Ha Long, dove il drago scende al mare

La leggenda narra che, molto tempo addietro, un enorme drago che viveva sulle montagne di quella che oggi è nota come la Baia di Ha Long decise di scendere al mare. Si lanciò verso la costa con una tale forza che la sua coda smosse la terra e scavò valli e crepacci scoscesi. Quando infine si tuffò nelle acque cristalline, le aree scavate dalla sua coda si riempirono d’acqua lasciandone visibili solo le punte più alte.
Ancora oggi lo spettacolo del Golfo del Tonchino e delle sue oltre 2.000 isole che emergono da acque color smeraldo lascia senza fiato. Questo suggestivo paesaggio di isole calcaree, punteggiate di grotte scavate dal vento e dalle onde del mare e ornate di una vegetazione rada e selvaggia, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 1994 e questo ha permesso di preservarlo intatto salvaguardandone la ricchezza e l’unicità. La Baia di Ha Long viene spesso paragonata al paesaggio carsico di isolette calcaree di Guilin e Yangshou, nella regione del Guangxi nel sud della Cina. Se interessati a un confronto trovate qui alcune istantanee scattate da mio marito durante il nostro viaggio in Cina (https://www.flickr.com/photos/47665124@N07/albums/72157657421200258). I vietnamiti spergiurano che la Baia sia ineguagliabile e ancora più spettacolare e, forse, hanno ragione.
Abbiamo deciso di esplorare la Baia di Ha Long e la meno turistica Baia di Lan Ha con calma, scivolando dolcemente su queste acque color del cielo. Abbiamo affittato una barca e, con l’aiuto di due lupi di mare, per due giorni non abbiamo fatto ritorno sulla terra ferma, persi in questo paradiso della natura. Senza wifi, senza fretta. Parla la natura, spettacolare ed eterna. Mi domando cosa si provi a vivere in questi luoghi, a doverci passare lunghe giornate per lavoro. Quando ero piccola mio papà mi ripeteva sempre che tutti i lavori sono utili, che se fatti con operosità e rispetto permettono di concorrere a far girare per il verso giusto il mondo. Se è vero che tutti i lavori servono, di certo qualcuno è più bello. Che facce placide che hanno i nostri capitani di vascello. E potrebbe essere diversamente? Ogni giorno si riempiono gli occhi di meraviglia e di silenzio. Mi viene in mente il pescatore di Siddhartha, capolavoro di Hermann Hesse. Chissà, forse anche i nostri compagni di viaggio conoscono la pace e custodiscono il segreto del creato.
Per la prima volta mio marito ed io abbiamo condotto un kajak. Maldestramente, con molta incertezza, senza ribaltarlo mai ad onor del vero. E quel che più conta, siamo riusciti a navigare attraverso grotte suggestive verso spiagge bianche e paesaggi struggenti.
Abbiamo visto villaggi galleggianti di pescatori, abbiamo dormito sperduti in alto mare godendo di un silenzio assoluto e di una oscurità totale appena lambita da fioche luci di pescherecci in lontananza.
Ci siamo tuffati in queste acque, arrampicati su vette di pietra per godere di una vista senza confini, abbiamo camminato sull’isola delle scimmie. Anima mia, riempiti di bellezza e conservala per i giorni bui che verranno.
Le parole non mi sono di aiuto nel descrivere quel che ho visto fuori e sentito dentro. Vorrei essere capace di scriverne, di fermare sulla carta le emozioni che ho provato, ma sfortunatamente non lo sono. Questa volta lascio che a parlare siano le fotografie qui di seguito, scattate da Emiliano.
Una volta a terra, mentre siamo in attesa del bus che ci condurrà al traghetto che ci porterà al pullman per Hanoi da dove prenderemo uno sleeping bus per Sapa (troppe coincidenze da far coincidere, mi sa), sento il braccio di mio marito cingermi le spalle: “Hai salutato la Baia?”.
Tạm biệt Ha Long, cảm ơn. Arrivederci Ha Long, grazie.
(Ph Emiliano Allocco)

