La bellezza come rimedio

Oggi è lunedì. Per la precisione è quel lunedì, il Blue Monday. Il lunedì più triste dell’anno, dicono. Come non bastassero tutti gli altri cinquantuno lunedì a farci compagnia. Pare che oggi si realizzi di colpo che le ferie sono finite, che il Natale ci ha lasciato qualche chilo di troppo e qualche quattrino in meno, che un lungo anno di lavoro ci attende, che non sempre problema fa rima con opportunità, che il capo è sempre lo stesso e che non siamo stati folgorati da un amore incondizionato per i colleghi, i pranzi di famiglia, le bollette da pagare e tutte le altre incombenze quotidiane. Oggi ci rendiamo conto che siamo vicini alle vacanze di Natale appena trascorse, ma lontanissimi dalle prossime.
Che fare? Darsi malati? Fuggire? No, salviamoci con la bellezza. La bellezza incondizionata di un fiore, di un paesaggio, del sole che sorge a rischiarare un nuovo giorno, di una lettura, di una chiacchierata con un amico speciale. E allora che bellezza sia, come isola di pace rigenerante. Buona sopravvivenza. Happy Blue Monday! E domani è solo martedì! Arghhhhh.
(Ph Emiliano Allocco)

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Si viaggia per scacciare la paura, si ritorna per un abbraccio

Oggi è stato il nostro ultimo giorno qui ad Hanoi. Questa notte prenderemo il volo che ci riporterà a Parigi e da lì faremo ritorno in Italia.
Una giornata calda, ma interamente trascorsa sotto la pioggia. Avremmo voluto fare una gita fuori porta e visitare i dintorni di Hanoi, ma il budget scarseggia, la stanchezza inizia a farsi sentire e la pioggia non aiuta. Decidiamo allora di continuare l’esplorazione della capitale del nord. Visitiamo il tempio di Bach Ma che si crede sia il più antico della città, fatto erigere dall’imperatore Ly Thai To nell’XI secolo in onore del cavallo bianco che lo aveva guidato sino al luogo dove sarebbero poi sorte le mura della città.
Abbandoniamo il Quartiere Vecchio e raggiungiamo il Tempio della Letteratura, uno dei pochi esempi splendidamente conservati di architettura vietnamita. Fu costruito nel 1070 per volere dell’imperatore Ly Thanh Tong che lo dedicò a Confucio. L’edificio voleva essere un omaggio ai più illustri studiosi e letterati vietnamiti e nel 1076 divenne la sede della prima università del paese. Ai tempi venivano ammessi solo studenti provenienti dalle famiglie di alto lignaggio. Nel 1442 l’università venne aperta a tutti gli studenti meritevoli, indipendentemente dal rango. Qui si studiavano i principi del confucianesimo, la letteratura e la poesia. Nel 1484 l’imperatore Le Thanh Tong decise di far sistemare nel tempio le lapidi con i nomi, la data e il luogo di nascita e il risultato finale degli alunni più brillanti. Oggi il tempio ospita ancora 82 lapidi originali. E’ circondato da curatissimi giardini all’italiana. In una pagoda a nord fa bella mostra di sé un’imponente statua di Confucio in abiti rossi, circondato da quattro discepoli. Quanto ci sarebbe bisogno, oggi più che mai, di leader illuminati disposti ad investire sui giovani, sulla loro educazione e sulla cultura.
Decidiamo di concederci l’ultimo cà phê in uno dei locali tradizionali di Hanoi. Scegliamo il Cafe Pho Co. Per raggiungerlo si deve entrare in un negozio di sete in Pho Hang Gai, attraversare un cortile interno pieno di splendidi articoli di antiquariato e salire all’ultimo piano su una ripida scala a chiocciola. Da qui si gode di un’ampia vista sul lago Hoan Kiem.
E’ tempo di saluti e di bilanci. Sono riconoscente perché queste tre settimane a giro sono state un vero e proprio viaggio e non una mera vacanza. Abbiamo incontrato molte persone che ci hanno aiutato con gratuità, generosamente. Abbiamo imparato qualcosa di nuovo, abbiamo scoperto altri modi di organizzare lo spazio, il tempo, la vita, di pregare, amare e far comunità. Abbiamo ricercato l’altro, il diverso e lo abbiamo trovato. Si viaggia per scoprire e scoprendo si sconfigge la paura. La fratellanza e il senso di comunità si costruiscono anche così. Più si viaggia, più è evidente come i confini siano un’invenzione umana e come molto spesso diventino un limite. Viaggiare aiuta a capire che le necessità e i sentimenti che muovono l’uomo, tutti gli uomini, sono comuni. Semmai a variare sono i modi in cui questi bisogni vengono soddisfatti.
Qui seduta con il portatile sulle ginocchia, la mia mente fa capriole e corre veloce, pensa a tutto quello che verrà in questo nuovo anno. Non credo sarà un anno facile. Pazienza. Un passo alla volta, un problema alla volta, come soleva ripetere mia nonna. Per ora, grazie.
Adesso che mi è chiaro perché si viaggia, intravvedo anche le ragioni per cui si ritorna. “Divertiti oggi e domani saranno forti abbracci”, mi scrive mio padre in un sms. Si viaggia per conoscere e per scacciare la paura e si ritorna per un abbraccio, sognando già la prossima partenza. Chissà, magari alla volta della Cambogia.
(Ph Emiliano Allocco)

