In bici a Torino tra arte, storia, magia bianca, esoterismo e curiosità

Per noi provinciali, Torino è il luogo della mondanità. E’ un rito, ma anche una scusa per scappare dalla periferia e sentirsi, almeno per un po’, parte del bel mondo che conta. La domenica, da bambini, si andava con i genitori a spasso per le vie del centro: si indossava il vestito buono, si prendeva il treno e iniziava la festa. Torino è legata per me al ricordo degli anni migliori, quelli spensierati e leggeri dell’università. Qui ho incominciato il primo lavoro dell’età adulta, dopo una miriade di stage e lavoretti più o meno seri svolti tra un esame e l’altro. A Torino fuggivo con gli amici a vent’anni di sabato sera, una volta smessi i panni da cameriera. Torino è quindi per me un luogo di elezione, il posto del cuore e della memoria.
Quale scusa migliore di un venerdì di ferie per esplorare il capoluogo piemontese in un modo insolito? La sveglia suona prima che faccia giorno. Alle 6,30 mio marito ed io, con a seguito le nostre bici, siamo sul treno che da Bra ci condurrà a Torino. Abbiamo deciso di esplorare la città a dorso di bicicletta, seguendo un itinerario curioso.
Torino è misteriosa ed elegante. Vanta numerosi primati, nazionali ed internazionali. Qui si fece, e continua a farsi, la Storia. Fu la prima capitale d’Italia, dal 1861 al 1865. Ospita il più grande Museo Egizio del mondo, dopo quello de Il Cairo. Si dice addirittura che Torino sia stata fondata dagli antichi Egizi, anche se le prove a supporto di questa tesi paiono latitare. Conta 18 chilometri di portici, 12.5 dei quali connessi tra loro che permettevano ai Savoia di passeggiare indisturbati con qualunque condizione atmosferica. La Sacra Sindone ha casa a Torino. Il primo film in Italia fu proiettato in via Po nel marzo del 1896. Il primo cinema multisala, l’Eliseo, è torinese. Esiste un asteroide (il 9523), scoperto nel 1981, che dal 2010 si chiama Torino. E’ la capitale italiana dell’editoria: qui sono nate case editrici come Einaudi, UTET e Bollati Boringhieri. Dal 2006, anno delle Olimpiadi invernali, è in funzione una linea metropolitana automatica, la prima in Italia. E’ la capitale nazionale del liberty. Esiste un auto che porta il suo nome, la Ford Torino. Nel 1910, nel capoluogo sabaudo, si tenne la prima partita di rugby in Italia. Nel maggio del 1917 qua venne stampato il primo francobollo di posta aerea del mondo. Le residenze sabaude  intorno alla città sono situate a Venaria Reale, Superga, Stupinigi, Rivoli e Moncalieri: se si unissero tra loro su una cartina, si verrebbe a formare una stella a cinque punte con al centro proprio il capoluogo piemontese. Torino vanta una tradizione culinaria invidiabile: sono specialità torinesi i grissini, i Gianduiotti, i Cri-Cri, il Vermutt, il tramezzino, il gelato ricoperto su stecco, lo zabaione, lo spumante italiano e il Bicerin. Ha dato i natali a personaggi del calibro di Pietro Micca, Camillo Benso conte di Cavour, Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II (primo re d’Italia), Guido Gozzano, Gustavo Rol, Norberto Bobbio, Primo Levi, Rita Levi Montalcini.
Come si fa a non amarla? Torino è avvolta dal mistero. Si dice che sia, con Londra e San Francisco, al vertice di un triangolo di magia nera e, con Praga e Lione, al vertice di un triangolo di magia bianca. Secondo la leggenda, l’antica capitale sabauda è percorsa da due correnti energetiche opposte: è bagnata da due fiumi, la Dora (polarità femminile e polo di energie telluriche positive) e il Po (polarità maschile e polo di energie telluriche negative). E’ virtualmente divisa a metà da una linea che parte dall’ingresso di Palazzo Reale e giunge alla stazione ferroviaria di Porta Nuova: il lato verso il Po è quello della magia bianca, l’altra metà è zona di magia nera. Nel corso dei secoli sono fiorite leggende e sono state tramandate storie che hanno alimentato la fama di una Torino magica, per metà esoterica, per metà bianca.
Il nostro giro esplorativo prende il via da Porta Susa. Prima tappa piazza Savoia con il suo obelisco terminato nel 1853 in omaggio all’abolizione del foro ecclesiastico, avvenuta con la promulgazione della legge Siccardi del 9 aprile 1850. Sull’obelisco spicca il motto La legge è uguale per tutti. Pare che ai piedi dell’obelisco vennero seppelliti, per ordine del Municipio cittadino, i numeri 141 e 142 della Gazzetta del Popolo, alcune monete preziose, un chilo di riso, una bottiglia di Barbera e alcuni grissini.