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In kajak
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Dettaglio della vegetazione
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Nella Baia
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Guardando la Baia
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Nella Baia
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Un pescatore che rema con le gambe per avere le mani libere
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A nuoto nella Baia
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I colori della Baia
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Nella Baia
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Sull’Isola delle Scimmie
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Arrampicandoci sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Sull’Isola delle Scimmie
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Nella Baia
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Un villaggio galleggiante di pescatori
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L’alba nella Baia

 

 

 

 

 

 

 

A Cát Bà, finalmente

Dopo un lungo viaggio siamo finalmente giunti a Cát Bà. Abbiamo lasciato Hué ieri mattina prima dell’alba e, piuttosto agevolmente, abbiamo fatto ritorno a Hanoi, nel nord del Paese. Un paio di bus urbani e raggiungiamo la stazione dei bus a lunga percorrenza di Gia Lam. Qua veniamo assaliti da procacciatori di clienti che vogliono venderci tour imperdibili per la baia di Halong. Decidiamo di perderli e troviamo un bus pubblico che va a Bai Chay. Lo prendiamo al volo. Arrivati a Bai Chay, vedremo poi il da farsi.
E qui ha inizio un viaggio lungo, per certi versi tipico del sud-est asiatico e, perché no, divertente. Percorriamo poco più di 200 chilometri in poco meno di sei ore. Non passano 10 minuti senza che il bus faccia una sosta e carichi qualcuno. Ben presto i posti sono finiti, ma l’autista, con senso imprenditoriale, decide di sistemare piccoli sgabelli lungo tutto il corridoio e di continuare a far accomodare passeggeri. Il portabagagli del piano sotto è ormai pieno e i nuovi arrivati portano i loro bagagli sopra. Chi ha diritto a un posto a sedere sui sedili deve tenere con sé i propri averi e liberare le cappelliere per chi siede sugli sgabelli. Quando mi convinco che peggio di così non possa andare e che non riusciremo più a caricare nessuno, l’autista urla qualcosa e vedo che tutti i passeggeri con bambini fanno accomodare i propri figli sulle ginocchia. Ecco liberati nuovi posti! Ah, il senso pratico e degli affari degli asiatici riesce ancora a sorprendermi.
Arriviamo a Bai Chay nel tardo pomeriggio e capiamo subito che sarà impossibile raggiungere Cát Bà in giornata. Optiamo per una notte a Halong City. Cerchiamo un bus che ci porti in centro. I taxisti ci offrono un passaggio spergiurando che l’ultimo bus, quello delle 17, lo abbiamo perso e che comunque non accettava stranieri. Non ci diamo per vinti e continuiamo a cercare, con successo per fortuna. Ad Halong City ci sistemiamo in un ostello appena fuori dal centro. Halong City è una città tremenda, senza fascino seppure affacciata su uno dei paesaggi più belli al mondo. Sul lungo mare si susseguono grattacieli altissimi che fanno a gara per offrire la miglior vista sulla baia ai clienti, locali trendy di recente costruzione con musica da discoteca urlata, una ruota panoramica affiancata ad una funicolare, ovunque luci cangianti da fare invidia a Las Vegas. Cosa non si fa in nome di un turismo esasperato.
In un primo momento sembra impossibile raggiungere Cát Bà con i mezzi pubblici. Sembra necessario acquistare un qualche tour da una delle numerosissime agenzie di viaggio dislocate un po’ ovunque. Ma per fortuna a cena incontriamo un ragazzo del posto che ci dà alcune dritte. Andiamo a dormire e prima dell’alba siamo pronti per espugnare Cát Bà. Raggiungiamo il  molo di Tuan Chau e ci imbarchiamo su un traghetto. L’alba sulla baia ci ripaga di ogni fatica. Ci accomodiamo e ci godiamo il viaggio sulle acque quiete in mezzo alle isole calcaree, in silenzio. Arrivati a Cát Bà, la più grande delle isole della baia di Halong, raggiungiamo Cát Bà City con un bus. Ce l’abbiamo fatta! Siamo qua finalmente dopo un giorno e mezzo passato a giro.
Ci dedichiamo all’esplorazione dell’isola: frastagliata, scoscesa e brulicante di vegetazione tropicale, ancora incontaminata per fortuna. Visitiamo la Grotta dell’Ospedale, un ospedale da campo a prova di bomba che contava 17 camere su tre piani ricavato all’interno di una grotta naturale. Venne costruito tra il 1963 e il 1965 con l’aiuto della Cina e fu attivo fino al 1975.
Ci concediamo un lungo e fatico trekking nel Parco Nazionale dell’isola che ospita 32 specie di mammiferi e 70 specie di uccelli. Ci imbattiamo in gruppi di ragazzi intenti a raccogliere preziose  erbe officinali, tanto care ai cinesi che qui vengono ad acquistarle. Raggiungiamo la cima di una delle tante vette calcaree e la vista da lassù ci toglie il fiato. Concludiamo la giornata arrampicandoci fino a Fort Cannon, una vecchia base militare dotata di pista di atterraggio per gli elicotteri. Da quassù si gode di una vista incantevole sulla baia. Vediamo il giorno finire e il mare vestirsi di tramonto.
Rincasando ci imbattiamo in tre bambini che giocano lungo la strada. Una bimba mi prende per le mani e inizia a ridere. Giochiamo a far correre una macchinina lungo la strada. Un’avventura come questa, spontanea e imprevista, vale un viaggio intero.
(Ph Emiliano Allocco)

