Kolkata, tra visibile e invisibile

Kolkata è così, rumorosa, misera, sporca, trafficata, squisitamente colta, raffinata, decadente, calda, a tratti soffocante, spesso maleodorante. È un insieme di opposti che attraggono e respingono il visitatore. No, non direi che è bella, ma per certo è tremendamente affascinante. Non vi lascerà ripartire a mani vuote. State pur certi che saprà regalarvi qualcosa. Più che altrove, qui, visibile e invisibile coesistono e si sovrappongono. Ieri ho scritto che di un luogo si ricordano le risposte che questo sa dare alle nostre domande e ai nostri bisogni e soprattutto gli interrogativi nuovi che sa porre, forzando il viaggiatore a ricercare nuove risposte e a intraprendere nuove vie. E in questo Kolkata è maestra, semina dubbi e interrogativi che obbligano il viandante a intraprendere un dialogo ininterrotto con il sé più profondo. Si va a Calcutta per scoprire qualcosa del mondo e si ritorna a casa avendo appreso qualcosa in più su sé stessi.

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La Città della Gioia, con i suoi slum e le sue baraccopoli, è stata narrata nel bel romanzo di Dominique Lapierre. Vi accoglierà con la sua brulicante umanità che si riversa per le vie cittadine a tutte le ore del giorno. Entrate in sintonia con la metropoli facendo una passeggiata a piedi. Quanta vita passerà davanti ai vostri occhi! Potrete imbattervi in una vacca che gira libera o in qualche amichevole cane randagio che vi seguirà per un breve tratto. Le vie sono trafficate e popolate da rikshaw trainati tristemente dai cosiddetti uomini cavallo, da tuk tuk, motorini, biciclette, auto, bus e dagli immancabili taxi gialli. Fermatevi in uno dei tanti banchetti a bordo strada a gustare un chai, il profumatissimo tè indiano, arricchito da zucchero e latte e servito in piccole tazze di terracotta. Potete scegliere di assaporare la sua versione speziata (il masala chai) o la variante più soft, addizionata solo di zenzero in polvere. Immancabili i corvi che volano nei cieli cittadini in cerca di immondizie.
Kolkata è ritornata ufficialmente al suo vecchio nome bengalese solo nel 2001. Prima, sotto la dominazione inglese, era nota come Calcutta. È la capitale del Bengala Occidentale e ha conosciuto, nel tempo, fortune alterne. Fu capitale dell’India britannica dal 1772 fino al 1911 quando la sede del potere fu spostata a Nuova Delhi. Sorge sulle rive del fiume Hoogli, una delle numerose ramificazioni del delta del Gange. Vanta un enorme porto fluviale. Fa parte dello skyline cittadino il ponte Howrah, motivo di orgoglio per i locali. Si tratta infatti del più lungo ponte sospeso dell’Asia e il terzo al mondo. Nei pressi sorge l’omonima stazione ferroviaria e un incantevole e caotico mercato dei fiori. La città è attraversata dalla metropolitana e da una rete tranviaria. Gli ex edifici coloniali, eleganti e decadenti, sono concentrati sopratutto nel quartiere di EsplanadeKolkata è nota per la sua vivacità culturale e intellettuale. Qui si svolgono importanti festival cinematografici, musicali, culturali, teatrali, letterari. Cinque personalità insignite del Premio Nobel sono legate a doppio filo con Calcutta: Santa Teresa di Calcutta (Nobel per la Pace nel 1979), Sir Ronald Ross (Nobel per la Medicina nel 1902), Rabindranath Tagore (Nobel per la Letteratura nel 1913), C V Raman (Nobel per la Fisica nel 1930), Amartya Sen (Nobel per l’Economia nel 1998). Gli abitanti di Kolkata vanno estremamente fieri della loro città e del suo patrimonio culturale. Come soleva dire Gopal Krishna Gokhale: «Quello che il Bengala pensa oggi, l’India lo pensa domani e il resto del mondo il giorno dopo».
A ogni angolo questa città saprà mettervi alla prova e parlare al vostro io interiore. Mentre vi immergete nella città invisibile, ecco a voi un breve elenco (non esaustivo) di cosa visitare della metropoli visibile.

La Casa Madre delle Missionarie della Carità in AJC Bose Road 54/A
Questo convento è il quartier generale mondiale dell’ordine delle Missionarie della Carità dal 1953. Al piano terra sono sepolti i resti mortali di Madre Teresa di Calcutta. Qui la santa, originaria di Skopje, visse per oltre 40 anni. In una piccola cella visitabile, al primo piano, propio sopra alle cucine, morì il 5 settembre 1997. Se siete di passaggio in città e avete qualche giorno libero, spendetelo a far volontariato presso una delle case per gli ultimi e i diseredati che la Madre aprì in città. Non servono particolari qualifiche. Sarà un’esperienza unica. Incontrerete volontari da tutto il mondo, ognuno con la propria storia e con un bagaglio di aspettative diverso.

