La borsa della preghiera

C’è una storia delicata che unisce un padre e un figlio, un filo rosso lungo 60 anni, un cerchio che si chiude e che sa di riscatto. Racconto questa storia perché credo debba sopravvivere all’oblio del tempo ed essere condivisa.
Quando si entra a Birkenau, appena oltrepassato il cancello della morte, non si può fare a meno di notare il binario cieco su cui viaggiavano i treni che qui trasportavano ebrei e deportati da tutta Europa. Un vagone si staglia all’orizzonte. Fu costruito in Germania all’inizio del XX secolo per il trasporto merci, ma durante gli anni bui della seconda guerra mondiale fu usato per condurre migliaia di uomini, donne e bambini, stipati e ammassati in condizioni igieniche precarie e provenienti principalmente dall’Ungheria, in questo campo di concentramento e stermini.
Così giunse a Birkenau nel maggio del 1944 anche Hugo Lowy, un ebreo ungherese padre di famiglia. Appena sceso dal treno, gli fu intimato di abbandonare sulla banchina tutto quel che aveva portato con sé. Hugo oppose un fermo rifiuto: non era disposto a separarsi dalla sua borsa della preghiera dove custodiva il tallit (lo scialle di preghiera) e il tefillin (i filatteri). Per questa ragione fu brutalmente ucciso dai soldati nazisti, proprio dinnanzi al treno. Ai tempi il più giovane dei figli di Hugo, Frank, aveva appena 13 anni.
Fu Frank a farsi carico di cercare, restaurare e condurre a Birkenau il vagone originale usato dai nazisti per il trasporto degli ebrei ungheresi. Il vagone giunse qui nel settembre del 2009. Nell’aprile dell’anno successivo, durante una cerimonia ufficiale, venne donato da Frank al Museo statale di Auschwitz-Birkenau e dedicato a tutti coloro che in questo luogo trovarono la morte. 66 anni erano passati da quando i nazisti avevano ucciso suo padre. Frank portò con sé la propria borsa della preghiera. Insieme al fratello Sanyi, entrò nel vagone e la depose.
Il vagone fu poi sigillato. Conserva al suo interno il ricordo di Hugo e di tutte le anime che viaggiarono verso la morte.
“Abbiamo un vagone – ha dichiarato Frank nel 20 – che simboleggia la sofferenza e la deportazioni degli ebrei di Ungheria. Mio padre era tra loro. Venne brutalmente assassinato subito dopo il suo arrivo, appena qualche metro più in là di dove ci troviamo ora. E’ un momento molto toccante, ma per me rappresenta la chiusura di un cerchio. Avevo 13 anni quando persi mio padre. Oggi ne ho 80″.

Se vi interessa leggere un resoconto della mia visita ad Auschwitz, trovate qui il link: https://agiroergosum.wordpress.com/2017/06/17/auschwitz-e-arte-abissi-e-vette-dellanimo-umano/

(Ph Emiliano Allocco)

Il “gentile” Tadeusz Pankiewicz: storia di un giusto e della sua Farmacia sotto l’Aquila

