Il luogo dell’allegria: con le ciaspole al rifugio Dahu

Lo scorso fine settimana mio marito ed io ci siamo regalati un weekend fuoriporta. Un modo per celebrare quattro anni di cammino insieme, per ricaricare le batterie immersi nella natura al riparo dal chiasso umano e per festeggiare San Valentino sotto banco, sufficientemente in anticipo per non destare sospetti. Mio marito ha pur sempre una nomea da anticonformista da difendere! Insomma un fine settimana delle grandi occasioni, un paghi uno e prendi tre, per intenderci.
Abbiamo reiterato un’abitudine che sta trasformandosi in tradizione: ci siamo recati in valle Stura, dove a Bagni di Vinadio ci siamo improvvisati sciatori di fondo con molta allegria, tanta incertezza, poco equilibrio, sonore risate e qualche caduta (per onestà di cronaca mi duole precisare che io non sono caduta mai! L’alpinista provetto che fu mio marito in gioventù, invece, ha faticato a trovare il giusto equilibrio).
Nel tardo pomeriggio abbiamo riposto gli sci e ci siamo incamminati verso San Bernolfo, un borgo a 6 chilometri da Bagni di Vinadio dove sorge il rifugio Dahu, una piccola meraviglia. Venimmo qua, per la prima volta, un paio di anni fa grazie ad una fortunata segnalazione  di amici. Il classico e affidabile passaparola, precursore di Trip Advisor nei tempi antichi quando non era sufficiente un clic per diventare tuttologi.
Il rifugio è gestito da una coppia di giovani, Beppe e Giorgia, e allietato dalla presenza della figlia, la piccola Agnese. Ha aperto ufficialmente i battenti il 28 maggio 2011, dopo due anni di lavori. E’ arredato con gusto e grande cura dei dettagli. Tutte le decorazioni in legno e gli arredi sono stati ricavati artigianalmente da Beppe e Giovanni, silenzioso e cortese aiutante di campo. Il bancone del bar-ristorante è stato ricavato da una vecchia mangiatoia. I dormitori contano 21 letti. Un piccolo edificio alle spalle del ristorante, noto con il nome di Lou Drac (per chi ne fosse all’oscuro, così viene chiamato il figlio del Dahu), è stato adibito ad alberghetto. Qui vi sono tre camere a tema: albero, vinum e botte e un’area comune, luogo di ritrovo e convivialità.
Abbiamo chiesto di alloggiare ancora una volta nella stanza albero. Deliziosa, calda, accogliente. Di legno rivestita, con un albero al centro e il letto matrimoniale sul soppalco accessibile con una scala, il bagno e i lavelli in legno anch’essi.
La cucina di Beppe è saporita e abbondante. In una fredda serata invernale, assediati dalla neve, la felicità ha il sapore di un piatto fumante di gnocchi di castagne conditi con la zucca e profumati di rosmarino. Il tempo fuori è pessimo e al rifugio siamo in pochi. Una buona occasione per scambiare chiacchere e racconti di vita con Beppe che, smesso il grembiule, ci onora con la sua presenza. Qualche giro di Genepy e si finisce a parlar di viaggi, a raccontare quelli fatti e a far la lista dei prossimi. Beppe è un viaggiatore incallito che, dopo molto peregrinare a giro, ha deciso di lanciarsi in una scommessa matta. E’ tornato alle origini, al paese dei suoi nonni, e in controtendenza ha scelto di aprire un’attività qua. Nella sala da pranzo fa bella mostra di sé una tela ad olio: “Sai da dove viene?”.  Provo ad indovinare senza successo. “L’ho acquistata per 30 dollari a Chiang Mai”. La serata scorre via veloce. Dopo un sonno ristoratore, ci svegliamo sotto un’abbondante nevicata.
Mentre consumiamo la nostra prima colazione penso al nome del rifugio. Leggenda narra, così almeno spergiura Beppe, che il Dahu sia un animale raro, appartenete alla famiglia dei cervidi, con piccole corna, un folto manto castano e zampe di lunghezze diverse, un paio sistematicamente più corto dell’altro. Vive nell’area francofono-europea delle Alpi e vi sono tracce della sua presenza risalenti al lontano Medioevo. E’ un animale curioso ed ingenuo, difficile da stanare. In Valle Stura, dove spopola la creatività e non è facile lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, è stata affinata una tecnica affidabile (così almeno garantiscono!) per la localizzazione del Dahu: gli anziani raccontano che dopo il decimo Genepy un avvistamento sia quasi certo.
Finisco il mio tè. La nevicata non accenna a chetarsi. Paghiamo. Scorgo vicino al registratore di cassa un salvadanaio destinato a sovvenzionare i viaggi futuri di Beppe, Giorgia e Agnese. Ringrazio Beppe e prima di uscire, mentre mi infilo i guanti, gli domando: “Ma il Dahu esiste davvero?”.
Il volto gli si apre in un sorriso: “Lo hai mai visto?”. “No”. “Sai perché? Vieni troppo poco in montagna e decisamente non bevi Genepy a sufficienza. Sull’ingresso sono appese le corna di un Dahu”.
Ci salutiamo. Emiliano ed io facciamo ritorno a Bagni di Vinadio sotto una copiosa nevicata, scortati dal fedele cane di Beppe. La natura è di una bellezza struggente e consolante, coperta di bianco e silente. E’ vero, devo tornare più spesso.

Per info: http://rifugiodahu.com/

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La camera albero
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Un dettaglio della stanza
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Un ritratto del Dahu
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Le tazze della colazione
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L’ingresso all’alberghetto (Lou Drac)
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La sala da pranzo (sulla parete di sinistra la tela proveniente da Chiang Mai)
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Il bancone ricavato da una vecchia mangiatoia
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Il salvadanaio per la raccolta fondi pro viaggi di Beppe e Giorgia
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Le corna del Dahu (così pare)
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San Bernolfo
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Il nostro fedele compagno di cammino
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Attenzione! Passaggio frequente del Dahu

3 pensieri su “Il luogo dell’allegria: con le ciaspole al rifugio Dahu”

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