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Il Victoria Memorial
Questo incantevole edificio si staglia, bianco e squisitamente decorato, all’interno del parco Maidan. Fu eretto nel 1921 con il fine di commemorare e celebrare la regina Vittoria, imperatrice dell’India. Potrete trascorrere qui una mezza giornata visitando il museo e godendo del bel parco circostante.
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La Cattedrale di Saint Paul
Costruito in stile gotico, questo imponente edificio sacro è la sede della diocesi di Calcutta.
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Birla Planetarium
Questa suggestiva struttura circolare di un solo piano accoglie il planetario più grande dell’Asia e il secondo del mondo.
Il Mullik Ghat Flower Market, il ponte Howrah, la stazione ferroviaria Howrah
Queste tre attrazioni si trovano una accanto all’altra. Il ponte Howrah vanta il primato di essere il più lungo ponte sospeso dell’Asia e il terzo al mondo. Nei suoi pressi sorge l’omonima stazione ferroviaria, la seconda più antica del paese, e un incantevole e caotico mercato dei fiori.

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College Street
Questa strada, lunga all’incirca un chilometro e mezzo, si snoda nel centro di Calcutta e ospita un mercato perenne di libri usati. Sorge nei pressi del quartiere universitario ed è frequentata soprattutto da studenti.

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La casa natale di Rabindranath Tagore
A nord di Calcutta sorge la casa natale della famiglia Tagore, ora convertita in un museo permanente. L’edificio è stato restaurato fedelmente.
South Park Street Cemetery 
Fondato nel 1767 e in uso fino al 1830, questo cimitero cristiano fu uno dei primi a essere costruito lontano da una chiesa. Ospita circa 1.600 tombe ed è probabilmente il più grande cimitero consacrato cristiano al di fuori dell’Europa e dell’America. E’ un luogo affascinante, ben conservato e recentemente ristrutturato. È un’oasi di silenzio e pace all’interno della caotica Calcutta.

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Kali Ghat
È un meraviglioso tempio induista dedicato alla dea Kali, sempre affollato da fedeli che qui giungono in pellegrinaggio da tutta l’India. Secondo la leggenda, il tempio sorge nel punto esatto in cui caddero le dita del piede destro della dea. Accanto si staglia il Nirmal Hriday, la prima casa per morenti aperta da Madre Teresa a Calcutta.
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Murales di Madre Teresa di Calcutta
All’uscita della stazione della metropolitana nei pressi del Kali Ghat troverete ad attendervi questo enorme murales celebrativo di Madre Teresa, alto 40 metri che fa bella mostra di se su un alto edificio.
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Il Palazzo di Marmo
Questa sontuosa residenza in stile neoclassico del XIX secolo è uno degli edifici meglio conservati dell’epoca coloniale. Il suo nome deriva dal marmo bianco utilizzato per i muri, i pavimenti e le statue che lo ornano. E’ necessario prenotare in anticipo la visita. Il palazzo non è sempre aperto al pubblico e vi si accede solo su appuntamento.
Shaheed Minar
Un’alta torre del 1828 svetta sulla città. Fu eretta in memoria del generale Sir David Ochterlony, comandante della compagnia delle Indie.
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Filosofia di un viaggio