Probabilmente molti di noi conoscono la storia di Oskar Schindler, resa celebre dal film Schindler’s List di Stephen Spielberg (1993) e vincitore di due premi Oscar. Meno conosciuta ma altrettanto degna di essere raccontata e tramandata è la storia del “gentile” Tadeusz Pankiewicz e della sua Farmacia sotto l’Aquila (Apoteka Pod Orlem).
Sul lato meridionale di Plac Bohaterów Getta a Cracovia sorge questa farmacia, oggi non più in servizio e trasformata in un piccolo e delizioso museo. Gli interni sono stati squisitamente restaurati e la farmacia conserva l’aspetto che aveva durante gli anni della seconda guerra mondiale. Qui lavoravano il cattolico polacco Tadeusz Pankiewicz e le sue tre collaboratrici: Irene Drozdikowska, Helena Krywaniuk e Aurelia Danek-Czortowa.
Era il 3 marzo 1941 quando a Cracovia venne ufficialmente creato un ghetto per gli ebrei, completamente isolato da alte mura di cinta. In quel periodo nell’area scelta operavano 4 farmacie di proprietà di non ebrei. Tadeusz si rifiutò di trasferire la sua attività nella parte ariana della città. Riuscì a convincere le autorità del Terzo Reich  a rilasciargli un permesso per continuare ad operare e a soggiornare nel ghetto. Ottenne inoltre la concessione di un lascia-passare per entrare e uscire dall’area.
Durante gli anni bui e terribili della guerra, insieme ad Helena Irene e Aurelia, molto si spese per salvare vite umane: sopperì alla penuria di farmici nel ghetto, curò gli ammalati, diede rifugio ad amici e sconosciuti, creò una botola segreta atta alla conservazione della torah e di altri oggetti sacri, si procurò tinture per capelli per aiutare coloro che dovevano mascherare la propria identità e tranquillanti da somministrare ai bambini durante le frequenti incursioni della Gestapo, fece da ponte per messaggi e comunicazioni segrete tra il ghetto e l’esterno.
La situazione peggiorò ulteriormente nel 1942 quando i nazisti iniziarono a deportare sistematicamente gli ebrei nei campi di concentramento circostanti. Durante i sempre più frequenti rastrellamenti, i nazisti prelevarono anche Tadeusz, ma grazie all’intervento di un ufficiale riuscì a salvarsi. Nel 1943 il ghetto venne diviso in due aree, A e B, e le condizioni di vita degli ebrei peggiorarono ancora. La distribuzione di cibo e farmaci si fece sempre più ardua.
Nello stesso anno le autorità diedero mandato di chiudere la Farmacia sotto l’Aquila. Tadeusz ingaggiò una corsa contro il tempo e riuscì a procurarsi, con molta fatica e qualche dono sapientemente distribuito, i documenti necessari per continuare a tenere aperto il suo esercizio.
Nel marzo 1943 i nazisti operarono la liquidazione finale del ghetto: 8.000 ebrei vennero deportati e 2.000 ebrei, considerati inabili al lavoro, vennero trucidati in loco. Anche in questa occasione Tadeusz si prodigò per offrire riparo, per quanto poteva, a chi era braccato.
A guerra finita, fu uno dei testimoni dell’accusa al maxi-processo di Norimberga celebrato contro i criminali nazisti.
Nel 1983 il memoriale presso l’Istituto Yad Vashem gli conferì il riconoscimento di Giusto fra le Nazioni per il suo operato durante il secondo conflitto mondiale. Gli venne conferita la cittadinanza onoraria dello Stato di Israele. Nel viale degli eroi a Gerusalemme sono stati piantati 26.000 alberi in ricordi dei “gentili” (i non ebrei) che durante la Shoah di spesero per salvare e difendere gli ebrei. Tra questi svetta un albero di carrubo, resistente e perenne, ai cui piedi è affissa una targa con inciso il nome di Tadeusz Pankiewicz.

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Tadeusz raccolse le sue memorie in un libro, Il farmacista del ghetto di Cracovia, edito da UTET e tradotto in italiano. Lo leggerò.