La tappa successiva del nostro tour è il Santuario della Consolata, eretto sui resti di un tempio pagano. Meraviglioso l’altare maggiore opera di Filippo Juvarra. Davanti al santuario, si trova il Caffè al Bicerin, locale storico aperto al pubblico dal 1763 dove venne inventata l’omonima bevanda tanto cara a Cavour. Il locale conserva gli arredi originali in legno e marmo e un’atmosfera fuori dal tempo.
Proseguiamo perdendoci tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo, il mercato all’aperto più Grande d’Europa. Un altro record di Torino. Un crocevia di anime alla ricerca dell’affare della giornata. Un luogo fascinoso e multietnico dove si mescolano colori, lingue, odori e sapori. Qui abbiamo trovato venditori arabi, contadini cinesi e madamine torinesi con la borsa della spesa da riempire. Vale sempre la pena perdersi tra i banchi di un qualche mercato, ovunque nel mondo!
Riprendiamo le biciclette e ci rechiamo in Duomo. L’edificio, dedicato a San Giovanni Battista, riporta all’esterno sul lato destro una meridiana astrologica, particolare quanto mai bizzarro considerata l’ostilità della Chiesa verso queste pratiche pagane. C’è chi spergiura che anche questo sia un chiaro segno esoterico.
I dodici segni zodiacali, disposti in verticale apparentemente in ordine casuale, vengono colpiti a seconda del periodo dell’anno dall’ombra di un’asta posta nelle vicinanze. La meridiana riporta due linee: una freccia verticale unisce il segno del Capricorno in alto al segno del Cancro in basso (il solstizio d’inverno e quello d’estate); una seconda linea in diagonale unisce i segni della Bilancia e dell’Ariete (l’equinozio d’autunno e quello di primavera). Le due linee, intersecandosi, formano la Croce Zodiacale che rappresenterebbe l’unità del Tutto, la perfezione e l’equilibrio cosmico. Chissà forse è questa la ragione per la quale la meridiana non è stata rimossa dai censori cristiani ed è sopravvissuta fino ai giorni nostri!
Pochi passi e siamo in piazza Castello, il cuore bianco della città. Secondo la leggenda il punto più magico è lo spazio compreso tra le due statue equestri poste sulla cancellata che delimita la piazzetta reale. Le statue raffigurano Castore e Polluce, i due Dioscuri figli di Zeus. Da qua partirebbero le 12 linee immaginarie che suddividono la città in 12 settori, ognuno corrispondente ad un segno dello zodiaco. Sotto il suolo di Torino si celerebbero 3 grotte alchemiche, in grado di far diventare reali i pensieri dell’inconscio. A queste grotte pare si acceda da sei ingressi, uno dei quali si dice che si trovi nelle vicinanze della fontana all’interno dei giardini reali.
Ovviamente non abbiamo cercato l’ingresso alla grotta, per pigrizia sia ben chiaro! Ma una sosta all’ingresso della cancellata era d’obbligo.
Da qua ci siamo spostati sotto i portici, vicino all’ingresso della Prefettura, dove si trova un bassorilievo dedicato a Cristoforo Colombo. L’esploratore più celebre è raffigurato intento a contemplare un mappamondo, alle sue spalle si intravede una caravella a commemorare la sua impresa. Si dice che strofinare il mignolo della mano di Colombo porti fortuna. E lo sanno bene i torinesi! A forza di strofinare il mignolo, questo si consumò al punto di cadere. Una sostituzione si rese quindi necessaria. Il mignolo non è più quello originale, ma il gesto portafortuna continua a essere reiterato.
Di ritorno in piazza Castello, abbiamo visitato la chiesa di San Lorenzo, eretta per volere di Emanuele Filiberto I di Savoia per celebrare la vittoria di San Quintino, avvenuta il 10 agosto 1557, giorno di San Lorenzo. La chiesa venne inaugurata e consacrata solo un secolo più tardi, il 12 maggio 1680, con una funzione officiata dallo stesso architetto Guarino Guarini. Dall’esterno è difficile indovinare che l’edificio sia un luogo di culto: la facciata è minimale. Molto probabilmente questa scelta fu dettata dall’esigenza di non rovinare la geometria di Palazzo Reale e della piazza.