Non potevo concludere la narrazione del Laos senza un paio di righe di chiosa. E allora ecco un flusso di coscienza senza grandi pretese e senza troppe ambizioni, né di essere esaustivo né tantomeno depositario di una qualche verità.
– Gli aeroporti, i porti, le stazioni dei treni e dei bus hanno un fascino magnetico. Sono luoghi che fanno a meno del tempo. Queste cattedrali del peregrinare muovono quotidianamente persone e merci, senza sosta. Il giorno non tramonta mai e la notte non viene. Qui il tempo è circolare, non c’è un inizio, non c’è una fine. Ognuno si muove a un ritmo proprio, indipendente da chi lo circonda. Fermatevi ad osservare il via vai dei flussi. E’ una lectio di filosofia;
– In viaggio, il tempo non esiste. Non si pranza alle 12, non ci sono meeting settimanali di lavoro, non si va in palestra alla solita ora il giovedì. E’ bello ogni tanto ricordare che la routine è una cattiva abitudine. Al di là delle consuetudini personali e sociali, ci sono albe da ammirare, pranzi all’ora di cena, pedalate a tarda notte e una geometria di esperienze da collocare in ordine sparso e casuale in un tempo che lineare non è;
– Che l’essenzialità diventi il vostro mantra. Uno zaino in spalle è più che sufficiente. Sarete i primi ad uscire dall’aeroporto, vi muoverete leggeri da una tappa alla successiva del vostro tour, non cederete alla tentazione di acquistare chincaglierie o souvenir di dubbia utilità. Lasciate a casa almeno qualcuno dei vostri soliti oggetti personali. Io ho imparato a viaggiare senza trucchi. Una piccolezza, certo, che tuttavia è per me un esercizio di autostima, consapevolezza, riscoperta e libertà. Fate qualcosa che di solito non fate. Portate con voi pochi vestiti, ben scelti. Riscoprirete di quante cose non abbiamo bisogno e quanti fardelli mettiamo ad appesantire il nostro vivere;
– Impegnatevi affinché le vostre vacanze diventino viaggi. Usate il vostro tempo libero dai doveri sociali, famigliari, lavorativi per imparare, crescere, scoprire. Se non sapete resistere allo shopping, che almeno sia il più etico e locale possibile. Diventiamo pellegrini, umili, curiosi, rispettosi dei luoghi, delle persone, delle tradizioni. Che il nostro passaggio in terre lontane sia invisibile. I segni dobbiamo portarli noi nell’animo, non di certo i luoghi che ci hanno ospitati. Buon pellegrinaggio;
– Osservatevi attorno, sempre. Curiosate. Al di là delle apparenze più varie, risiedono i bisogni umani più elementari e comuni. Gli stessi che albergano in noi. L’umanità che unisce le persone è più profonda del folklore locale. Oltre ai condizionamenti, alle abitudini e alle tradizioni, sempre scopriamo persone animate dai nostri impulsi e dal nostro stesso sentire;
– La curiosità è il mantra di ogni viaggiatore, ma non è in contrapposizione con la prudenza. Ciò che è fuori, è anche dentro di noi. Ognuno di noi ospita nel proprio animo vette e abissi e, quotidianamente, compie scelte che lo innalzano o lo fanno sprofondare nel buio più profondo. Il male esiste, fa parte del mondo e di noi. Un’attenta e prudente curiosità, pronta a sorprendersi e ad aprirsi al prossimo, è un requisito fondamentale di chi si mette in cammino;
– Viaggiare non presuppone necessariamente uno spostamento. Il viaggio è un’attitudine, una scoperta continua, una curiosità mai appagata, un’apertura sincera a ciò che è nuovo e diverso. Si impara molto, se si è disposti a farlo, quando si è in luoghi che non ci appartengono. Ma altrettanto si può fare restando fermi. Un libro, un film, uno spettacolo a teatro, la musica, l’arte, le relazioni umane sono finestre sul mondo. Il viaggio non finisce mai. Non tutti i viaggiatori hanno uno zaino sulle spalle. Non tutti i possessori di valigie sono viaggiatori. Ci sono molte strade, tanti percorsi singolari che conducono allo stesso luogo;
– Viviamo tempi bizzarri, incerti, infelici. I social sono parte della quotidianità, ormai a qualunque latitudine. Postate su Instagram e retwittate pure, ma siate rispettosi. Evitate selfie sorridenti di voi davanti a un calice di champagne, ma condividete pure foto delle bellezze che vedete. Portate con voi chi, per motivi vari, non può affrontare un viaggio, siate un mezzo di condivisione e scoperta del mondo. Non ostentate voi stessi. Fatevi strumento, non fine;
– La natura è la cura a tanti mali. La sottovalutiamo, la disprezziamo e ce ne dimentichiamo troppo spesso. Stili di vita più naturali ristabiliscono il nostro equilibrio internoQuante albe avete contemplato nel vostro ultimo anno? Davanti a quanti tramonti vi siete fermati a riflettere di recente? Il viaggio è una riscoperta dell’importanza e della centralità della natura che è madre;
– L’ultimo pensiero va al Laos. E’ un paese bellissimo, incontaminato, verde, lento. Vi piacerà se siete alla ricerca di qualcosa di diverso, di altro, di un’alternativa alla modernità più esasperata. Questo paese minuscolo, selvaggio, ancora ferito da una guerra formalmente terminata oltre 40 anni fa, privo di una rete ferroviaria e industriale, vi ruberà il cuore. Qui, più che mai, è un dovere essere pellegrini. Se amate andare a Dubai per fare acquisti, potreste rimanere delusi. Per il resto, non manca nulla.