Auschwitz e arte: abissi e vette dell’animo umano

Oggi mi sono recata a Oświęcim, una tranquilla cittadina industriale di medie dimensioni a circa 40 km a ovest di Cracovia. Oświęcim è il nome polacco di Auschwitz. Qui durante il secondo conflitto mondiale venne creato il primo campo di concentramento nazista nei territori polacchi occupati dalla Germania e questo, tristemente, divenne il più grande campo di sterminio tra quelli costruiti dal Terzo Reich. Si stima che qua persero la vita 1 milione e 500 mila persone. Fu in uso dal giugno 1940 al gennaio 1945 e nel periodo di massima attività (agosto 1944) era composto da tre campi principali: Auschwitz I, Auschwitz II – Birkenau a circa 3 km di distanza e Auschwitz III – Monowitz a 9 km (qui fu internato Primo Levi) e da alcune decine di sottocampi.
La visita inizia da Auschwitz I varcando il cancello Arbeit Macht Frei (Il lavoro rende liberi). Poco dopo l’ingresso vi è lo spiazzo dove l’orchestra del campo si radunava per suonare marce che scandivano il tempo del lavoro e davano ritmo. Nei venti blocchi in mattoni rossi è allestita una mostra permanente e molto accurata che illustra la vita e la morte nel campo. Non possono lasciare indifferenti le sale che raccolgono gli oggetti personali (scarpe, pettini, abiti religiosi, valigie) requisiti ai deportati e le cataste di capelli che venivano tagliati ai prigionieri, raccolti in sacchi e venduti a ditte tedesche  che li utilizzavano per la produzione di tessuti e feltro. I beni preziosi sottratti ai detenuti venivano stoccati nei cosiddetti magazzini Canada. La mostra si concentra sulle condizioni igieniche e sanitarie dei prigionieri, sul funzionamento delle camere a gas e degli annessi forni crematori, dedica una sezione alla vita delle donne e dei bambini nei campi e agli esperimenti medici qui condotti. Di notevole rilevanza i blocchi 11 e 20. Il primo era la prigione del campo di concentramento. Appena fuori svetta il Muro della Morte, dove venivano fucilati i condannati. Nei sotterranei del blocco 11 nel settembre del 1941 venne condotto il primo tentativo di uccisione di massa con l’utilizzo del gas Zyklon B. Morirono 600 prigionieri di guerra sovietici e 250 prigionieri polacchi. Nella cella di detenzione 18 morì padre Maksymilian Maria Kolbe, un francescano polacco che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia destinato al bunker della fame (i tedeschi condannavano a morte  per fame 10 detenuti per ogni prigioniero che riusciva ad evadere). Padre Kolbe è stato beatificato nel 1971 da papa Paolo VI e quindi proclamato santo nel 1982 da papa Giovanni Paolo II.
Nel blocco 20 vi è la sala degli interventi dove migliaia di persone furono uccise con un’iniezione di fenolo nel cuore.
Proseguendo a piedi per il campo si raggiunge la piazza dell’appello. Qui i prigionieri si disponevano mattino e sera. Al rientro dai lavori forzati, i vivi dovevano riportare nel campo i corpi dei morti per provare che nessuno fosse scappato. L’appello poteva durare ore e spesso mieteva vittime. Vicino sorge il patibolo collettivo dove venivano eseguite le condanne a morte per impiccagione, di solito durante gli appelli quotidiani per incutere terrore. Il giro di Auschwitz I termina con un sopralluogo ad una camera a gas e a un crematorio. Uscendo dal campo di intravede la forca dove nell’aprile del 1947 venne eseguita la sentenza del Tribunale supremo nazionale polacco che prevedeva la morte per impiccagione per il capo SS di Auschwitz, Rudolf Höss

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Auschwitz II – Birkenau sorge nei pressi del paesino polacco di Brzezinka (che significa bosco di betulle) a 3 chilometri circa da Oświęcim. Si estende a perdita d’occhio su un’area di 175 ettari recintata da filo spinato e torrette di guardia. Divenne il più grande centro di sterminio degli ebrei e il più grande campo di concentramento nazista per prigionieri di diverse nazionalità. Qui dal maggio del 1944 giungevano sul binario morto i convogli ferroviari con i deportati. La maggior parte dei nuovi arrivati veniva ritenuta dai medici delle SS inabile al lavoro e uccisa il giorno stesso nelle camere a gas dotate di ascensori che portavano i corpi direttamente nei crematori. Le ceneri venivano usate come fertilizzante. La vita media qui si aggirava intorno ai 5 mesi, Il campo era diviso in diverse sezioni e arrivò ad ospitare 100.000 internati sorvegliati da 4.000 soldati e 100 ufficiali. A Birkenau furono erette baracche in mattoni rossi e baracche in legno (semplici stalle prefabbricate per cavalli). Birkenau fu per buona parte distrutto dai nazisti in ritirata, ma quel che resta rende ancora bene l’idea dell’orrore.
Camminando ci si imbatte in sei vasche per la raccolta delle acque piovane: il campo era coperto da una regolare polizza assicurativa. E la compagnia di assicurazione chiese che venissero costruite 6 vasche con una capacità minima di 100 metri cubi per conservare le acque che dovevano servire a spegnere i probabili incendi, vista la presenza di numerose baracche in legno.
La nostra guida ci racconta che anche la Croce Rossa visitò Birkenau senza però rendersi pienamente conto dell’orrore che qui albergava.
Entro in una baracca in mattoni: ogni costruzione era destinata ad accogliere 700 persone su 60 panche in legno disposte su tre livelli. I 180 giacigli ospitavano 4-5 persone che si riparavano dal freddo e dall’umidità con paglia e qualche coperta.
Auschwitz III – Monowitz non è al momento aperto al pubblico.