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L’alba sulla baia vista dal molo di Tuan Chau
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Di fronte al molo di Tuan Chau
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Verso l’isola di Cát Bàt
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All’interno della Grotta dell’Ospedale
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All’interno della Grotta dell’Ospedale
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Nel parco Nazionale di Cát Bà
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Noi nel Parco Nazionale di Cát Bà con un compagno di viaggio reclutato lungo la via
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Guardando il Parco Nazionale di Cát Bà dall’alto
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Vegetazione tropicale
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Cervi nel Parco Nazionale di Cát Bà
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L’isola di Cát Bà vista dal suo Parco Nazionale
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 Veduta della baia di Lan Ha
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Tramonto sulla baia di Lan Ha
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Scrutando l’orizzonte da Fort Cannon

Giro in tondo a Hué

“Happy New Year”, la voce squillante di una cameriera ci ricorda che un nuovo anno è cominciato. Ci accomodiamo nella sala da pranzo dell’hotel e troviamo fiori freschi sui tavoli per celebrare questo nuovo inizio.
Abbiamo deciso di dedicare la giornata all’esplorazione dei mausolei dei sovrani della dinastia Nguyen (1802-1945), dislocati lungo le rive del Fiume dei Profumi, a sud di Hué. Quasi tutte le Tombe Reali furono progettate dagli imperatori stessi e alcune vennero usate come abitazioni quando questi erano ancora in vita. I vari mausolei hanno una struttura simile: comprendono di norma cinque elementi essenziali. Il primo è un padiglione che accoglie una stele celebrante i successi e la vita dell’imperatore defunto. Accanto sorge un tempio dedicato al culto dell’imperatore e dell’imperatrice. Il terzo elemento è solitamente un sepolcro cinto da mura, mentre il quarto è un cortile d’onore con statue in pietra che raffigurano cavalli, elefanti e mandarini. L’ultimo elemento è un piccolo lago ricoperto da fiori di loto e circondato da imponenti pini e alberi di frangipane.
Visitiamo tre tombe: quella dell’imperatore Tu Duc che ebbe 104 mogli e diede ordine di mettere a morte i 200 servitori che presero parte alla tumulazione delle sue esequie per timore di futuri saccheggi -ancora oggi non si conosce il luogo esatto dove Tu Duc è sepolto-; quella dell’imperatore Minh Mang che di mogli ne ebbe 500 (e mio marito che si lamenta di essere lui il martire!), ma preferì sempre la compagnia di uomini come ci dice sottovoce la guida e quella di Khai Dinh, il penultimo imperatore del Vietnam, poco amato perché considerato dal popolo un burattino nelle mani dei francesi.