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Tạm biệt

Ad Hanoi, di racconto in racconto, di tradizione in tradizione

Cosa sarebbe l’Asia senza le sue storie, senza i suoi racconti tramandati di generazione in generazione? Oggi, con gran gioia qui ad Hanoi, ne ho appresi due che non conoscevo.
Abbiamo fatto ritorno nella capitale del nord ieri in serata. Ieri mattina ci siamo trattenuti a Sapa il tempo necessario per visitare il suo coloratissimo mercato cittadino dove quotidianamente si riversano membri delle varie tribù di montagna per vendere oggetti di artigianato e coloratissimi abiti ricamati. Un mercato vivo, affollato, vario, con ricche bancarelle gastronomiche prese d’assalto per la prima colazione e il pranzo. Ho sempre amato i mercati d’Oriente, così colorati, dinamici, profumati. Fermarsi ad ammirare il via vai della gente, le contrattazioni che vanno per le lunghe, i riti quotidiani ha per me un sapore magico. Un piccolo mondo antico che resiste  caparbiamente alla modernità.
Fare ritorno a Hanoi dopo aver trascorso gli ultimi giorni tra gli spettacolari paesaggi naturali di Ha Long e Sapa è stato un piccolo shock. Girando per le sue vie, tardi alla sera alla ricerca di un ostello che ci ospitasse per un paio di notti, ho subito pensato che questa città piacerebbe a mio padre. Cosmopolita, moderna, piena di locali e giovani che bevono in compagnia.
Oggi, mio marito ed io, siamo andati alla ricerca della Hanoi antica. Il Quartiere Vecchio si snoda intorno al lago Ho Hoan Kiem ed è qui che ho appreso la prima storia. La leggenda narra che verso la metà del XV secolo l’imperatore Le Thai To dovesse difendere il suo popolo dall’invasione dei cinesi. Vedendolo in difficoltà, gli dèi gli inviarono una spada magica con la quale riuscì a cacciare il nemico. Al termine della guerra una gigantesca tartaruga d’oro emerse dal lago Ho Hoan Kiem, afferrò la spada e scomparve nella profondità delle acque per restituire l’arma ai suoi proprietari divini. Ho Hoan Kiem significa, in vietnamita, ‘lago della spada restituita’. Al centro del lago, su un minuscolo isolotto, sorge una torre Thap Rua (Torre della Tartaruga). Su un isolotto più grande, collegato alla terraferma da uno sgargiante ponte in legno rosso, si erge il Tempio di Noc Son. Qui in una teca in vetro è conservata, imbalsamata, una tartaruga enorme che si crede pesasse 250 chili in vita. Abbiamo trascorso il resto del giorno a giro per il quartiere vecchio, tra i suo mercati a cielo aperto, tra le sue vie divise per mestieri: la via dei calzolai, quella dei gioiellieri, degli artigiani di lapidi, dei venditori di cordami e stuoie in paglia, dei venditori di immagini buddhiste da bruciare nei templi, dei fabbri, dei commercianti di spezie e tè, dei fabbricanti di scatole e contenitori in latta, dei rivenditori di specchi, giocattoli, statue e altari buddhisti e pregiatissime sete colorate. Abbiamo camminato fino a scorgere la Cattedrale di San Giuseppe, splendido edificio neogotico consacrato nel 1886 e ancora attivo.
Abbiamo visitato alcuni templi  e la Casa museo, una tradizionale casa di mercanti squisitamente restaurata. E qui mi sono imbattuta nella seconda storia, quella di Trong Cao, Thi Nhi e Pham Lang. In Vietnam la cucina non è solo il locale dove si preparano i pasti, ma è un importante luogo di culto. La stufa a treppiede è detta Tao, una divinità preposta alla cura della famiglia e alla sua difesa dall’opera degli spiriti maligni. Tao, secondo la tradizione, è l’unione di tre persone – due uomini e una donna. E’ un angelo del focolare, come diremmo noi, che una volta all’anno lascia la casa, sale in Cielo a dorso di una carpa per far rapporto a Dio sulla famiglia. Questo avviene il 22esimo giorno del dodicesimo mese lunare. Tao fa ritorno in famiglia il 30esimo giorno del dodicesimo mese lunare.