Quando il Mekong diventa Si Phan Don, perdersi per ritrovarsi in 4000 isole

Nell’estremo sud, al confine con la Cambogia, il Laos diventa la terra dei mangiatori di loto e fiorisce inaspettatamente in un meraviglioso arcipelago di migliaia di isole, adagiate sulle acque del Mekong. Siamo a Si Phan Don che, letteralmente, significa 4000 isole. Questa terra incantata vi ammalierà con la sua bellezza struggente, selvaggia, primitiva. Tutti i paesaggi che vi fermerete, stupiti, ad osserverete vi appariranno come uno scorcio da cartolina. Qui, più ancora che nel resto del paese, il tempo non esiste e la fretta è bandita.
In questo punto il Mekong raggiunge una larghezza di 14 chilometri, la massima ampiezza del suo lungo percorso che dall’altopiano tibetano si snoda per oltre 4.300 chilometri fino a confluire nel Mare Cinese del Sud. Durante la stagione secca, il fiume si ritira lasciando emergere centinaia o migliaia, se si annoverano nel conteggio anche le più piccole lingue di terra, di isole e isolette. Nella stagione delle piogge, circa la metà delle terre emerse viene sommersa dalle acque.
Le tre isole più visitate dai viaggiatori sono Don DetDon Khong e Don Khon. Sono le più grandi e sono permanenti. Ospitano villaggi di pescatori, risaie, piantagioni di canna da zucchero, strade e immancabili strutture ricettive. Ovunque sceglierete di fermarvi, troverete un’amaca ad aspettarvi, appesa su una terrazza che si affaccia sul fiume. Comodamente sdraiati, lasciandovi cullare, assisterete al sorgere e al tramontare del sole sul Mekong. E’ uno spettacolo da non perdere. La bellezza e l’immortalità della natura, l’alternarsi perenne del giorno e delle tenebre contemplato nel silenzio più totale, sapranno rigenererarvi e lenire qualche ferita dell’anima.

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Cosa fare alle 4000 isole?
Se siete amanti dello sport e delle attività all’aperto, potrete fare qualche escursione in kayak, andare a pescare, solcare il Mekong per cercare di avvistare i sempre meno numerosi delfini che popolano queste acque o ancora dedicarvi al tubing, un’insolita navigazione a bordo di camere d’aria. Il modo migliore per esplorare i dintorni è affittare una bicicletta. Non rischierete di perdervi. Esiste un’unica strada su ogni isola che corre lungo la costa e attraversa poi le campagne per ritornare, dopo un giro ad anello, da dove siete partiti. Le strade non sono asfaltate e sono popolate da animali che vagano liberi.
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Le isole di Don Det Don Khon sono unite da un ponte in muratura, eredità del colonialismo francese. L’isola di Khon ospita due belle cascate. Non mancate di visitarle.
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Le cascate di Tat Somphamit si trovano su Don Khon a circa 2 chilometri a valle del ponte francese. Sono immerse in un ampio parco e comprendono una serie di rapide impetuose. Sono note anche con il nome di Li Phi che significa “trappola degli spiriti” e allude al fatto che la gente del posto sia fermamente convinta che queste acque riescano ad intrappolare gli spiriti maligni di persone e animali deceduti. Tra le varie rapide, l’acqua ribolle sempre vorticosamente anche nella stagione di secca. Conquistate uno dei tanti punti panoramici, sedetevi qui e lasciate andare gli spiriti malvagi che infettano la vostra anima. Imprigionate tra queste rocce i brutti pensieri e proseguite poi verso l’estremità posteriore del parco. Appena sotto le cascate, scoverete una piccola spiaggia sabbiosa, la spiaggia di Li Phi completamente sommersa nel periodo delle piogge. I laotiani non osano bagnarsi in questo tratto di fiume, timorosi di imbattersi in qualche spirito malvagio. Se siete impavidi, tuffatevi prestando però molta attenzione alle forti correnti.

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Dalla parte opposta dell’isola, molto isolate, sorgono le cascate di Khon Pa Soi. Per raggiungerle, è necessario oltrepassare a piedi un grande e spaventoso ponte in legno sospeso per l’isola di Don Po Soi. Una volta dall’altra parte, proseguite lungo un minuscolo sentiero sconnesso e dopo 200 metri sarete giunti alla meta. Queste cascate sono imponenti, ma molto poco frequentate. Vantano belle spiagge sabbiose, cristalline dove potrete distendervi e fare una placida nuotata in solitaria.

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Riprendete le biciclette e continuate a scoprire i dintorni, peregrinando senza destinazione e fermandovi qua e là dove scoverete una piccola spiaggia isolata o uno scorcio di natura che vi affascinerà. Nelle ore più calde del giorno, noterete molte bufale transumare verso il Mekong e immergersi lentamente nel fiume. Resteranno a mollo fino a quando il sole non tramonterà. Trovare il proprio posto del cuore su queste isole è facile, tanto quanto è difficile riprendere il traghetto per la terra ferma e lasciare Si Phan Don.