Guarini pare appartenesse alla Massoneria e molti sono i riferimenti massonici all’interno della chiesa. La struttura dell’edificio e i suoi dipinti si rifanno ai numeri 4 e 8, rispettivamente i quattro elementi e il giorno perfetto, quello infinito del ritorno di Cristo. Da notare la cupola, per molti un chiaro simbolo esoterico. Si contano otto finestre ellittiche, intercalate da archi incrociati a formare un fiore ad otto petali e una stella ad otto punte che racchiude un ottagono. La particolarità è che gli otto spicchi, se osservati da una certa angolazione, sembrano delineare il volto del diavolo. E’ un caso? Forse si. La chiesa si sviluppa in orizzontale su quattro livelli: quello più basso e buio simboleggia la vita terrena e si contrappone alla cupola, rappresentazione della luce divina. Quattro sono anche le cappelle laterali: buie con un oculo, buio anch’esso, al centro delle volte. Questi oculi, due alla volta, vengono illuminati per alcuni minuti durante gli equinozi di primavera e autunno, grazie a un gioco di riflessioni e mostrano i dipinti al loro interno. Una meraviglia, frutto di elaborati e puntuali calcoli astrologici. Uscendo scorgiamo una lapide che commemora la prima ostensione della Sindone a Torino avvenuta il 1 ottobre 1578 alla presenza di San Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano. Tra la folla che partecipò all’evento c’era anche Torquato Tasso.
Percorriamo via Palazzo di Città dove al numero 19 ci imbattiamo nel Palazzo con il Piecing, un edificio ottocentesco dove all’altezza del quarto piano è stato installato nel 1996 un anello, un vero e proprio piercing dal quale sgorga sangue blu e rosso. E’ un’opera di Corrado Levi in collaborazione con il direttivo Cliostraat, il cui nome originale è Baci Urbani.
Nella vicina piazza San Carlo, ci imbattiamo in un paio di curiosità: ai numeri 183 e 217, alzando lo sguardo, è possibile scorgere tre palle di cannone. Torino è disseminata di palle di cannone sparate durante gli assedi alla città del 1706 e 1799. Questi proiettili sono stati mantenuti nelle facciate degli edifici durante i restauri successivi in ricordo di quanto accaduto. Sotto i portici della piazza si trova il Caffè Torino. Nella pavimentazione di fronte al locale, vi è un toro bronzeo rampante, simbolo della città. La tradizione vuole che calpestarne i testicoli con il piede destro porti fortuna. Ovviamente il gesto va compiuto nel massimo riserbo, con grande nonchalance.
Dietro a piazza San Carlo, in via XX settembre, sorge palazzo Trucchi di Levaldigi meglio noto con il nome di Palazzo o Porta del Diavolo, attualmente sede della Banca Nazionale del Lavoro. In passato l’edificio godeva di una fama sinistra e pare fosse luogo di riti dissoluti ed esoterici.
Il portone dell’edificio venne commissionato da Battista Trucchi di Levaldigi, conte e generale delle Finanze di Carlo Emanuele II, a una manifattura parigina nel 1675. Di legno massiccio scolpito, il portone è decorato con intagli di fiori, frutta e amorini (tra la frutta corre anche un piccolo topolino!). Il battacchio centrale raffigura un diavolo dalla cui bocca fuoriescono due serpenti. Fino a qua la storia. La leggenda invece narra una genesi diversa: il portone sarebbe  comparso magicamente una notte in risposta ad un rito satanico di un apprendista stregone. Il Diavolo, scocciato dalle invocazioni, decise di punire lo stregone imprigionandolo dietro a questo portone. L’edificio fu teatro di due episodi di cronaca nera. Nell’Ottocento, ai tempi dell’occupazione francese, il maggiore Melchiorre du Perril entrò nell’edificio e non ne uscì più. Portava con se documenti riservatissimi. Anni dopo durante dei lavori di ristrutturazione, uno scheletro murato e sepolto in piedi venne ritrovato da alcuni muratori.
Nel 1790 l’edificio era di proprietà di Marianna Carolina di Savoia. Durante una sfarzosa festa di carnevale che si protrasse per tre giorni e per tre notti, una ballerina (Emma Cochet o Vera Hertz, a seconda delle fonti) fu pugnalata a morte. Né l’arma del delitto, né il colpevole vennero mai trovati. La notte dell’omicidio una tempesta si abbatté sulla città. Un vento gelido soffiò all’interno del palazzo, spegnendo tutte le luci e diffondendo il panico tra gli invitati. Da allora il fantasma della ballerina si aggira per l’edificio. Un’altra curiosità sinistra è la seguente. Nel 1600 qui aveva sede la Fabbrica dei Tarocchi. La carta che corrisponde al Diavolo è la numero 15, il vecchio civico del palazzo. Ancora oggi, il tram 15 fa sosta qui davanti. Sarà solo una coincidenza?