La leggenda narra di una coppia di coniugi, Trong Cao e Thi Nhi, che vissero a lungo insieme senza riuscire ad avere figli. Con il passare del tempo divennero tristi e cominciarono a litigare spesso. Un giorno, dopo una violenta lite, Trong Cao picchiò la moglie. Thi Nhi, piena di rabbia e risentimento, decise di abbandonare il marito. Passò il tempo e Thi Nhi incontrò Pham Lang. Si innamorarono e i due si sposarono. Nel frattempo Trong Cao venne preso dal rimorso, lasciò il lavoro e iniziò a girare il mondo alla ricerca di Thi Nhi. Visse di elemosina. Un giorno entrò in una ricca casa per chiedere la carità, riconobbe nella padrona Thi Nhi e lei riconobbe Trong Cao. Parlarono a lungo, rammaricati. D’improvviso Pham Lang fece ritorno a casa. Thi Nhi chiese a Trong Cao di nascondersi nella paglia e qui, stanco dal viaggio, si addormentò. Pham Lang si diede ai suoi doveri domestici e, tra le altre cose, diede fuoco alla paglia per la cena. Thi Nhi si lanciò nella paglia per salvare Trong Cao. Vedendo la moglie morta e non potendo reggere il dolore, Pham Lang si lanciò nel fuoco e si lasciò morire. Dio vide tutto e rimase toccato dal sentimento che legava i tre. Nominò allora Pham Lang come angelo che guarda il fuoco, Trong Cao come angelo che guarda la casa e Thi Nhi come angelo che si cura della spesa.
Abbiamo concluso la nostra giornata recandoci al Teatro Municipale delle Marionette d’Acqua dove abbiamo assistito ad un divertente spettacolo. Quest’arte (roi nuoc) pare abbia alle spalle 1.000 anni di vita e che sia stata inventata dai contadini delle risaie del delta del Fiume Rosso che scolpivano le marionette nel legno impermeabile del fico. Gli spettacoli andavano in scena sulle acque di stagni, risaie e laghi.
Oggi si utilizza un palcoscenico con una vasca quadrata, riempita di acqua appositamente torbida per celare i meccanismi che muovono le marionette. Una marionetta usata in modo continuativo non dura più di tre o quattro mesi e questo dà lavoro a numerosi artigiani nei villaggi intorno a Hanoi. Ogni spettacolo conta di 11 burattinai che si posizionano nell’acqua nascosti da un paravento in bambù. Alcune marionette sono fissate a lunghe aste, altre poggiano su una base galleggiante a sua volta collegata ad un’asta. Hanno arti snodati e paiono davvero camminare sulle acque. Un tempo le tecniche per azionare le marionette erano custodite gelosamente all’interno delle famiglie, non venivano neppure svelate alle figlie femmine per timore che queste, sposandosi e lasciando la famiglia, le rivelassero al marito. Ogni spettacolo è accompagnato da musica suonata dal vivo: flauti in legno, gong, tamburi, cetra e xilofoni in bambù concorrono a dar vita a un’atmosfera magica. Gli spettacoli contano di vari siparietti che mettono in scena attimi di vita quotidiana, scene pastorali e leggende. Quasi in ogni spettacolo si annoverano le scene della lotta tra un pescatore e la sua preda, di un giovane a dorso di un bufalo e di draghi danzanti sputafuoco.
Lo spettacolo è finito, il pubblico applaude. Sveglio mio marito che ha evidentemente gradito quest’arte antica e facciamo ritorno all’ostello. Ah questi mariti, una storia antica anche questa!
(Ph Emiliano Allocco)

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Il mercato di Sapa
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Il mercato di Sapa
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Il mercato di Sapa

 

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Il mercato di Sapa

 

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Dettaglio di un bonsai
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Un calligrafo
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In vendita ai mercati di Hanoi
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Lanterne
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Cattedrale di San Giuseppe
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Cattedrale di San Giuseppe

 

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In vendita al mercato di Sapa
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Un fabbro ad Hanoi