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Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

All’improvviso il paradiso: in bici da Champasak al Vat Phu, lentamente a giro lungo il Mekong tra paesaggi millenari di straordinaria bellezza

Champasak vi stupirà. Questo piccolo paesino, adagiato sulle sponde del Mekong, si snoda interamente lungo la sua via principale. Vi apparrirà sonnolento e incredibilmente quieto. Solo un cerchio di fontane al centro della strada e qualche bell’edificio coloniale parlano di un passato glorioso. E’ il posto ideale se siete alla ricerca di quiete e se amate andare in bicicletta. Lungo l’unica strada asfaltata, dovrete vedervela con qualche mucca che pascola libera ed evitare i polli che attraverseranno la via senza preavviso. Potrete contare sulle dita di una mano i motorini e le auto che incroceranno il vostro andare.
Eppure non fu sempre così. Molto tempo addietro, all’incirca 1500 anni fa, Champasak fu il centro del potere nel bacino meridionale del Mekong. Più tardi, fu un importante avamposto dell’impero Khmer di Angkor e ancora uno dei tre regni che governarono sulle rovine di Lan Xang, la terra di un milione di elefanti, fondata da Fa Ngum.

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Affittate una bicicletta e iniziate la vostra esplorazione dei dintorni. Prima di lasciare Champasak e dirigervi verso il Vat Phu, la principale attrazione del luogo, osservate le due belle ville coloniali in muratura che svettano accanto a modeste case in legno della tradizione laotiana. L’edificio bianco è del 1952 ed era il palazzo di Chao Boun Oum, il fratello del re. Una via più in là, un palazzo in stile coloniale francese del 1926 fa bella mostra di sé. Era la residenza di Chao Ratsadanai, il padre del re.

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Costeggiate il Mekong e respirate bellezza. Pedalate con calma per non perdere nemmeno uno degli scorci che si presenteranno dinnanzi ai vostri occhi. Giunti all’incirca 3 chilometri a est di Champasak, noterete dei cartelli che segnalano le rovine dell’antica capitale. Potete deviare nelle campagne e andare alle ricerca di quel che rimane della città vecchia, Muang Kao. Questo insediamento di forma rettangolare lungo 2,3 per 1,8 chilometri è quel che rimane di Shrestpura la capitale del regno mon-khmer di Chenla quando circa 1.500 anni fa quella che è ora Champasak governava sul bacino inferiore del Mekong.
Dopo una decina di chilometri arriverete al Vat Phu, un meraviglioso e antico complesso sacro khmer situato a 1400 metri di altitudine sulle pendici montuose di Phu Pasak. Questo tempio è stato iscritto nel 2001 nella lista dei siti Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Sebbene di dimensioni ridotte rispetto ai maestosi templi della vicina Angkor in Cambogia, il Vat Phu vi ammalierà con i suoi padiglioni in rovina, il suo lingam di Shiva squisitamente decorato, la sua misteriosa pietra del coccodrillo e i frangipani che si arrampicano sulle pendici del monte a regalare ombra e poesia anche ai viandanti più distratti.
Questo santuario era un importante luogo di culto già verso la metà del V secolo. Come i templi di Angkor, anche il Vat Phu è stato progettato per essere una rappresentazione terrena del monte Meru, la montagna sacra dell’hinduismo, del giainismo e del buddhismo. Il monte Meru era considerato il centro fisico, metafisico e spirituale dell’universo, contava 5 picchi ed era abitato da antiche divinità. Il Vat Phu era inserito in un progetto urbanistico più amplio che comprendeva una rete stradale, una città, altri edifici di culto e insediamenti di vario genere. Le rovine giunte a noi sono il frutto di secoli di rimaneggiamenti, ampliamenti e ricostruzioni. Gli edifici più recenti risalgono al tardo periodo angkoriano. Nei dintorni di questo santuario si trovano le rovine di altri tre siti archeologici di dimensioni minori, sempre risalenti al periodi di Angkor. Tutti questi resti sorgono lungo l’antica strada reale lunga 200 chilometri che conduceva proprio ad Angkor Vat in Cambogia.
Comprate una bottiglia d’acqua, indossate un cappello a tesa larga e iniziate la vostra scarpinata fino alla cima del santuario. Il Vat Phu si snoda su tre livelli principali che ospitano sei terrazzamenti. Ogni livello si lega al successivo per mezzo di una ripida e dissestata scalinata in arenaria.
Il livello inferiore è caratterizzato da un lungo viale cerimoniale rialzato, puntellato da boccioli di loto in pietra e fiancheggiato da ampi baray (vasche artificiali), irrorati da acque dove fioriscono rigogliosi i fior di loto.
Il livello intermedio ospita due padiglioni quadrangolari in arenaria e laterite finemente scolpiti, il padiglione Nardi dedicato alla cavalcatura del dio Shiva da cui partiva la strada reale che conduce ad Angkor e un’imponente statua di un guardiano dvarapaia, raffigurato eretto, fiero, con in pugno una spada. La statua è molto venerata ancora oggi. Non mancherete di trovare ai piedi del guardiano qualche bastoncino di incenso che brucia profumando l’aria intorno.
Nel livello superiore scorgerete il santuario vero e proprio dove era custodito il lingam di Shiva che, per mezzo di una serie di canali e tubature, veniva irrorato dalle acque della sacra sorgente che sgorga, ancora oggi, dietro l’edificio. Immediatamente alle spalle del santuario, noterete un grosso masso sul quale è scolpita una Trimurti in stile khmer che raffigura la sacra triade hindu formata da Brahma, Shiva Vishnu.
Arrampicatevi sul piccolo sentiero sconnesso che parte da qua fino a scovare un’ampia parete rocciosa sulla quale sono scolpiti una grande impronta del Buddha e un elefante. Poco oltre, in direzione nord, in un’area disseminata di rocce e cumuli di rovine, vedrete due singolari sculture in pietra: la pietra dell’elefante e la pietra del coccodrillo. Si narra che quest’ultima venisse usata per compiere sacrifici umani, ma non vi sono evidenti prove a suffragio. Non molto distante, ammirate i resti di una cella di meditazione e una sezione di una scalinata scolpita nella pietra e incorniciata da due serpenti.