Ormai è ora di pranzo e con le bici ci avventuriamo alla ricerca di una piola, così si chiamano le osterie nel capoluogo piemontese. Non ho potuto fare a meno di fotografare il cartello che attestava la chiusura di un locale: “An despias, suma sarà”, “Ci dispiace, siamo chiusi”. 

Con la pancia piena, ci dirigiamo verso la Mole Antonelliana  progettata da Alessandro Antonelli e inconfondibile protagonista dello skyline cittadino. Fino a poco tempo fa, vantava il primato di essere l’edificio più alto di Torino con i suoi 167.5 metri. E’ la sede del Museo Nazionale del Cinema e sarebbe una gigantesca antenna di energia positiva sulla città. Ad alimentare questa credenza, il fatto che sia crollata per ben due volte senza mietere vittime. La tradizione vuole che salire sulla Mole prima di essersi laureati porti sfortuna. Ormai ho concluso gli studi da qualche anno. Compro il biglietto e con l’ascensore salgo sulla cima della Mole, per gustarmi la vista di Torino dall’alto.
Poco lontano, in via Giulia di Barolo 2, sorge l’edificio più stretto della città che su un lato arriva a misurare appena 54 centimetri. Si tratta di Casa Scaccabarozzi o più comunemente nota con l’appellativo di  Fetta di Polenta. La paternità dell’edificio è di Alessandro Antonelli che la costruì per scommessa. L’edificio è sopravvissuto a eventi eccezionali quali l’esplosione della Regia Polveriera di Borgo Dora nel 1852, al terremoto del 1887 e ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Una scommessa che può quindi definirsi vinta. La casa ha 2 dei 9 piani sotterranei. Nonostante questo Antonelli fece molta fatica a trovare inquilini disposti ad abitarvi. Dovette trasferirvisi lui in compagnia della moglie, Francesca Scaccabarozzi. Qua avrebbe soggiornato anche Niccolò Tommaseo. Oggi  all’interno della Fetta di Polenta è ospitata una galleria d’arte.
La tappa successiva della nostra esplorazione è la chiesa della Gran Madre di Dio, collegata a piazza Vittorio (la più grande piazza europea interamente porticata) da un ponte fatto costruire da Napoleone Bonaparte come omaggio alla città. L’architettura dell’edificio ricorda il Pantheon. Si narra che la chiesa sorga sui resti di un tempio pagano votato al culto della dea Iside, chiamata anche grande madre. La storia afferma invece che fu eretta nel 1814 per celebrare il ritorno di Vittorio Emanuele I dall’esilio forzato in Sardegna a causa dell’occupazione napoleonica. Ai lati della chiesa si collocano due statue che raffigurano la Religione e la Fede. La Fede è rappresentata da una donna con un calice alzato nella mano sinistra. La leggenda narra che il suo sguardo sia rivolto verso il luogo dove sarebbe celato il Santo Graal. Secondo altre fonti, il sacro calice sarebbe sepolto ai suoi piedi. La Religione regge una croce e cela tra le pieghe delle sue vesti una tiara papale, simbolo della sovranità della chiesa. Torino non si fa mancare nulla e di qui passò anche Nostradamus che avrebbe predetto che il crollo del potere secolare della chiesa sarebbe stato originato da una città bagnata da due fiumi (Torino?). C’è chi vede nella Religione un presagio di questa profezia.
Pedaliamo immersi nel verde del Parco del Valentino e a sud del Borgo Medioevale ammiriamo la Fontana dei Dodici Mesi, eretta nel 1898 in occasione della Grande Esposizione Internazionale e oggi in restauro. Si dice che sorga nel punto esatto dove si schiantò il carro di Fetonte, figlio del Dio del Sole al quale aveva sottratto il carro facendo imbizzarrire i cavalli. Progettata da Carlo Ceppi, la fontana presenta un’ampia vasca sormontata da quattro statue che rappresentano i fiumi che bagnano la città: Stura, Po, Dora, Sangone. Lungo i lati le statue dei dodici mesi.
Nella vicina via Chiabrera al numero 25 svetta il Condominio 25 Verde, un edificio noto come la foresta abitabile. Lo stabile è stato progettato da Luciano Pia e Ubaldo Bossolano e si pone come fine quello di minimizzare i disagi della vita urbana ricreando un bosco in vaso. La facciata è arricchita da alberi metallici e da 150  alberi veri sparsi lungo l’esterno della struttura che assorbono all’incirca 200 mila litri di anidride carbonica all’ora.
Il nostro giro volge al termine. Sulla strada del ritorno ci fermiamo in via Gioberti 23 dove si trova un palazzo che ha la particolarità di aver dipinto sulla sua facciata, per tre volte, il quadrato del Sator. Una breve sosta in piazza Solferino per contemplare la Fontana Angelica è d’obbligo. L’opera fu commissionata dal Ministro Bajnotti per commemorare i genitori e fu progettata da Giovanni Riva. La fontana è dedicata alle quattro stagioni e pare sia un chiaro esempio di esoterismo di impronta massonica.
Piazza Statuto è l’ultima tappa del nostro lungo peregrinare. E’ il cuore nero della città e si contrappone alla vicina  piazza Castello. La fama sinistra della piazza si deve al fatto che qua sorgeva la Val Occisorum, luogo dove si consumavano le esecuzioni dei condannati a morte. La piazza ospita inoltre altri due simboli attribuibili all’esoterismo: il Monumento del Fréjus, eretto in memoria dei minatori caduti durante i lavori del traforo, e l’obelisco geodetico.
L’Angelo che si trova sulla cima del Monumento del Fréjus sarebbe in verità Lucifero che, rivolto verso est, si accingerebbe a guidare le forze oscure in una sfida all’oriente e alla luce. L’obelisco, noto anche con il nome di Guglia Beccaria, è sormontato da un astrolabio che indicherebbe il cuore delle potenze maligne della città.
E’ ora di riprendere il treno e far ritorno. Molto abbiamo visto, ma molto resta da vedere. E’ sempre bene seminare un pretesto per poter tornare. Non vedo l’ora di proseguire la nostra esplorazione di una Torino inedita, avvolta nel mistero.