 

Nei dintorni di Sapa, alla scoperta dei villaggi delle minoranze etniche

Due giorni fa siamo arrivati a Sapa con uno sleeping bus da Hanoi. Sapa è una città nel nord-ovest del Vietnam, vicinissima al confine con la Cina. Venne fondata nel 1922 dai francesi come stazione climatica. Al momento sta vivendo un vero e proprio boom edilizio a seguito del boom del turismo di massa. Ovunque ci si imbatte in cantieri a cielo aperto: alberghi spuntano come funghi, sempre più alti per garantire una vista spettacolare sui monti, sempre più moderni e accessoriati. Il miraggio di soldi facili e veloci e la mancanza di regole ferree che limitino un’urbanistica senza scrupoli fanno danni irreparabili all’ambiente. Una tragedia che si ripete da sempre, purtroppo ovunque.
I dintorni di Sapa sono incantevoli. La città è circondata da imponenti montagne e si affaccia su una vallata con terrazze digradanti coltivate a riso. Qui vivono tribù di montagna.
Appena scesi dal nostro sleeping bus, veniamo avvicinati da una donna minuta vestita in abiti tradizionali. Ci propone di trascorrere un paio di giorni con lei e la sua famiglia in uno dei villaggi attorno a Sapa. Contrattiamo un po’, tira fuori dalla borsa un quadernino pieno di recensioni (ovviamente positive) di altri stranieri che hanno soggiornato presso di lei. Ci lega un braccialetto ricamato intorno al polso, blu il mio, verde quello di mio marito. “Thank you present”.  E’ fatta. Siamo pronti per questa nuova esperienza. Su due motorbikes raggiungiamo la casa di Mama Mu. Questa donna risoluta e allegra ha 38 anni, un marito Papa Can e 4 figli. E’ già nonna di una bambina di un anno. Appartiene alla tribù dei H’mong neri  e abita poco fuori dal villaggio di Tan Van.
Appena entriamo in casa Papa Can ci fa accomodare vicino al camino crepitante. Fuori è una giornata fredda e piovosa. Ci porta due tazze di tè, amaro ma bollente. Come poter dire di no? La casa conta di un’unica stanza: in fondo sulla sinistra, c’è il camino davanti al quale, su un filo steso, sono appesi i panni ad asciugare. Di fronte al camino si trova la cucina: un tavolo con poggiato sopra un fornello. Alcune padelle annerite sono appese al muro. Su una mensola c’è tutto quel che occorre per cucinare: bacinelle, qualche utensile, stoviglie, ciotole e piattini. C’è anche un piccolo frigorifero.
Il resto dello spazio è occupato da 4 letti in legno e da un tavolino basso su cui si consumano i pasti. Accanto al frigorifero fa bella mostra di sé un vecchissimo computer davanti al quale i figli di Mama Mu e i bambini delle case vicine, nel pomeriggio, si ritrovano per guardare insieme i cartoni. La casa di Mama Mu non è ancora ultimata. Un telo in nylon è steso lungo il lato di ingresso: mancano porte e finestre. Ci spiega che si sono trasferiti qua da un altro villaggio e che poco alla volta stanno costruendo la casa. Sogna in grande Mama Mu: vorrebbe ricavare un secondo piano e mettere 24 letti per ospitare i turisti. Un progetto davvero ambizioso, visto il poco spazio a disposizione. Dietro