Monumenti imponenti con giardini curatissimi e acque quiete che vogliono sfidare il tempo. Emblemi del peccato capitale dell’uomo di voler lasciare traccia di sé attraverso opere sfarzose, il tentativo di vincere la morte e l’oblio. La paura dell’anonimato diventata sfarzo. Siamo parti del tutto, di passaggio, non possediamo nulla, semmai prendiamo temporaneamente in prestito. Eppure da che mondo è mondo, ce ne dimentichiamo e gettiamo le nostre energie nello sforzo di possedere, nel tentativo vano che il nostro nome sia ricordato.
Una ciotola di riso e verdure e siamo pronti per il pomeriggio. Scivoliamo dolcemente sulle acque del Fiume dei Profumi e raggiungiamo la Pagoda di Thien Mu, arroccata su una collina a 4 chilometri a sud-ovest della Cittadella, simbolo della città e del Vietnam. Una pagoda ottagonale alta 21 metri che conta 7 piani, ognuno dedicato a un manushi-buddha (un buddha che si è manifestato sotto forma umana). Questa pagoda negli anni ’60 divenne simbolo delle proteste contro il governo di Diem.
Ritornati a Hué, ci perdiamo tra le sue vie senza una meta, una lunga passeggiata sotto la pioggia. Ceniamo in un chiosco sulla strada, spartano, uno di quei posti tipici dove le maniche si appiccicano al tavolo, frequentato da vietnamiti e evitato dagli occidentali. Ho ascoltato e letto commenti entusiasti su Hué, qualcuno l’ha addirittura definita la più bella città del Vietnam. In tutta onestà, non ne ho subito il fascino. Qui più che altrove mi sembra mal riuscito il connubio tra tradizione e modernità, tra il sacro e le kitschissime luci al neon. Troppi turisti, troppi locali alla moda occidentale, troppi negozi con musica urlata e scadente mercanzia in vendita, troppi procacciatori di clienti. Del fascino antico giunge appena un eco sussurrato. Un peccato per me che sono qua alla ricerca dell’altro, di qualcosa che non sappia riconoscere e che non mi sia famigliare. Forse siamo capitati in giorni sbagliati, troppo freddi e piovosi. Dovrei ritornare in una giornata di sole pieno per perdermi nei giardini della città e andare in esplorazione dei suoi dintorni in bicicletta. Chissà. Bisogna sempre seminare un pretesto per ritornare. Ecco il mio.
Forse sono semplicemente pronta a lasciare il centro del paese e ad avviarmi verso i paesaggi del nord. Domani si parte.
(Ph Emiliano Allocco)

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Dettaglio
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Nei giardini intorno alla Tomba di Tu Duc
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Obelisco alla Tomba di Khai Dinh
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Sul retro della Pagoda di Thien Mu
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Il Fiume dei Profumi
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La Pagoda di Thien Mu
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Incensi colorati in vendita lungo le vie

 