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Al termine della visita viene difficile parlare. Su un muro leggo “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo (George Santayana)”. Già.
L’uomo, tutti gli uomini racchiudono dentro di sé, al tempo stesso, profondi abissi e altissime vette. Se questa orribile storia l’avessi vissuta, avrei capito? Sarei stata una carnefice? Ma questa storia si ripete ancora oggi, in altre forme e in altri luoghi.
Cosa si può quindi fare? Dovremmo circondarci di bellezza per arrivare a scalare le vette più alte del nostro animo, quotidianamente dobbiamo  allontanarci dai nostri mostri interiori, smettere di nutrirli. E ricordarci di sviluppare un senso critico. La pace è un esercizio faticoso e costante, come la pazienza. Esercitiamoci a disinnescare tensioni al lavoro o a casa, ricordiamoci di farci veicolo di bellezza e di contagiare chi ci circonda. Probabilmente è una soluzione troppo semplice, ma da qualcosa individualmente si deve partire.

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Nel tardo pomeriggio, al ritorno a Cracovia, vado a ristorare l’anima al Museo Nazionale dove è esposta la celebre tela di Leonardo da Vinci, La dama con l’ermellino.
Mi fermo a lungo ad ammirare il ritratto di Cecilia Gallerani. Sento la speranza albergare nuovamente nell’anima. La fitta che ho avvertito questa mattina si fa meno forte. La stessa umanità che ha prodotto i campi di sterminio ha creato un capolavoro senza tempo. Rimane la possibilità di scegliere cosa vogliamo diventare. Una decisione faticosa da rinnovare ogni giorno. Per nutrire la mia parte nobile e provare ad affamare il mio mostro interiore, concludo questa giornata ascoltando il Notturno opera 27 numero 2 di Frédéric Chopin, uno dei figli illustri di questa bella Polonia. Il brano preferito da mio marito.

Visitare Varsavia in bici

E alla fine è successo. Sono arrivata a Varsavia, da Danzica, in un caldo pomeriggio di metà giugno. Dopo aver trovato una sistemazione ed essermi liberata del bagaglio, sono uscita in esplorazione della città. Volutamente senza mappa e senza aver stabilito un itinerario. Libera dall’ansia di vedere, fotografare, andare veloce.
Ho girato senza meta, con lentezza, per scoprire colori, odori e l’anima di Varsavia. Ero a giro sul lungofiume che costeggia la Vistola quando un temporale inatteso si è rovesciato sulla città. Ho trovato riparo in un vicino sottopasso. E lì mentre osservavo la maestosità della natura, mentre l’aria si profumava di pioggia all’improvviso sono diventata nessuno. Sentivo il rumore della pioggia e non sentivo più il peso di essere io. Per un attimo mi sono liberata di me, ho dimenticato chi sono e che ruolo temporaneamente ricopro nel mondo e mi sono fatta pioggia, mondo, tutto.
Mentre la mente vagava libera, mi sento chiamare. Sono i miei compagni d’attesa. Intavoliamo una conversazione maccheronica e, chiacchierando, inganniamo il tempo. Un momento prezioso. E quando finalmente le nuvole smettono di lacrimare, leggera mi dirigo verso casa.
Il giorno dopo comincia presto. Affitto una bicicletta e sfreccio da un quartiere all’altro di Varsavia. Per chi capitasse a giro da queste parti, consiglio di usare il servizio pubblico di noleggio biciclette (www.veturilo.waw.pl). E’ necessario registrarsi (l’operazione non vi ruberà più di un paio di minuti) e potrete usare, a prezzi modici, le bici dislocate in numerosi punti della città. Esiste ovviamente anche una app che vi renderà la vita ancora più facile.
Il mio giro prende avvio dalla Colonna di Sigismondo III Vasa nella Città Vecchia, un piccolo quartiere che ospita numerosi siti di interesse storico e una meravigliosa piazza, molto animata. Il quartiere, all’apparenza antico, è in realtà stato ricostruito di recente. Al termine del secondo conflitto mondiale, Varsavia era un cumulo di macerie: dopo l’insurrezione del 1944 i tedeschi rasero al suolo la città. Si stima che nel 1945 solo il 15% degli edifici fosse ancora in piedi. Si contarono 800.000 morti su una popolazione di 1,3 milioni. Si pensò addirittura di spostare la capitale altrove, ma alla fine si optò per la ricostruzione. Si fece ricorso a disegni, fotografie, quadri (alcuni dei quali dipinti da Canaletto e ancora oggi esposti presso il Castello Reale) e si riedificò la Città Vecchia. I lavori durarono dal 1949 al 1963 e si rivelarono così accurati che l’UNESCO decise nel 1980 di elevare il quartiere a Patrimonio dell’Umanità.
Proseguo visitando la Città Nuova e la Cittadella, una massiccia fortezza in mattoni rossi affacciata sulla Vistola ed eretta per volere dello zar dopo l’insurrezione di Varsavia del 1830. Qui svetta l’imponente Brama Stracen, una massiccia porta che divenne il luogo delle esecuzioni capitali per i prigionieri politici.
A sud della Città Vecchia vale la pena fermarsi a visitare l’Università di Varsavia, la Chiesa della Santa Croce dove, in una piccola urna, riposano i resti del cuore di Frédéric Chopin fatti appositamente rientrare da Parigi e Palazzo Radziwitt, il palazzo presidenziale dove nel 1955 venne firmato il Patto di Varsavia che, durante la Guerra Fredda, sancì l’alleanza tra i paesi del blocco sovietico in contrapposizione alla NATO.