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Avete visto tutto quell che c’era da scoprire. Trovate un posto all’ombra della fitta vegetazione e ammirate la valle ai vostri piedi.

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Prima di inforcare le biciclette e far ritorno a Champasak, deviate per il vicino santuario di Hong Nang Sida che si crede fosse il centro di una seconda città costruita nei pressi del Vat Phu, dopo l’abbandono di Shrestpura. Con buona probabilità, questo secondo insediamento si chiamava Lingapura.
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Cosa fare alla sera a Champasak? 
Andate al cinema o a teatro! Vi sembrerà strano, ma questo minuscolo borgo ospita accanto all’ufficio turistico un piccolo quanto delizioso teatro delle ombre e il cinema Tuktuk. Qui il martedì e il venerdì sera potrete assistere a una rappresentazione della storia epica del Ramayana per mezzo dell’antica arte delle ombre. Nelle sere di mercoledì e sabato viene proiettato all’aperto il film muto Chang: la giungla misteriosa del 1927. Questa pellicola fu diretta dai registi di King Kong e fu candidata alla prima edizione degli Oscar. E’ in assoluto il primo documentario narrativo sulla vita nella giungla nel Sud Est asiatico. Gli autori, Merian C. Cooper Ernest B. Schoedsack, impiegarono una settimana per raggiungere la provincia thailandese di Nan, al confine con il Laos, e ben 18 mesi per girare dal vero tutte le scene più pericolose del film con una camera nascosta a focus fisso. Le alterne vicende della famiglia del carpentiere Kru sono accompagnate da una colonna sonora suonata dal vivo da 14 artisti (musicisti, commedianti e cantanti) della troupe del teatro delle ombre di Champasak. Non perdetevi lo spettacolo!
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Leggi anche: Il paradiso in terra, in bici tra i templi di Angkor

Foto di Emiliano Allocco (Guarda le foto di Emiliano su Flickr)

Quando il viaggio vale la meta, da Phonsavan a Pakse in bus per scoprire il plateau di Bolaven