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Caffè al Bicerin
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Santuario della Consolata
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Santuario della Consolata

 

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Il mercato di Porta Palazzo, il più grande mercato all’aperto d’Europa
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Il mercato di Porta Palazzo

 

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Madamine e monsù al mercato di Porta Palazzo, alla ricerca dell’affare della giornata
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La meridiana dei segni zodiacali sulla parete esterna del Duomo
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Fert, il motto di casa Savoia
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Un luogo magico, tra Castore e Polluce per ricaricarsi di energie positive
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Il bassorilievo di Cristoforo Colombo, pare che accarezzare il mignolo porti fortuna
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Lapide nella chiesa di San Lorenzo
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La cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
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Particolare della cupola della chiesa di San Lorenzo, progettata da Guarino Guarini
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Cappella del S. S. Crocifisso
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Il palazzo con il piercing, opera frutto della collaborazione di Corrado Levi e del collettivo Cliostraat (1996)
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Una piola, momentaneamente chiusa: “An despias, suma sarà!”
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Piazza San Carlo, una palla di cannone nell’edificio
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Piazza San Carlo, palle di cannone nell’edificio
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Il Toro davanti al Caffè Torino, calpestarne i testicoli con il piede destro pare porti fortuna
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Il Portone del Diavolo nel palazzo Trucchi di Levaldigi
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La Porta del Diavolo
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Il tram numero 15 in servizio davanti alla Banca Nazionale del Lavoro

 

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Dalla Mole Antonelliana
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Dalla Mole Antonelliana

 

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La Mole Antonelliana
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La Fetta di Polenta
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La “Fetta di Polenta” di Antonelli
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La chiesa della Gran Madre di Dio
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La statua della Religione
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La statua della Fede
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Il condominio foresta
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Via Gioberti, il quadrato del Sator
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Il quadrato del Sator
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La fontana delle Quattro Stagioni in piazza Solferino
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Particolare della fontana Angelica in piazza Solferino
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Obelisco in piazza Statuto
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Piazza Statuto, Monumento del Fréjus
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Piazza Statuto, Lucifero?