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Forse non tutti ricordano che Madame Curie, al secolo Marie Sklodowska, nacque a Varsavia in ulica Freta nel 1867. A lei, vincitrice di due premi Nobel per la fisica e per la chimica per aver scoperto il radio e il polonio, la città ha dedicato una statua e un piccolo museo.
Sempre a Varsavia, poco distante dalla chiesa della Santa Croce, si può ammirare un bel monumento ad un altro figlio illustre del paese, Niccolò Copernico.
Se vi avanza del tempo e avete ancora voglia di pedalare, potete perdervi tra i viali lussureggianti di vegetazione dei Giardini Sassoni e andare al di là della Vistola per visitare il sobborgo Praga, storicamente abitato da operai e indigenti. Il quartiere sta vivendo una lenta ascesa anche grazie ad artisti, musicisti e imprenditori che qui si sono trasferiti attratti dagli edifici prebellici e dai bassi canoni di affitto.

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Non mancate di visitare quel che rimane dell‘Antico Ghetto Ebraico. Varsavia prima del 1939 ospitava una fiorente comunità ebraica (380.000 persone). Recatevi all’unica Sinagoga (Nozyk) sopravvissuta e rivivete la storia del ghetto, dell’insurrezione di Varsavia e degli ebrei polacchi presso i musei di questo quartiere.

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Infine fate come me e concludete il vostro giro di Varsavia salendo in l’ascensore (a questo punto vi assicuro che sarete stanchi!) al 30esimo piano del Palazzo della Cultura e della Scienza, un brutto edificio eretto agli inizi degli anni ’50 e donato dall’Unione Sovietica alla Polonia in segno di amicizia.
Da qua si scorgono innumerevoli palazzoni sovietici edificati dalle autorità a partire dal 1945 per fornire case alla popolazione dopo la guerra e qualche grattacielo di recente costruzione. Di certo non si gode di un panorama mozzafiato, ma si può “vedere” la Storia recente della città.

Quando Nettuno trasformò l’acqua in Goldwasser

A Danzica, nella centralissima Dlugi Targ (la via del Mercato Lungo) proprio di fronte al Palazzo di Artù, si può ammirare la Fontana di Nettuno, simbolo del forte legame della città con il mare. Il monumento fu realizzato tra il 1606 e il 1613 per volere dell’allora sindaco della città Bartlomiej Schachmann, appassionato di arte antica e rinascimentale. Il progetto è dell’architetto e scultore Abraham van den Blocke, mentre la realizzazione fu opera di Peter Husen. Il capo di Nettuno, i cui tratti si ispirano a Marco Aurelio, è rivolto verso il palazzo presso il quale alloggiavano i re polacchi quando erano in città ed è leggermente chino, in segno di sottomissione.
La leggenda narra che Nettuno, profondamente indispettito dai passanti che osavano gettare monete nella vasca della fontana, una notte puntò il tridente contro l’acqua che qua ristagnava. L’oro delle monete si frantumò in piccole lamine e dal tridente sgorgò un delizioso liquore. Una folla di ubriachi, incredula, si assiepò intorno alla fontana, mettendola in serio pericolo. Fu probabilmente per questa ragione che il monumento venne di lì a poco circondato da una recinzione in ferro battuto.
Dall’ira di Nettuno nacque il Goldwasser (letteralmente acqua d’oro), il liquore tipico di Danzica, un distillato di spezie con una gradazione intorno ai 40% abv caratterizzato dalla presenza di foglie d’oro in sospensione.
Non tutte le ire vengono per nuocere!
(Ph Emiliano Allocco)