Ebbene si, ce l’abbiamo fatta! Dopo 17 lunghe ore di viaggio siamo arrivati a Pakse. Dalla stazione nord di Phonsavan, parte quotidianamente un bus alle 7 di mattina che vi condurrà a Pakse, con arrivo previsto intorno alla mezzanotte. Questo trasferimento, è di per sé un viaggio nel viaggio. Mettetevi comodi, armatevi di pazienza e divertitevi quanto più potete. Alla partenza, vi verrà consegnata dall’autista una busta in plastica con all’interno una bottiglia d’acqua e un paio di dolci per sostenervi nelle lunghe ore che seguiranno. Le strade del Laos sono difficili, dissestate, spesso non asfaltate. Una parte del viaggio si snoda tra stradine di montagna, molto curve. I viaggi in Asia, e in particolare in questo piccolo paese antico ancora senza una rete ferroviaria, funzionano in modo leggermente diverso da come siamo abituati noi europei. Non si viaggia spesso da queste parti e quando lo si fa, si portano con sé molti bagagli, a volte particolarmente ingombranti. Se vi capita di viaggiare accanto a una gabbia di polli ruspanti o a un sacco di riso, non fateci caso. E’ normale. Tutti i bagagli vengono caricati in qualche modo. Non importa quanti siano e quanto spazio occupino. Alcuni saranno legati sul tetto dell’automezzo, altri caricati nelle cappelliere o nelle stive, altri ancora troveranno posto tra le vostre gambe. Solitamente vengono venduti tanti biglietti quanti sono i richiedenti. Se i posti a sedere sono inferiori al numero di passeggeri, l’autista tirerà fuori piccoli sgabellini che verranno posizionati nel corridoio centrale della corriera. Affrettatevi a salire sul bus, se volete accaparrarvi un sedile standard.
Lungo la via verranno effettuate molte soste per permettere ai viaggiatori di andare alla toilet, di mangiare o fumare. Oltre alle tappe prestabilite, il bus si fermerà dove richiesto da chi deve scendere con pacchi ingombranti e, lungo la strada, caricherà chiunque farà segno di voler salire, ovunque esso si trovi. Ma nonostante qualche scomodità oggettiva e la lentezza del tempo che sembra non passare mai, in un viaggio così non potrete che divertirvi. Ci sarà sempre qualcuno che vi offrirà un involtino di riso cotto nelle foglie di vite o una fetta di papaya. Siate pronti a contraccambiare. All’ora della nostra cena, durante la sosta, sono spuntate delle bottiglie di BeerLao e insieme abbiamo brindato all’anno che finiva. Dopo tutte quelle ore passate insieme, si può dire di essere ormai quasi amici!
Una volta a Pakse, riposatevi. Ve lo meritate e poi partite alla volta del vicino Altopiano di BolavenPakse è la capitale della provincia di Champasak e il punto di accesso privilegiato al Laos meridionale. Sorge alla confluenza dei fiumi Mekong Don. Non vanta particolari attrazioni, se si escludono pochi edifici rimasti dall’epoca coloniale.
Il vicino plateau di Bolaven vi ammalierà con la sua bellezza e vi infonderà pace. Questo altopiano si estende a cavallo delle quattro province meridionali del paese ad un’altitudine compresa tra i 1.000 e i 1.300 metri. E’ costellato da una fertile e rigogliosa vegetazione, meravigliose cascate, diversi fiumi, estese piantagioni di caffè e tè, sferzato da un clima fresco e temperato e irrorato da copiose piogge.

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Non mancate di visitare le cascate di Tat Fan, alimentate da due torrenti che emergono all’improvviso dalla foresta e precipitano per più di 120 metri, originando il fiume Huey Bang Lieng. Includete nel vostro tour anche le vicine cascate di Tat Gneuang, scenografiche e immerse nel verde di un lussureggiante parco dove è possibile trascorrere la giornata facendo un pic-nic in compagnia. Questa cascata nasce da due torrenti che corrono paralleli e si gettano con un salto di 40 metri a strapiombo nella selvaggia giungla sottostante.
laven sono il gruppo etnico più numeroso che abita questo altopiano (Bolaven significa infatti ‘casa del laven’), ma questo plateau è abitato anche da altre minoranze quali i mon-khmer, gli alak, katu, tahoy, suay.
I francesi furono i primi a piantare il caffè, gli alberi della gomma e i banani su questo altopiano agli albori del XX secolo. ll piccolo paese di Paksong è considerato la capitale laotiana del caffè. Svetta a 1.300 metri di altezza su un fertile suolo scuro, eredità di un antico vulcano ormai estinto.
Visitate le piantagioni di tè e caffè e non mancate di degustare una tazza fumante di Lao coffee alla fine del vostro tour. Scoprite qualcosa in più su CPC, la Cooperativa di Produttori di Caffè dell’Altopiano di Bolaven costituitasi nel 2007 con l’obiettivo di ottenere un miglior accesso al mercato globale del caffè per i piccoli produttori locali. Per saperne di più: http://www.cpc-laos.org

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Foto di Emiliano Allocco (Link alla pagina Flickr di Emiliano)