Happy Birthday Cake

Per il primo post culinario del blog non avrei potuto scegliere una ricetta migliore.
E’ sempre il momento giusto per una fetta di torta o, come sunteggerebbe magistralmente una cara amica inglese, “Happiness is a slice of cake”.
Per una festa di compleanno ho preparato la torta in foto che ha superato le mie aspettative. Non mi capita spesso di essere pienamente entusiasta di qualcosa che faccio io. Quindi fidatevi!
La frolla è priva di burro, facile da preparare, realizzata seguendo la ricetta di Marco Bianchi (http://bello-buono-d.blogautore.repubblica.it/2016/03/02/le-video-ricette-cestini-di-frolla/), modificandola appena un po’. All’interno della frolla un velo di marmellata di lamponi e una morbida e profumatissima crema alla ricotta. A completare il tutto, succosi lamponi spolverati di zucchero a velo. Una delizia!
Gli ingredienti in dettaglio.

Per la frolla:
250 gr di farina (130 gr farina 2 – 120 gr farina integrale di farro)
80 gr zucchero di canna integrale
60 gr di acqua
10 gr succo di limone
60 gr olio di semi di girasole bio
scorza di limone grattugiata

Per la crema:
400 gr di ricotta senza lattosio
3 uova grandi
110 gr zucchero di canna integrale
I semi di una bacca di vaniglia

Preparare la frolla e lasciarla riposare in frigorifero mentre si prepara la crema alla ricotta. Foderare uno stampo di 18 cm di diametro con la frolla stesa non troppo fine. Stendere un velo di marmellata di lamponi sul fondo, riempire la frolla con la crema alla ricotta. Cuocere in forno statico preriscaldato a 180° per 45/50 minuti. Una volta raffreddata, coprire con lamponi e decorare con lo zucchero a velo. Servire fredda di frigo. Se avanzasse della pasta frolla, usatela per ricavare degli ottimi biscotti per colazioni leggere e vegane.

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Sull’amore e sulle ricorrenze

Oggi è San Valentino e fin qui siamo tutti d’accordo. Sul valore della ricorrenza, sulla necessità di festeggiare, su come celebrare, sui fiori i cioccolatini e le cene fuori, sulla commercializzazione di un sentimento non monetizzabile cominciano le divisioni e i disaccordi.
Sono sempre stata allergica a San Valentino e alle sue manfrine, ma il passare del tempo regala compostezza. Le certezze della gioventù e le verità assolute si fanno più fluide e meno nette. Invecchiando ho imparato ad apprezzare anche gli anniversari e le feste comandate, non tutte e non sempre sia chiaro, ma mi pare siano un pretesto per una riflessione non ordinaria. Offrono il fianco alla possibilità di uscire dal quotidiano.
Oggi si celebra l’amore, un sentimento con molte facce e tantissime sfaccettature. Se penso all’amore mi viene in mente mio marito, certo, ma non solo. L’amore ha le fattezze di mio padre. Lo riconosco chiaramente in alcuni gesti lontani che resteranno per sempre tra le pieghe della memoria. L’amore è mio padre che mi pettinava i capelli maldestramente da piccola, che mi preparava la torta a forma di luna ricoperta di panna e codette di zucchero per il mio compleanno. L’amore ha il volto rugoso di mia nonna che per farmi addormentare da bambina mi raccontava le storie della guerra, la fame e la povertà della sua infanzia mentre io con il dito percorrevo i solchi delle rughe sul suo volto. L’amore è avere un fratello che per sempre resterà un amico con una marcia in più, è una giornata alle terme con la mia migliore amica, è il gatto di casa che fa le fusa dopo un giorno lontani, è una chiacchera con mia madre, è responsabilità e partecipazione verso il prossimo.
Ieri sera, in omaggio alla festa, ho rispolverato dalla libreria Poesie d’amore e di vita di Pablo Neruda. Ho scelto cinque poesie, altrettante ne ha scelte Emiliano. Le abbiamo lette con la testa sul cuscino, in punta di voce, prima di addormentarci. Che meraviglia. Se non fosse stato San Valentino, probabilmente ieri sera sarebbe stata una serata qualunque. Tanto mi basta per essere riconoscente. Ecco le righe che abbiamo preferito:

Per il mio cuore basta il tuo petto,
per la tua libertà bastano le mie ali.
Dalla mia bocca arriverà fino al cielo
ciò che stava sopito sulla tua anima.

