciamo alla scoperta della periferia a ovest di Hoi An. Pedaliamo fino a raggiungere il piccolo villaggio d Thanh Ha, rinomato per la sua lunga tradizione di produzione della ceramica. Decidiamo di tornare in città, la pioggia è battente ora. Troviamo rifugio in una sala da tè.
Dopo un’ora il cielo sembra aprirsi e la pioggia scomparire. Ci avventuriamo verso sud. Pedaliamo senza meta riempendoci gli occhi di paesaggi, risaie, minuscoli villaggi. Le strade sono piccole, spesso sterrate, le case sono povere, gli animali girano liberi per le vie, le immondizie sono abbandonate qua e là disordinatamente. Non deve essere zona turistica perché tutti ci guardano con curiosità e i bambini, divertiti, ci corrono incontro urlando “Hello!”.
Si fa buio, è ora di tornare. Abbiamo promesso di restituire le bici per le 19.
(Ph Emiliano Allocco)

vtn_7060-2
Il Mare Cinese Meridionale

vtn_7073-2vtn_7077-2vtn_7100-2vtn_7119-2vtn_7128vtn_7146vtn_7150vtn_7153-2vtn_7159-2vtn_7160-2vtn_7161-2vtn_7165-2vtn_7174