Singing in the rain a Hué

E anche oggi piove. A sentire chi qua ci abita, pare sia una condizione anomala; troppa pioggia e troppo freddo per questo periodo dell’anno.
Questa mattina abbiamo lasciato Hoi An e con uno sleeping bus abbiamo raggiunto Hué, l’antica citta imperiale. Al nostro arrivo siamo assaliti da avventori di hotel e locali della zona che, a prezzi stracciati, ci propongono soggiorni in camere spaziose, pasti o gite nei dintorni. E’ la prima volta da quando siamo a giro per il Vietnam che ci capita di imbatterci in procacciatori di clienti. Qui come in pochi altri paesi i turisti vengono lasciati in pace e possono girare liberamente senza essere scocciati da venditori di chincaglierie o altro.
Troviamo rifugio in un piccolo ristorante. Dopo pranzo, ci allontaniamo dal centro e cerchiamo un hotel che ci ospiti per un paio di notti. Abbandonati gli zaini, siamo pronti per esplorare la Cittadella.
Hué, oggi dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, balzò agli onori della cronaca nel 1802 quando l’imperatore Gia Long fondò la dinastia Nguyen e trasferì la capitale da Hanoi a Hué, mosso dall’intenzione di unire il Vietnam. Diede avvio alla costruzione della Cittadella (Kinh Thanh) e dovette lottare duramente per difendere il paese dalla crescente influenza francese. Nel 1885 la Cittadella venne bombardata dai francesi in risposta a un attacco vietnamita: la biblioteca imperiale venne data alle fiamme e tutti gli oggetti di valore e gli ornamenti vennero rubati. Gli imperatori continuarono a risiedere all’interno della Cittadella, ma di fatto non detenevano più alcun potere.
Hué ritornò tristemente al centro delle cronache nel 1968, durante l’offensiva del Tet. L’esercito nordvietnamita e i vietcong riuscirono a espugnarla e per poco più di tre settimane ne ebbero il controllo: durante questo tempo oltre 2.500 persone tra membri dell’esercito ARVN, funzionari politici, monaci e intellettuali vennero barbaramente fucilati, bastonati a morte o bruciati vivi. Gli americani e l’esercito sudvietnamita reagirono bombardando la Cittadella, radendo al suolo intere aree della città e gettando Napalm. In tutto persero la vita 10.000 persone, soldati e soprattutto civili.
Quel che resta della Cittadella è visitabile in una mezza giornata. Circondata da mura di fortificazione spesse 2 metri e lunghe 10 chilometri e da un ampio fossato, conta 10 porte di accesso. Al suo interno è suddivisa in varie aree: il Recinto Imperiale e la Città Purpurea Proibita costituivano ai tempi dei fasti il centro della vita della famiglia imperiale, il complesso del templi era il luogo sacro del culto, i giardini l’area del relax. Le abitazioni si trovavano nell’area nord, vicine alla fortezza Mang Ca.
Sotto una pioggia che non accenna a diminuire, esploriamo questo sito. Magnifici i giardini, curati e verdeggianti. Chissà che splendore in una calda giornata soleggiata. Un po’ ovunque ci sono lavori in corso di restauro e materiale per l’edilizia abbandonato senza troppa cura. Incantevole il Teatro Reale.
Mentre cerchiamo di raggiungere il complesso dei Tempio di Thai To Mieu, ne combino una delle mie: scivolo rovinosamente e sono protagonista indiscussa della miglior caduta acrobatica della giornata. In un attimo, mi ritrovo gambe all’aria. Vedo mio marito precipitarsi a raccogliere la guida che avevo in mano, finita in una pozzanghera. Prima la guida e poi la moglie! E pensare che siamo sposati da poco più di un anno. Ovviamente mentre do il meglio di me, dal viale fino a quel momento deserto, fa capolino un pulmino per i turisti, stracolmo. Sento arrivare un coro di “Oooohhh!”. Chissà se  diventerò una star di Youtube. Poco male. Mi rialzo senza troppa fatica. Bilancio dell’avventura: qualche taglio sulle mani, un polso dolorante, una risata e quella che, in gergo tecnico, è nota come una sonora culata. Avremo un aneddoto in più da raccontare agli amici durante le prossime cene.
Concludiamo il nostro giro e ci lasciamo la Cittadella alle spalle. Sulla via del ritorno verso l’hotel, scegliamo accuratamente un locale per la cena, semplice, senza musica, senza fasti per il capodanno. Siamo due anime timide, refrattarie alla mondanità.
Buon anno a noi, sperando sia un anno di viaggi e in cammino, insieme.

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Meravigliosi lampioni decorati

 

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Ovunque sono in corso lavori di restauro

 

 

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Sotto la pioggia nella Cittadella

 

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Guardando i Giardini

 

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Un’isola di pace nei Giardini di Co Ha
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Lanterna
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Una porta riccamente decorata
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Un dettaglio
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Porta di accesso
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Nel Complesso del Tempio di Thai To Mieu

 

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Già… posso testimoniare che è proprio così!

 