la casa c’è un piccolo orto, di fianco al quale sorge una minuscola costruzione divisa a metà da un basso muricciolo: da una parte una turca con vicino un secchio d’acqua da versare dentro a mo’ di sciacquone, dall’altra un recinto che ospita il maiale della famiglia. Sotto una pensilina scorgo una piccola lavatrice, un lusso da queste parti. La famiglia possiede anche due uccellini: le gabbie vengono appese accanto al camino durante la notte e fuori durante il dì.
Per due giorni questa sarà la nostra casa. Sono contenta. Meglio qui che in un albergo in città. Mama Mu prepara la colazione per noi e per la famiglia: pancakes con miele e zucchero, banane, frittate, spring rolls, tofu bollito, riso e carne. Nessun avanzo verrà sprecato: il riso sarà usato per preparare delle frittelle per il pranzo, il tofu verrà ripassato in padella e soffritto. Gli scarti invece saranno divisi equamente tra il cane e il maiale. Un’ottima lezione di economia domestica.
Siamo pronti per il primo trekking tra i monti e le risaie. Ci accompagna Sej, il più giovane dei figli di Mama Mu, 12 anni. Il terreno è umido e fangoso, piove da un giorno e non accenna a smettere. Partiamo: Sej, in ciabattine, noi in accessoriatissime scarpe da montagna. Lui veloce e agile, noi lenti e goffi sempre sul punto di scivolare rovinosamente. Raggiungiamo il villaggio di Su Pan. Incontriamo molte donne che lavano i panni a mano lungo i ruscelli, bambini cenciosi che giocano lungo le strade e nei sentieri. Sporchi, molti in ciabatte, qualcuno scalzo. Alcuni solo con una maglia addosso, senza pantaloni. Eppure fa freddo e piove. Giocano a rincorrersi, a riempire di fango e svuotare poi una bottiglia in plastica, a far correre un copertone. Gli animali girano liberi tra le vie.
Torniamo a casa di Mama Mu nel pomeriggio e incontriamo Esya, una bella ragazza olandese che viaggia da sola, anche lei ospite della nostra famiglia. Ha vissuto un anno in Italia e parla molto bene l’italiano. Facciamo amicizia e usciamo insieme a far due passi tra le case. Quanta povertà. Tra questi monti vivono diverse tribù tra cui i h’mong neri, gli dzao rossi e i giay. Le donne hanno lunghissimi capelli che avvolgono intorno alla testa e fermano con pettinini in metallo. Hanno giacche ricamate e copricapi di colori diversi a seconda dell’appartenenza alla tribù.
Rincasiamo dai nostri giri e troviamo la cena pronta. Si mangia in famiglia. Dopo cena, Mama Mu e Papa Can si stendono sul letto. Per loro la giornata comincia presto. Ci regalano una bottiglia di quello che chiamano Happy Birthday, un liquore da distillazione del riso che molto ricorda la nostra grappa, per rallegrare la serata. Esya ci insegna un gioco con le carte, babau, che ha imparato in Sri Lanka e passiamo la sera così.
Il giorno dopo un sole caldo e un cielo blu intenso ci sorprendono. Siamo pronti per un lungo trekking guidati da una donna del villaggio, Sciu Sciu.
Di ritorno a Sapa, Mama Mu ci regala un braccialetto in metallo, decorato. “You remember me”. Potremmo dimenticarci di lei?