E’ in te l’illusione di ogni giorno.
Giungi come la rugiada sulle corolle.
Scavi l’orizzonte con la tua assenza.
Eternamente in fuga come l’onda.

Ho detto che cantavi nel vento
come i pini e come gli alberi maestri delle navi.
Come quelli sei alta e taciturna.
E di colpo ti rattristi, come un viaggio.

Accogliente come una vecchia strada.
Ti popolano echi e voci nostalgiche.
Io mi sono svegliato e a volte migrano e fuggono
gli uccelli che dormivano nella tua anima.

(Ph Emiliano Allocco)

Il luogo dell’allegria: con le ciaspole al rifugio Dahu

Lo scorso fine settimana mio marito ed io ci siamo regalati un weekend fuoriporta. Un modo per celebrare quattro anni di cammino insieme, per ricaricare le batterie immersi nella natura al riparo dal chiasso umano e per festeggiare San Valentino sotto banco, sufficientemente in anticipo per non destare sospetti. Mio marito ha pur sempre una nomea da anticonformista da difendere! Insomma un fine settimana delle grandi occasioni, un paghi uno e prendi tre, per intenderci.
Abbiamo reiterato un’abitudine che sta trasformandosi in tradizione: ci siamo recati in valle Stura, dove a Bagni di Vinadio ci siamo improvvisati sciatori di fondo con molta allegria, tanta incertezza, poco equilibrio, sonore risate e qualche caduta (per onestà di cronaca mi duole precisare che io non sono caduta mai! L’alpinista provetto che fu mio marito in gioventù, invece, ha faticato a trovare il giusto equilibrio).
Nel tardo pomeriggio abbiamo riposto gli sci e ci siamo incamminati verso San Bernolfo, un borgo a 6 chilometri da Bagni di Vinadio dove sorge il rifugio Dahu, una piccola meraviglia. Venimmo qua, per la prima volta, un paio di anni fa grazie ad una fortunata segnalazione  di amici. Il classico e affidabile passaparola, precursore di Trip Advisor nei tempi antichi quando non era sufficiente un clic per diventare tuttologi.
Il rifugio è gestito da una coppia di giovani, Beppe e Giorgia, e allietato dalla presenza della figlia, la piccola Agnese. Ha aperto ufficialmente i battenti il 28 maggio 2011, dopo due anni di lavori. E’ arredato con gusto e grande cura dei dettagli. Tutte le decorazioni in legno e gli arredi sono stati ricavati artigianalmente da Beppe e Giovanni, silenzioso e cortese aiutante di campo. Il bancone del bar-ristorante è stato ricavato da una vecchia mangiatoia. I dormitori contano 21 letti. Un piccolo edificio alle spalle del ristorante, noto con il nome di Lou Drac (per chi ne fosse all’oscuro, così viene chiamato il figlio del Dahu), è stato adibito ad alberghetto. Qui vi sono tre camere a tema: albero, vinum e botte e un’area comune, luogo di ritrovo e convivialità.
Abbiamo chiesto di alloggiare ancora una volta nella stanza albero. Deliziosa, calda, accogliente. Di legno rivestita, con un albero al centro e il letto matrimoniale sul soppalco accessibile con una scala, il bagno e i lavelli in legno anch’essi.
La cucina di Beppe è saporita e abbondante. In una fredda serata invernale, assediati dalla neve, la felicità ha il sapore di un piatto fumante di gnocchi di castagne conditi con la zucca e profumati di rosmarino. Il tempo fuori è pessimo e al rifugio siamo in pochi. Una buona occasione per scambiare chiacchere e racconti di vita con Beppe che, smesso il grembiule, ci onora con la sua presenza. Qualche giro di Genepy e si finisce a parlar di viaggi, a raccontare quelli fatti e a far la lista dei prossimi. Beppe è un viaggiatore incallito che, dopo molto peregrinare a giro, ha deciso di lanciarsi in una scommessa matta. E’ tornato alle origini, al paese dei suoi nonni, e in controtendenza ha scelto di aprire un’attività qua. Nella sala da pranzo fa bella mostra di sé una tela ad olio: “Sai da dove viene?”.  Provo ad indovinare senza successo. “L’ho acquistata per 30 dollari a Chiang Mai”. La serata scorre via veloce. Dopo un sonno ristoratore, ci svegliamo sotto un’abbondante nevicata.
Mentre consumiamo la nostra prima colazione penso al nome del rifugio. Leggenda narra, così almeno spergiura Beppe, che il Dahu sia un animale raro, appartenete alla famiglia dei cervidi, con piccole corna, un folto manto castano e zampe di lunghezze diverse, un paio sistematicamente più corto dell’altro. Vive nell’area francofono-europea delle Alpi e vi sono tracce della sua presenza risalenti al lontano Medioevo. E’ un animale curioso ed ingenuo, difficile da stanare. In Valle Stura, dove spopola la creatività e non è facile lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà, è stata affinata una tecnica affidabile (così almeno garantiscono!) per la localizzazione del Dahu: gli anziani raccontano che dopo il decimo Genepy un avvistamento sia quasi certo.
Finisco il mio tè. La nevicata non accenna a chetarsi. Paghiamo. Scorgo vicino al registratore di cassa un salvadanaio destinato a sovvenzionare i viaggi futuri di Beppe, Giorgia e Agnese. Ringrazio Beppe e prima di uscire, mentre mi infilo i guanti, gli domando: “Ma il Dahu esiste davvero?”.
Il volto gli si apre in un sorriso: “Lo hai mai visto?”. “No”. “Sai perché? Vieni troppo poco in montagna e decisamente non bevi Genepy a sufficienza. Sull’ingresso sono appese le corna di un Dahu”.
Ci salutiamo. Emiliano ed io facciamo ritorno a Bagni di Vinadio sotto una copiosa nevicata, scortati dal fedele cane di Beppe. La natura è di una bellezza struggente e consolante, coperta di bianco e silente. E’ vero, devo tornare più spesso.