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Su al nord: Danzica in love

E’ giugno, sono in ferie e credo di non essere felice. E’ possibile? Proprio io, che pontifico sempre sul valore del tempo libero da impegni e doveri, quello che si può finalmente trascorrere a giro per imparare vedere fare, non so godere appieno di un’occasione così? Ho aspettato questa settimana a lungo. Sono in Polonia. E’ mattino presto, la città dorme ancora. Nella quiete assoluta che precede l’alba, guardo fuori dalla finestra, una pioggia leggera cade sul tetto e aggiunge malinconia.
Forse ho nostalgia dell’Asia. Vorrei essere lontana, ancora più distante dalla mia routine. Vorrei imparare di più. Da sempre ho fame di mondo, di altro, di spiritualità, di andare a vedere. Ho sempre avuto l’ansia del tempo che passa, la paura di non vivere a sufficienza, di non riuscire a leggere tutti i libri che vorrei, di non imparare abbastanza. E forse sono stanca.
Credo di aver portato con me le preoccupazioni quotidiane legate al ruolo che temporaneamente ricopro nel mio piccolo mondo. Non ho staccato la spina. Non sono riuscita a diventare “nessuno”, a farmi anam, per essere quindi pronta a diventare chiunque e lasciarmi impregnare di mondo. Ho forse investito il poco tempo che mi è concesso in una vacanza e non in un viaggio?
Preparo una tazza di tè. Lascio scivolare via gli ultimi pensieri. Tra le pieghe della memoria scovo una frase, letta tempo addietro, tra le pagine di Un indovino mi disse di Tiziano Terzani: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare, darsi tempo, stare seduti in una casa da tè ad osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro di umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare”.
Mi vesto, scaccio la malinconia, infilo le scarpe ed esco. Vado a inseguire il bandolo della matassa. La pioggia ha lasciato il posto a un pallido sole, probabilmente sarà una bella giornata.
E Danzica è una meraviglia. Trascorro un giorno a giro tra la Città Principale e la Città Vecchia. Apprendo la sua travagliata storia, rivivo i fasti di una città portuale e mercantile, scopro le tracce lasciate dalla seconda guerra mondiale (che prese avvio proprio da qui quando la nave militare tedesca Schleswig-Holstein sparò alcuni colpi di cannone contro la postazione militare polacca di Westerplatte) e dal regime comunista. Leggo della Lega Anseatica e percorro il lungofiume costeggiato da una banchina decisamente animata dove si rincorrono locali e botteghe. Mi perdo tra i negozi di artigianato e di ambra, l’oro del Nord. Non resisto e faccio un paio di acquisti.
Splendide le costruzioni che si affacciano sulla Via Reale e il Mercato Lungo, fedelmente restaurate al termine del secondo conflitto mondiale. Un lavoro certosino che terminò solo negli anni ’90.

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Entro in tutte le chiese, con buona pace di mio marito. A pochi passi da dove alloggiamo sorge la Chiesa di Santa Maria, la più grande chiesa in mattoni del mondo. Mi avventuro su per i 218 gradini che conducono sulla torre del Museo Storico allestito all’interno del municipio e godo di una vista a perdifiato sulla città. Scopro che a Danzica sorgeva un mulino in mattoni rossi, il materiale tipico dell’edilizia della Polonia settentrionale, che in epoca medievale era il più grande d’Europa. Contava 18 macine e produceva quotidianamente 200 tonnellate di farina. E’ rimasto in funzione fino al 1945. Ma questo non è il solo primato della città. Lungo il fiume si scorge la Gru di Danzica (Zuraw) che venne costruita nel XV secolo ed era impiegata a caricare e scaricare le mercanzie dalle imbarcazioni. Era il più grande macchinario del genere ai tempi e sollevava pesi fino a 2 tonnellate. Veniva azionata interamente da uomini.

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Dopo un buon pranzo, raggiungo a piedi l’area dei Cantieri Navali. Qui prese corpo il malcontento contro il regime comunista che sfociò in una serie di scioperi, brutalmente soffocati dall’esercito sovietico nel 1970. Ai caduti è dedicato un monumento, tre croci d’acciaio alte 42 metri che recano bassorilievi sulla base raffiguranti scene degli scioperi. Il monumento fu inaugurato nel 1980 quando il regime era ancora al potere. Qui sorge anche il Centro Europeo di Solidarnosc dove  è possibile ripercorrere la storia del sindacato autonomo dei lavoratori, del suo leader Lech Walesa e del crollo del regime.