PS Tutti i nomi (Sej, Mama Mu, Papa Can, etc…) sono la trascrizione di quel che ho capito. Molto probabilmente, sono scritti in modo errato.
(Ph Emiliano Allocco)

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Il maiale di Mama Mu
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Fuori a prendere il fresco della mattina
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Bambini nei villaggi
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Bambini nei villaggi
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Le terrazze di riso sulle pendici dei monti e le nubi che si fanno basse e minacciose
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Lungo i sentieri tra i monti
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Il bucato

 

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Papa Can, il marito di Mama Mu
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Bambine in un villaggio
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Chiacchierando

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Eli guarda il mondo

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Le terrazze di riso
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Bambine
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Giochi lungo i sentieri
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Panni ad asciugare

 

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Mama Mu e Sej davanti alla tavola imbandita per la colazione

 

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Giocando a Babau con Esya (perde chi arriva a 150)

 

 

 

Ha Long, dove il drago scende al mare

La leggenda narra che, molto tempo addietro, un enorme drago che viveva sulle montagne di quella che oggi è nota come la Baia di Ha Long decise di scendere al mare. Si lanciò verso la costa con una tale forza che la sua coda smosse la terra e scavò valli e crepacci scoscesi. Quando infine si tuffò nelle acque cristalline, le aree scavate dalla sua coda si riempirono d’acqua lasciandone visibili solo le punte più alte.
Ancora oggi lo spettacolo del Golfo del Tonchino e delle sue oltre 2.000 isole che emergono da acque color smeraldo lascia senza fiato. Questo suggestivo paesaggio di isole calcaree, punteggiate di grotte scavate dal vento e dalle onde del mare e ornate di una vegetazione rada e selvaggia, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1994 e questo ha permesso di preservarlo intatto salvaguardandone la ricchezza e l’unicità. La Baia di Ha Long viene spesso paragonata al paesaggio carsico di isolette calcaree di Guilin e Yangshou, nella regione del Guangxi nel sud della Cina. Se interessati a un confronto trovate qui alcune istantanee scattate da mio marito durante il nostro viaggio in Cina (https://www.flickr.com/photos/47665124@N07/albums/72157657421200258). I vietnamiti spergiurano che la Baia sia ineguagliabile e ancora più spettacolare e, forse, hanno ragione.
Abbiamo deciso di esplorare la Baia di Ha Long e la meno turistica Baia di Lan Ha con calma, scivolando dolcemente su queste acque color del cielo. Abbiamo affittato una barca e, con l’aiuto di due lupi di mare, per due giorni non abbiamo fatto ritorno sulla terra ferma, persi in questo paradiso della natura. Senza wifi, senza fretta. Parla la natura, spettacolare ed eterna. Mi domando cosa si provi a vivere in questi luoghi, a doverci passare lunghe giornate per lavoro. Quando ero piccola mio papà mi ripeteva sempre che tutti i lavori sono utili, che se fatti con operosità e rispetto permettono di concorrere a far girare per il verso giusto il mondo. Se è vero che tutti i lavori servono, di certo qualcuno è più bello. Che facce placide che hanno i nostri capitani di vascello. E potrebbe essere diversamente? Ogni giorno si riempiono gli occhi di meraviglia e di silenzio. Mi viene in mente il pescatore di Siddhartha, capolavoro di Hermann Hesse. Chissà, forse anche i nostri compagni di viaggio conoscono la pace e custodiscono il segreto del creato.
Per la prima volta mio marito ed io abbiamo condotto un kajak. Maldestramente, con molta incertezza, senza ribaltarlo mai ad onor del vero. E quel che più conta, siamo riusciti a navigare attraverso grotte suggestive verso spiagge bianche e paesaggi struggenti.
Abbiamo visto villaggi galleggianti di pescatori, abbiamo dormito sperduti in alto mare godendo di un silenzio assoluto e di una oscurità totale appena lambita da fioche luci di pescherecci in lontananza.
Ci siamo tuffati in queste acque, arrampicati su vette di pietra per godere di una vista senza confini, abbiamo camminato sull’isola delle scimmie. Anima mia, riempiti di bellezza e conservala per i giorni bui che verranno.
Le parole non mi sono di aiuto nel descrivere quel che ho visto fuori e sentito dentro. Vorrei essere capace di scriverne, di fermare sulla carta le emozioni che ho provato, ma sfortunatamente non lo sono. Questa volta lascio che a parlare siano le fotografie qui di seguito, scattate da Emiliano.
Una volta a terra, mentre siamo in attesa del bus che ci condurrà al traghetto che ci porterà al pullman per Hanoi da dove prenderemo uno sleeping bus per Sapa (troppe coincidenze da far coincidere, mi sa), sento il braccio di mio marito cingermi le spalle: “Hai salutato la Baia?”.
Tạm biệt Ha Long, cảm ơn. Arrivederci Ha Long, grazie.
(Ph Emiliano Allocco)

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In kajak
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Dettaglio della vegetazione
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Nella Baia
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Guardando la Baia
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Nella Baia
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Un pescatore che rema con le gambe per avere le mani libere
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A nuoto nella Baia
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I colori della Baia
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Nella Baia
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Sull’Isola delle Scimmie
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Arrampicandoci sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Nella Baia
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Un villaggio galleggiante di pescatori
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L’alba nella Baia

 

 

 

 

 

 

 