Per info: http://rifugiodahu.com/

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La camera albero
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Un dettaglio della stanza
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Un ritratto del Dahu
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Le tazze della colazione
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L’ingresso all’alberghetto (Lou Drac)
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La sala da pranzo (sulla parete di sinistra la tela proveniente da Chiang Mai)
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Il bancone ricavato da una vecchia mangiatoia
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Il salvadanaio per la raccolta fondi pro viaggi di Beppe e Giorgia
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Le corna del Dahu (così pare)
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San Bernolfo
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Il nostro fedele compagno di cammino
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Attenzione! Passaggio frequente del Dahu

A baffi in su

Dopo la pioggia

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l’arcobaleno:

è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.

E’ bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.

Però lo si vede – questo è il male –
soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta,
questa sì sarebbe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
(Gianni Rodari, Filastrocche in cielo e in terra)

In foto Pedro, il gatto di casa, che romanticamente guarda il cielo a baffi in su, filosofeggiando a modo suo. Peccato non poter condividere pensieri e scambiare opinioni. Ci si ferma sempre al solito miao.
pedro

 

Fotoracconto del Viet Nam

A volte molto più di un racconto fa una fotografia che ferma in un’istantanea un momento, racconta un volto, cattura una scena che, uguale, non si ripeterà più.
Le fotografie sono belle da vedere subito, appena sviluppate, e ancor più belle da gustare con il trascorrere del tempo. Fanno rivivere luoghi e tempi passati, non permettono ai ricordi di sbiadire.
Migliore del mio racconto a parole del Viet Nam è il racconto in immagini di mio marito. Qui il link al suo foto album. Sono sicura che sfoglierò queste pagine con gioia crescente mano a mano che i mesi passeranno. Buona visone!
https://www.flickr.com/photos/47665124@N07/albums/72157678138194741

Facce da lunedì

Parafrasando Baricco questa mattina potrei scrivere: “Il lunedì, come tutti i lunedì, venne. Non c’è niente da fare: quella è una cosa che non guarda in faccia a nessuno. Succede e basta. Non importa che razza di week-end arriva a spegnere. Magari era stato un fine settimana eccezionale, ma non cambia nulla. Arriva e lo spegne. Amen. Così anche questo lunedì, come tutti i lunedì venne”.
Mannaggia ai lunedì, sempre puntuali, che ci riportano al solito tran-tran. Non sono pronta, lasciatemi nel limbo di una domenica sera interminabile. Ma è già ora? Siete sicuri???!?!?!