A piedi nudi in riva al mare, in bicicletta nelle campagne intorno a Hoi An

Se dovessi descrivere la giornata odierna usando un solo aggettivo sceglierei umida.
Incuranti delle previsioni del tempo e dei consigli della receptionist dell’albergo, abbiamo preso in affitto due biciclette e ci siamo lanciati nell’esplorazione dei dintorni di Hoi An.
Un cielo grigio, carico di pioggia, ci sovrasta. Pazienza! Chissà se mai torneremo, non possiamo lasciarci intimidire. Pedalare sotto la pioggia è romantico, soprattutto al cinema, comodamente seduti in sala. Nel mondo al di qua dello schermo, la poesia viene meno. Per fortuna ci vengono in soccorso le mantelline in vendita dagli ambulanti lungo la via. Per pochi spiccioli ne acquistiamo due con cappuccio, ampie maniche con elastico ai polsi, lunghe fino al ginocchio: rosa la mia, verde acido fosforescente quella di mio marito. E’ andata decisamente peggio a lui.
A 5 km da Hoi An, in direzione est, dopo un susseguirsi di risaie verdeggianti, si arriva al mare, oggi in burrasca, agitato, bianco di schiuma. Sfoga la sua potenza ed è di una bellezza struggente. In spiaggia, in una giornata come questa, ci siamo solo io e il marziano in mantellina verde. Tutta questa meraviglia è per noi.
Ci togliamo le scarpe e passeggiamo a piedi nudi nell’acqua. La pioggia ci concede una tregua. Mi distraggo un attimo e un’onda mi sorprende, travolgendomi fino alla vita. Nulla da fare, oggi va così.
Dopo un veloce pranzo a base di cao lau, ci lanciamo alla scoperta della periferia a ovest di Hoi An. Pedaliamo fino a raggiungere il piccolo villaggio d Thanh Ha, rinomato per la sua lunga tradizione di produzione della ceramica. Decidiamo di tornare in città, la pioggia è battente ora. Troviamo rifugio in una sala da tè.
Dopo un’ora il cielo sembra aprirsi e la pioggia scomparire. Ci avventuriamo verso sud. Pedaliamo senza meta riempendoci gli occhi di paesaggi, risaie, minuscoli villaggi. Le strade sono piccole, spesso sterrate, le case sono povere, gli animali girano liberi per le vie, le immondizie sono abbandonate qua e là disordinatamente. Non deve essere zona turistica perché tutti ci guardano con curiosità e i bambini, divertiti, ci corrono incontro urlando “Hello!”.
Si fa buio, è ora di tornare. Abbiamo promesso di restituire le bici per le 19.
(Ph Emiliano Allocco)

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Il Mare Cinese Meridionale

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A giro per Hoi An

A noi che arriviamo da Saigon, Hoi An appare come una cittadina tranquilla, poco trafficata e per nulla inquinata, appena lambita dalla modernità senza esserne stata stravolta.
Hoi An, affacciata sul fiume Thu Bon,  è una città storica, suggestiva e ricca di fascino. In passato fu un’importante città portuale frequentata da mercanti cinesi, giapponesi, olandesi, portoghesi, spagnoli, indiani, filippini, indonesiani, inglesi, francesi e thailandesi. I suoi magazzini traboccavano di preziose mercanzie: pregiati tè, sete, tessuti, fini porcellane, carta, zucchero, grani di pepe, betel, erbe officinali, zanne di elefanti, lacche, cera d’api e madreperle. Furono soprattutto i mercanti cinesi e giapponesi a lasciare il segno a Hoi An, costruendo magnifiche residenze sul lungofiume usate anche come magazzini, Sale Riunioni delle diverse Congregazioni e incantevoli ponti. Hoi An cadde in disgrazia alla fine del XIX secolo quando il fiume Thu Bon si insabbiò. Oggi è rifiorita grazie soprattutto al turismo. Dal 1999 la sua Città Vecchia è entrata a far parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e questo ha permesso di conservarla intatta.
Abbiamo esplorato il meraviglioso mercato cittadino lungo il fiume e la Città Vecchia. Delizioso il Ponte Coperto Giapponese, suggestive le vecchie case dentro le quali coesistono armoniosamente tre stili architettonici -cinese, vietnamita e giapponese-, imponenti le Sale Riunioni delle Congregazioni di mercanti cinesi che si riunivano in base alla provincia di provenienza. Hoi An è famosa anche per la sua gastronomia: tra i suoi piatti più conosciuti si annoverano i cao lau -noodles in stile giapponese conditi con erbe, verdure, germogli e carne-, il banh vac -raviolo al vapore ai gamberetti-, gli hoanh thanh (wonton fritti) e i banh xeo (crepes salate croccanti). Ovunque ci si imbatte in negozi che vendono stoffe pregiate e sartorie eccellenti che confezionano abiti su misura in giornata: si stima che in città lavorino tra i 300 e i 500 sarti.
Incantevole passeggiare in città dopo il tramonto a lume di lanterna (Hoi An è anche conosciuta come la città delle lanterne), quando i negozi sono chiusi, sbarrati da assi in legno come tradizione vuole.
(Ph Emiliano Allocco)