A Cát Bà, finalmente

Dopo un lungo viaggio siamo finalmente giunti a Cát Bà. Abbiamo lasciato Hué ieri mattina prima dell’alba e, piuttosto agevolmente, abbiamo fatto ritorno a Hanoi, nel nord del Paese. Un paio di bus urbani e raggiungiamo la stazione dei bus a lunga percorrenza di Gia Lam. Qua veniamo assaliti da procacciatori di clienti che vogliono venderci tour imperdibili per la baia di Halong. Decidiamo di perderli e troviamo un bus pubblico che va a Bai Chay. Lo prendiamo al volo. Arrivati a Bai Chay, vedremo poi il da farsi.
E qui ha inizio un viaggio lungo, per certi versi tipico del sud-est asiatico e, perché no, divertente. Percorriamo poco più di 200 chilometri in poco meno di sei ore. Non passano 10 minuti senza che il bus faccia una sosta e carichi qualcuno. Ben presto i posti sono finiti, ma l’autista, con senso imprenditoriale, decide di sistemare piccoli sgabelli lungo tutto il corridoio e di continuare a far accomodare passeggeri. Il portabagagli del piano sotto è ormai pieno e i nuovi arrivati portano i loro bagagli sopra. Chi ha diritto a un posto a sedere sui sedili deve tenere con sé i propri averi e liberare le cappelliere per chi siede sugli sgabelli. Quando mi convinco che peggio di così non possa andare e che non riusciremo più a caricare nessuno, l’autista urla qualcosa e vedo che tutti i passeggeri con bambini fanno accomodare i propri figli sulle ginocchia. Ecco liberati nuovi posti! Ah, il senso pratico e degli affari degli asiatici riesce ancora a sorprendermi.
Arriviamo a Bai Chay nel tardo pomeriggio e capiamo subito che sarà impossibile raggiungere Cát Bà in giornata. Optiamo per una notte a Halong City. Cerchiamo un bus che ci porti in centro. I taxisti ci offrono un passaggio spergiurando che l’ultimo bus, quello delle 17, lo abbiamo perso e che comunque non accettava stranieri. Non ci diamo per vinti e continuiamo a cercare, con successo per fortuna. Ad Halong City ci sistemiamo in un ostello appena fuori dal centro. Halong City è una città tremenda, senza fascino seppure affacciata su uno dei paesaggi più belli al mondo. Sul lungo mare si susseguono grattacieli altissimi che fanno a gara per offrire la miglior vista sulla baia ai clienti, locali trendy di recente costruzione con musica da discoteca urlata, una ruota panoramica affiancata ad una funicolare, ovunque luci cangianti da fare invidia a Las Vegas. Cosa non si fa in nome di un turismo esasperato.
In un primo momento sembra impossibile raggiungere Cát Bà con i mezzi pubblici. Sembra necessario acquistare un qualche tour da una delle numerosissime agenzie di viaggio dislocate un po’ ovunque. Ma per fortuna a cena incontriamo un ragazzo del posto che ci dà alcune dritte. Andiamo a dormire e prima dell’alba siamo pronti per espugnare Cát Bà. Raggiungiamo il  molo di Tuan Chau e ci imbarchiamo su un traghetto. L’alba sulla baia ci ripaga di ogni fatica. Ci accomodiamo e ci godiamo il viaggio sulle acque quiete in mezzo alle isole calcaree, in silenzio. Arrivati a Cát Bà, la più grande delle isole della baia di Halong, raggiungiamo Cát Bà City con un bus. Ce l’abbiamo fatta! Siamo qua finalmente dopo un giorno e mezzo passato a giro.
Ci dedichiamo all’esplorazione dell’isola: frastagliata, scoscesa e brulicante di vegetazione tropicale, ancora incontaminata per fortuna. Visitiamo la Grotta dell’Ospedale, un ospedale da campo a prova di bomba che contava 17 camere su tre piani ricavato all’interno di una grotta naturale. Venne costruito tra il 1963 e il 1965 con l’aiuto della Cina e fu attivo fino al 1975.
Ci concediamo un lungo e fatico trekking nel Parco Nazionale dell’isola che ospita 32 specie di mammiferi e 70 specie di uccelli. Ci imbattiamo in gruppi di ragazzi intenti a raccogliere preziose  erbe officinali, tanto care ai cinesi che qui vengono ad acquistarle. Raggiungiamo la cima di una delle tante vette calcaree e la vista da lassù ci toglie il fiato. Concludiamo la giornata arrampicandoci fino a Fort Cannon, una vecchia base militare dotata di pista di atterraggio per gli elicotteri. Da quassù si gode di una vista incantevole sulla baia. Vediamo il giorno finire e il mare vestirsi di tramonto.
Rincasando ci imbattiamo in tre bambini che giocano lungo la strada. Una bimba mi prende per le mani e inizia a ridere. Giochiamo a far correre una macchinina lungo la strada. Un’avventura come questa, spontanea e imprevista, vale un viaggio intero.
(Ph Emiliano Allocco)

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L’alba sulla baia vista dal molo di Tuan Chau
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Di fronte al molo di Tuan Chau
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Verso l’isola di Cát Bàt
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All’interno della Grotta dell’Ospedale
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All’interno della Grotta dell’Ospedale
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Nel parco Nazionale di Cát Bà
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Noi nel Parco Nazionale di Cát Bà con un compagno di viaggio reclutato lungo la via
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Guardando il Parco Nazionale di Cát Bà dall’alto
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Vegetazione tropicale
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Cervi nel Parco Nazionale di Cát Bà
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L’isola di Cát Bà vista dal suo Parco Nazionale
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 Veduta della baia di Lan Ha
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Tramonto sulla baia di Lan Ha
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Scrutando l’orizzonte da Fort Cannon