La signora delle Giare, fascino e mistero di un luogo incantato

Phonsavan è la meta ideale dove fare base se si è intenzionati a visitare la vicina Piana delle Giare. La cittadina di per sé non ha grandi attrattive. Si estende su un’area piuttosto vasta e conta due viali principali che corrono paralleli. Nella breve via centrale, si concentrano alcune guesthouse e qualche locale. Alloggiate qua e organizzate con cura la vostra escursione.
Misteriose, antiche ed enormi, le giare sono sopravvissute al tempo, ai bombardamenti della guerra del Vietnam e all’incuria dell’uomo. Alcune, le più piccole, sono state trafugate da collezionisti senza scrupoli ormai molto tempo fa, altre in passato venivano usate dalla popolazione locale come materiale per l’edilizia. Ciononostante ne sono sopravvissute circa 2.500 di grandi dimensioni che, insieme a frammenti e coperchi, giacciono sparse in un’area collinare di centinaia di chilometri quadrati nell’altopiano Xieng Khouangintorno a Phonsavan.
I siti di maggiore interesse sono l’uno, il due e il tre. 175 ordigni inesplosi, eredità della guerra segreta, sono stati rinvenuti e distrutti in queste tre aree. Questa non è una zona dove si può improvvisare un turismo fai da te. Solo 7 siti archeologici sui 90 totali sono stati bonificati. Se decidete di visitare altre aree, accertatevi prima che il terreno sia stato sminato. In ogni caso, non uscite mai dai percorsi segnalati.
La storia delle giare si lega a doppio filo a quella di una donna, l’archeologa francese Madeleine Colani (Strasburgo 1866 – Hanoi 1943).
Le giare furono avvistate per la prima volta da una guardia di confine francese nel 1909. Gli scavi iniziarono nel 1931 sotto la supervisione della Colani che scrisse un dettagliato resoconto del suo lavoro e delle sue scoperte in The Megaliths of Upper Laos nel 1935.
Prima di allora, molte e fantasiose erano le supposizioni che circolavano sull’origine e sull’utilizzo di queste grandi giare in pietra arenaria, alcune alte fino a 3 metri. Secondo la leggenda popolare, sarebbero i resti di un’antica società di giganti. Altri supponevano che fossero contenitori dove venivano conservati cibi e bevande.
Madeleine Colani fu la prima a ipotizzare che le giare risalgano all’Età del Ferro nel sud-est asiatico (dal 500 a.C. al 200 d.C.) e che fossero urne cinerarie. Questa prima supposizione sembra confermata da studi e scavi successivi che portarono al ritrovamento di resti umani e camere funerarie sotterranee.
Al centro della piana, nel sito 1, è presente una grotta naturale che sarebbe stata usata come forno crematorio, grazie a tre fori sulla cima che aspiravano l’aria e fungevano da camino. In questo sito sono presenti 300 giare, tutte piuttosto vicine tra loro. La più grande misura 2,5 metri di altezza per un peso di 6 tonnellate e si narra fosse la coppa della vittoria del leggendario re Kuhn JuanNe noterete una  con un coperchio. Un tempo tutte le giare erano chiuse. La maggior parte dei coperchi però non è sopravvissuta al tempo e all’opera dell’uomo.
Il sito 2 si estende sui versanti opposti di due colline, separate da una gola non molto profonda dalla quale si accede all’area. Qui vedrete un albero che ha saputo crescere all’interno di una giara. Ammirate il paesaggio brullo attorno a voi e le ampie distese di riso.
Il sito 3 si trova nei pressi del villaggio Ban Lat Khai, adagiato tra bucolici scorci e immerso in un assoluto silenzio. Ovunque andrete noterete profondi crateri, segni inequivocabili dei bombardamenti americani risalenti alla guerra del Vietnam.
Quest’area del paese, sebbene sia di enorme interesse e bellezza, è poco visitata, sia a causa dei residuati bellici, sia per la scomodità di arrivare fino a qua in bus. Vi potrà facilmente capitare di essere gli unici visitatori delle giare.

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Se vi avanza del tempo prima di far ritorno a Phonsavan, deviate per Muang Khoun, la vecchia capitale Xieng Khouang, devastata nel XIX secolo dagli invasori cinesi e vietnamiti e poi bombardata a tappeto durante la seconda guerra dell’Indocina. Non mancate di visitare i resti delle due stupe, il That Foun eretto nel 1576 e il That Chom Phet del XVI secolo. Del Wat Phia Wat, costruito nel 1582, non restano che la piattaforma e alcune colonne che fanno da cornice a una statua del Buddha annnerita dal tempo.

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In questa terra povera e rurale, dopo oltre 40 anni dalla fine della guerra del Vietnam si continua a morire a causa delle bombe inesplose. Il Laos vanta il triste primato di essere il paese più bombardato al mondo. Dal 1964 al 1973 sono state sganciate oltre 2 milioni di tonnellate di bombe sul suolo laotiano. Per 9 anni, ininterrottamente, si stima che vi sia stato un bombardamento ogni 8 minuti. Le cluster bombs, le famigerate bombe a grappolo, contenevano al loro interno 670 bombies, bombe grandi come un’arancia pronte a detonare una volta a terra. Tuttavia il 30% di questi ordigni mancò di esplodere, lasciando in eredità ai sopravvissuti oltre 80 milioni di ordigni inesplosi disseminati in tutto il paese. E così, ancora oggi, in tempo di pace si continua a morire a causa di una guerra lontana. Il 40% delle vittime sono bambini. La provincia di Xieng Khouang fu una delle zone più martoriate della nazione. A Phonsavan noterete ovunque vecchi ordigni di guerra esposti nelle vie e nei locali. Non mancate di visitare gli uffici di MAG (Mines Advisory Group) e QLA (Quality of Life Association), entrambi sorgono nella via principale. Il MAG si impegna a rimuovere in modo sicuro gli ordigni inesplosi, ormai dal 1994. Con una donazione di 12$ consentirete la bonifica di una superficie di 10 mq. QLA si occupa di fornire assistenza psicologica, medica e materiale alle vittime delle mine.

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Foto di Emiliano Allocco (Visita la pagina Flickr di Emiliano)