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In attesa
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Il mercato cittadino lungo il fiume Thu Bon
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Una imponente statua di drago nel giardino sul retro della Sala Riunioni della Congregazione Cinese di Canton
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Il mercato cittadino lungo il fiume Thu Bon

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Le lanterne di Hoi An
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Il ponte giapponese

 

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Offerte in un tempio

 

 

Cà Phê, the beauty of silence

Oggi è stata una giornata fredda e piovosa a Hoi An. Abbiamo trascorso la mattina perdendoci senza meta tra le vie della città vecchia e del mercato cittadino.
Stanchi e infreddoliti, abbiamo deciso di concederci una pausa in una tipica casa da tè. Siamo entrati in un locale di D Tran Phu, la Reaching Out Tea House, e ci siamo goduti una delle migliori pause che ricordi.
Questa meravigliosa casa da tè, squisitamente arredata, ha una particolarità: tutto si svolge nel più assoluto silenzio. Si gesticola per farsi capire dalle cameriere, si sussurra appena nel caso il linguaggio dei gesti non sia esaustivo, si ordina usando carta e matita. Ogni tavolo è provvisto di una scatola in legno dentro la quale vi sono delle tessere, ognuna recante una scritta (Bill, Thank you, Cold Water, Hot Water, Ice…) da usare per facilitare una conversazione senza parole da pronunciare.
Una pergamena, scritta a mano, fa bella mostra di sé e riporta la frase The beauty of silence. In un angolo sono appese le regole della casa. Un decalogo di piccole buone abitudini da coltivare per una vita felice. Giochi in legno sono disponibili, in ceste, per tutti. Una mensola mette al servizio degli avventori libri da leggere, carta e penne per scrivere o disegnare, peluche per i più piccoli, gomitoli di lana e ferri.
Ci accomodiamo in una minuscola saletta affacciata su un curatissimo cortile interno. Scalzi, a gambe incrociate sul tatami, abbiamo aspettato di essere cerimoniosamente serviti: un tè Oolong -tipico della regione di Da Nang- per me, un Cà Phê per mio marito.
Il Cà Phê è il tradizionale caffè vietnamita, servito caldo o freddo -a seconda della stagione- e accompagnato da latte condensato e zucchero. Ha tempi da rispettare. Viene servito in una tazza in vetro sulla quale è appoggiato un filtro in alluminio contenente polvere di caffè. I camerieri versano acqua bollente sul filtro, la bevanda scura e densa comincia lentamente a sgocciolare nel bicchiere sottostante. Dopo alcuni minuti, il caffè è pronto. In estate, si aggiunge il ghiaccio. Ho appreso con curiosità che il Vietnam è il secondo paese al mondo per produzione di caffè.
Rimaniamo a lungo in questa casa da tè, incantati da tanta bellezza e coccolati da un silenzio e da una lentezza ai quali non siamo più avvezzi, abituati come siamo nella nostra quotidianità ad andar sempre di fretta, a un frastuono continuo, ad avere il televisore sempre accesso in sottofondo anche quando si fa altro, la musica perenne in macchina, troppe riunioni di lavoro piene di parole e povere di contenuti. Stare in silenzio all’inizio non ci riesce facile, ma dopo poco ci abituiamo. Una calma mi invade e il tempo che scorre non sembra più sfiorarmi. Mi godo la vicinanza di mio marito, la mente libera da pensieri e una tranquillità che mi riconcilia con il mondo.
Fuori ha smesso di piovere. Ci decidiamo a lasciare questa isola di quiete. Camminiamo vicini senza dire nulla, per non rompere l’incantesimo.
(Ph Emiliano Allocco)

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Tè vietnamita
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Cà Phê
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Un dettaglio nel cortile interno
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Giochi in legno per grandi e piccini
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L’angolo del relax: libri, carta e penna per scrivere o disegnare, peluche, ferri e gomitoli da intrecciare
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Le regole della casa del tè

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Cà Phê