Giro in tondo a Hué

“Happy New Year”, la voce squillante di una cameriera ci ricorda che un nuovo anno è cominciato. Ci accomodiamo nella sala da pranzo dell’hotel e troviamo fiori freschi sui tavoli per celebrare questo nuovo inizio.
Abbiamo deciso di dedicare la giornata all’esplorazione dei mausolei dei sovrani della dinastia Nguyen (1802-1945), dislocati lungo le rive del Fiume dei Profumi, a sud di Hué. Quasi tutte le Tombe Reali furono progettate dagli imperatori stessi e alcune vennero usate come abitazioni quando questi erano ancora in vita. I vari mausolei hanno una struttura simile: comprendono di norma cinque elementi essenziali. Il primo è un padiglione che accoglie una stele celebrante i successi e la vita dell’imperatore defunto. Accanto sorge un tempio dedicato al culto dell’imperatore e dell’imperatrice. Il terzo elemento è solitamente un sepolcro cinto da mura, mentre il quarto è un cortile d’onore con statue in pietra che raffigurano cavalli, elefanti e mandarini. L’ultimo elemento è un piccolo lago ricoperto da fiori di loto e circondato da imponenti pini e alberi di frangipane.
Visitiamo tre tombe: quella dell’imperatore Tu Duc che ebbe 104 mogli e diede ordine di mettere a morte i 200 servitori che presero parte alla tumulazione delle sue esequie per timore di futuri saccheggi -ancora oggi non si conosce il luogo esatto dove Tu Duc è sepolto-; quella dell’imperatore Minh Mang che di mogli ne ebbe 500 (e mio marito che si lamenta di essere lui il martire!), ma preferì sempre la compagnia di uomini come ci dice sottovoce la guida e quella di Khai Dinh, il penultimo imperatore del Vietnam, poco amato perché considerato dal popolo un burattino nelle mani dei francesi.
Monumenti imponenti con giardini curatissimi e acque quiete che vogliono sfidare il tempo. Emblemi del peccato capitale dell’uomo di voler lasciare traccia di sé attraverso opere sfarzose, il tentativo di vincere la morte e l’oblio. La paura dell’anonimato diventata sfarzo. Siamo parti del tutto, di passaggio, non possediamo nulla, semmai prendiamo temporaneamente in prestito. Eppure da che mondo è mondo, ce ne dimentichiamo e gettiamo le nostre energie nello sforzo di possedere, nel tentativo vano che il nostro nome sia ricordato.
Una ciotola di riso e verdure e siamo pronti per il pomeriggio. Scivoliamo dolcemente sulle acque del Fiume dei Profumi e raggiungiamo la Pagoda di Thien Mu, arroccata su una collina a 4 chilometri a sud-ovest della Cittadella, simbolo della città e del Vietnam. Una pagoda ottagonale alta 21 metri che conta 7 piani, ognuno dedicato a un manushi-buddha (un buddha che si è manifestato sotto forma umana). Questa pagoda negli anni ’60 divenne simbolo delle proteste contro il governo di Diem.
Ritornati a Hué, ci perdiamo tra le sue vie senza una meta, una lunga passeggiata sotto la pioggia. Ceniamo in un chiosco sulla strada, spartano, uno di quei posti tipici dove le maniche si appiccicano al tavolo, frequentato da vietnamiti e evitato dagli occidentali. Ho ascoltato e letto commenti entusiasti su Hué, qualcuno l’ha addirittura definita la più bella città del Vietnam. In tutta onestà, non ne ho subito il fascino. Qui più che altrove mi sembra mal riuscito il connubio tra tradizione e modernità, tra il sacro e le kitschissime luci al neon. Troppi turisti, troppi locali alla moda occidentale, troppi negozi con musica urlata e scadente mercanzia in vendita, troppi procacciatori di clienti. Del fascino antico giunge appena un eco sussurrato. Un peccato per me che sono qua alla ricerca dell’altro, di qualcosa che non sappia riconoscere e che non mi sia famigliare. Forse siamo capitati in giorni sbagliati, troppo freddi e piovosi. Dovrei ritornare in una giornata di sole pieno per perdermi nei giardini della città e andare in esplorazione dei suoi dintorni in bicicletta. Chissà. Bisogna sempre seminare un pretesto per ritornare. Ecco il mio.
Forse sono semplicemente pronta a lasciare il centro del paese e ad avviarmi verso i paesaggi del nord. Domani si parte.
(Ph Emiliano Allocco)

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Dettaglio
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Nei giardini intorno alla Tomba di Tu Duc
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Obelisco alla Tomba di Khai Dinh
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Sul retro della Pagoda di Thien Mu
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Il Fiume dei Profumi
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La Pagoda di Thien Mu
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Incensi colorati in vendita lungo le vie