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Oggi ho trovato la mia “miniera”. Sono pronta per fare di questi giorni un viaggio. Domani sarà la volta di scoprire Varsavia.

(Ph Emiliano Allocco)

 

 

Caterina Campodonico, storia di una donna forte

E’ la seconda volta che ospito su questo blog uno scritto che ha per protagonista una donna intraprendete e risoluta. La prima storia (qui il link all’articolo Tilon-ki-Pol: storia di un portale e della sua astuta committente) si perde nella memoria ed è ambientata in India al tempo dei maharaja, quando la verità sconfinava nella magia.
La vita di Caterina Campodonico è invece una storia tutta italiana, genovese per la precisione. E’ uno di quei racconti senza tempo che resta attuale anche con il passare delle stagioni perché non smette di dire quello che deve a chi ha voglia di ascoltare. E’ una storia di indipendenza e intraprendenza femminile, così preziosa da dover essere condivisa.
Caterina nacque a Genova nel 1804. Era una popolana semi analfabeta che per tutta la vita si mantenne vendendo collane di nocciole (le reste) e ciambelle dolci, da lei cucinate. Giovanissima si maritò con un tal Giovanni Carpi che le cronache descrivono come propenso all’ozio e al buon vino. Ben presto si decise a chiedere il divorzio. Le venne concesso, ma fu obbligata a versare un’ingente somma di denaro per essersi resa colpevole di abbandono del tetto coniugale.
Ma non si diede per vinta. Racimolò il denaro necessario e anche dopo il divorzio continuò a lavorare come ambulante presso i mercati e le sagre di paese. Era una donna oculata e decisa. La sua stessa famiglia d’origine le voltò le spalle: una divorziata che si manteneva andando in giro da sola per la città e le vicine campagne non era vista di buon occhio e attirava su di sé chiacchiere e pettegolezzo.
Caterina nel 1880 si ammalò piuttosto gravemente. I suoi familiari iniziarono a litigare di fronte a lei per spartirsi i suoi risparmi di una vita. Ma Caterina superò la malattia. Appena fu in forze si recò presso la bottega dello scultore Lorenzo Orengo, uno dei più celebri esponenti italiani del realismo borghese, e gli commissionò il proprio monumento funebre. La statua in marmo che Orengo scolpì la ritrae avvolta in uno scialle ricamato con il grembiule legato in vita mentre accenna un inchino e regge con fierezza tra le mani le reste e i canestrelli, gli strumenti del suo lavoro e della sua indipendenza. La scultura venne ultimata quando la donna era ancora in vita.

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Caterina sognò di essere sepolta tra i ricchi borghesi e i genovesi illustri che riposano presso il Cimitero Monumentale di Staglieno. Nel 1881 la statua venne posizionata nel Porticato Inferiore di Ponente, al numero 13, ai piedi del Pantheon vicino al viale della Fede. I giornali locali narrarono le vicende della popolana che, amareggiata e delusa dai parenti, investì i propri risparmi in un monumento funebre per garantirsi il ricordo eterno. Caterina si recò spesso, quando ancora era in vita, al cimitero ad ammirare la propria statua (era un’usanza diffusa tra la borghesia). Ai funerali della donna accorsero molti genovesi per renderle omaggio e pare che chi giocò i numeri della sua dipartita al lotto vinse una bella cifra.
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Sul basamento della statua si leggono alcuni versi che il poeta dialettale Giambattista Vigo le dedicò. Ecco la traduzione dal genovese:
Vendendo collane e ciambelle
all’Acquasanta, al Garbo e a San Cipriano
Con vento e sole e con acqua a catinelle
per assicurarmi un pane nella vecchiaia
fra i pochi soldi mettevo via quelli
per tramandarmi nel tempo

mentre son viva e son vera portoriana
Caterina Campodonico (la paesana)
1881
Da questa mia memoria se vi piace Voi che passate pregatemi la pace
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Una bella storia di riscatto femminile, di forza, di indipendenza.
E come non pregare la pace per l’anima di Caterina? E’ stato un onore ammirare la sua statua e deporre un fiore. Grazie. Ieri è stato decisamente un giorno ben speso.